<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425</id><updated>2011-12-30T12:59:54.310+01:00</updated><category term='Psicologia del male'/><category term='Psicoanalisi'/><title type='text'>David Evangelisti home page</title><subtitle type='html'>evangelisti@hotmail.it</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>87</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-9083631815916838033</id><published>2009-03-04T14:34:00.001+01:00</published><updated>2009-03-04T14:34:42.075+01:00</updated><title type='text'>Deindividuazione: i cambiamenti a livello psichico</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Le input variables elencate da Zimbardo non determinano direttamente il comportamento disinibito (output behavior): tra gli input e l’output interviene un fattore molto importante, cioè il vero e proprio stato psichico di deindividuazione. Esso viene generato nell’uomo in particolari situazioni, come ad esempio nel caso dell’appartenenza ad una folla di persone, oppure nel caso in cui il soggetto viva in una situazione di expanded present, oppure nelle altre situazioni elencate da Zimbardo. Quest’ultimo sostiene che sono due i fondamentali cambiamenti che avvengono nella mente dell’uomo in simili circostanze: una diminuizione dell’osservazione e dell’attenzione per il proprio Sé, ed inoltre una riduzione dell’interesse per la valutazione che le altre persone eseguono su di noi. Questi due cambiamenti interni alla psiche del soggetto, costituiscono secondo l’opinione di Zimbardo le caratteristiche principali dello specifico stato di deindividuazione. Il fatto che il controllo e la consapevolezza del proprio Sé vengano meno, genera un comportamento che risulterà con maggior probabilità violento, non essendo il soggetto ben consapevole delle restrizioni morali superate e della gravità delle azioni commesse. Il soggetto nello stato di deindividuazione perde la consapevolezza del Sé e perciò vengono ostacolati nella sua mente tutti quei processi adibiti sia al corretto controllo del comportamento, sia all’inibizione dei comportamenti devianti. La diminuizione dell’interesse per la valutazione ricevuta dagli altri uomini evidenzia nettamente come in tale particolare stato psichico, l’uomo si libera anche dal timore di commettere degli atti che potrebbero risultare non apprezzati dagli altri individui; l’uomo agisce senza tenere in considerazione il possibile giudizio espresso da chi osserva il suo comportamento. Ciò rappresenta un fatto rilevante e degno di nota, dato che l’uomo nella vita di tutti i giorni cerca di comportarsi in una maniera che sia consona alle aspettative sociali e attenta ad ottenere il consenso e l’accettazione delle persone che lo circondano. In stato di deindividuazione l’uomo non è sottoposto al desiderio di ottenere l’approvazione dei suoi comportamenti: risulta chiaro di conseguenza che in stato di deindividuazione le inibizioni a comportarsi in maniera violenta diminuiranno sensibilmente, dato che l’individuo non ha una piena consapevolezza del suo Sé e dei suoi atti. Zimbardo sostiene che è tipico dello stato di deindividuazione l’indebolimento del controllo della mente sull’azione: “Weakening of controls based upon guilt, shame, fear, and commitment” (ivi, pag.253). La colpa ed il timore ad agire in maniera aggressiva verranno ridotte sensibilmente, e quindi l’uomo che si trova nello stato psichico di deindividuazione percepirà solamente una piccola responsabilità personale per quanto avrà commesso.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-9083631815916838033?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/9083631815916838033/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=9083631815916838033' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/9083631815916838033'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/9083631815916838033'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2009/03/deindividuazione-i-cambiamenti-livello.html' title='Deindividuazione: i cambiamenti a livello psichico'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-4970770083605585005</id><published>2009-03-04T14:25:00.000+01:00</published><updated>2009-03-04T14:28:55.232+01:00</updated><title type='text'>Deindividuazione: il pensiero di Zimbardo</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Per Zimbardo c’è uno stretto legame tra lo stato di deindividuazione e la possibilità per l’individuo di compiere degli atti aggressivi e violenti. Il punto di partenza della sua teoria è costituito dall’attenzione per i fattori situazionali: secondo tale ottica, il comportamento aggressivo di una persona sarebbe spiegabile non tanto ricorrendo a fattori disposizionali, bensì partendo dall’analisi della situazione in cui il comportamento aggressivo si è manifestato. Partendo da tale presupposto, non è possibile parlare di una divisione tra «persone buone» e «persone cattive»; si deve invece parlare di persone che, in determinate situazioni, sono portate a comportarsi in maniera incredibilmente violenta. Secondo Zimbardo cioè, qualsiasi uomo può, se si trova in certe situazioni, diventare protagonista di atti crudeli e distruttivi, senza alcun riguardo per la sofferenza delle vittime.&lt;br /&gt;Zimbardo definisce la deindividuazione “a complex, hypothesized process in which a series of antecedent social conditions lead to change perception of self and others, and thereby to a lowered thresold of normally restrained behavior” (ivi, pag.251). La struttura della teoria di Zimbardo sulla deindividuazione può quindi venir suddivisa in tre parti: la prima parte analizza una serie di situazioni che favoriscono lo sviluppo del processo di deindividuazione, la seconda parte riguarda l’analisi specifica dello stato psichico di deindividuazione, cioè  l’analisi dei cambiamenti che avvengono a livello mentale, la terza parte riguarda invece lo studio delle caratteristiche del comportamento che consegue da questo particolare stato psichico. Diener infatti sostiene che Zimbardo “explicated the theory of deindividuation by specifying certain «input variables» that should lead to deindividuation, certain uninhibited «output» behaviors, and a characteristic internal state that mediates the two” (Diener, 1976, pag.497), e altri studiosi affermano che “Zimbardo’s theory of deindividuation quite clearly delineates «input», «output», and mediating variables in a testable form” (Diener, Dineen, Endresen, Beaman &amp;amp; Fraser, 1975, pag.328). Mucchi Faina, parlando di Zimbardo, scrive che “[p]er quest’autore, certe condizioni della situazione portano a uno stato interno di deindividuazione per il quale l’individuo cambia la percezione di se stesso e degli altri e mette in atto comportamenti relativamente disinibiti, ossia meno condizionati dalle norme culturali” (Mucchi Faina, 2002, pag.160). Lo stato psichico di deindividuazione viene quindi generato da una serie di variabili antecenti, e da ciò ne consegue un comportamento altamente disinibito e mediato appunto da un particolare stato mentale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-4970770083605585005?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/4970770083605585005/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=4970770083605585005' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4970770083605585005'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4970770083605585005'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2009/03/deindividuazione-il-pensiero-di.html' title='Deindividuazione: il pensiero di Zimbardo'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5522913321884801494</id><published>2008-12-25T10:47:00.003+01:00</published><updated>2008-12-25T10:51:18.568+01:00</updated><title type='text'>THE PSYCHOLOGY OF EVIL: Essential bibliography</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Per un’analisi-base del concetto di deindividuazione:&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Cannavale J., Scarr A. &amp;amp; Pepitone A., 1970, Deindividuation in the small group: further evidence, Journal of Personality and Social Psychology, Vol.16, No.1.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Diener E., 1976, Effects of Prior Destructive Behavior, Anonymity, and Group Presence on Deindividuation and Aggression, Journal of Personality and Social Psychology,   Vol.33, No.5.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Diener E., 1977, Deindividuation: causes and consequences, Social Behavior and Personality, 5.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Diener E., 1979, Deindividuation, Self-Awareness, and Disinhibition,  Journal of Personality and Social Psychology, Vol.37, No.7.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Festinger L., Pepitone A. &amp;amp; Newcomb T., 1952,  Some consequences of de-individuation in a group,  Journal of Abnormal and Social Psychology, 47.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Postmes T. &amp;amp; Spears R., 1998, Deindividuation and Antinormative Behavior: A Meta-Analysis, Psychological Bulletin, Vol.123, No.3.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Prentice-Dunn S. &amp;amp; Rogers R.W., 1980, Effects of Deindividuating Situational Cues and Aggressive Models on Subjective Deindividuation and Aggression, Journal of Personality and Social Psychology, Vol.39, No.1.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Prentice-Dunn S. &amp;amp; Rogers R.W., 1983, Deindividuation in aggression. In R.G. Geen &amp;amp; E.I. Donnerstein (Eds.), Aggression: Theoretical and empirical reviews: Vol.2, Issues in research, Academic Press, New York.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Singer J.E., Brush C.A. &amp;amp; Lublin S.C., 1965, Some Aspects of Deindividuation: Identification and Conformity, Journal of Experimental Social Psychology Vol.1&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Zimbardo P., 1970, The human choice: Individuation, reason, and order versus deindividuation, impulse and chaos. In W.J. Arnold W.J. &amp;amp; D. Levine (Eds.), Nebraska Symposium on Motivation, Vol.17, University of Nebraska Press, Lincoln, NE.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Per uno studio relativo allo Stanford Prison Experiment:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- Alexander M., 2001, Thirty Years Later, Stanford Prison Experiment Lives On, www.news-service.stanford.edu/news/august22/prison2-a.html&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- CNN, 2004, Researcher: It’s not bad apples, it’s the barrel: Zimbardo’s famous experiment 30 years ago sheds light on abuse photos, www.cnn.com/2004/US/05/21/zimbardo.access/.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Haney C., Banks C. &amp;amp; Zimbardo P., 1973, A Study of  Prisoners and Guards in a simulated Prison, Naval Research Reviews, Office of Naval Research, Washington.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Haney C., Banks C. &amp;amp; Zimbardo P., 1973, Interpersonal dynamics in a simulated prison, International Journal of Criminology and Penology.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- O’Toole K., 1997, The Stanford Prison Experiment: Still powerful after all these years, www.stanford.edu/dept/news/relaged/970108prisonexp.html.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Sherrer H., 2003, Quiet Rage: The Stanford Prison Experiment. Review, www.prisonexp.org/legnews.htm.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Zimbardo P., 2005, The Psychology of Power and Evil: All Power to the Person? To the Situation? To the System?, www.prisonexp.org/pdf/powerevil.pdf.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Zimbardo P., Haney C., Banks C. &amp;amp; Jaffe D., 1973, The mind is a formidable jailer: A Pirandellian prison, The New York Times Magazine, 8 aprile, pag.38-60,             www.zimbardo.com/downloads/1973%20The%20Mind%20is%20a%20Formidable%20Jailer,%20NY%20Times.pdf.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Zimbardo P., Maslach C. &amp;amp; Haney C., 2000, Reflections on the Stanford Prison Experiment: Genesis, transformations, consequences, www.prisonexp.org/pdf/blass.pdf.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Per uno studio sulla relazione tra disinibizione del comportamento aggressivo e deumanizzazione della vittima:&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Bandura A., Underwood B. &amp;amp; Fromson M., Disinhibition of Aggression through Diffusion of Responsibility and Dehumanization of Victims, Journal of Research in Personality, Vol.9.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Kelman H.C., 1973, Violence without Moral Restraint: Reflections on the Dehumanization of Victims and Victimizers, Journal of Social Issues, Vol.29, No.4.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Worchel S. &amp;amp; Andreoli V., 1978, Facilitation of Social Interaction Through Deindividuation of the Target, Journal of Personality and Social Psychology, Vol.36, No.5.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Per uno studio relativo ai meccanismi di “Moral Disengagement”:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;- Bandura A., 1990, Mechanisms of moral disengagement. In Reich W. (Ed.), Origins of terrorism: Psychologies, ideologies, theologies, states of mind, Cambridge University Press, New York, www.des.emory.edu/mfp/BanTerrorism.pdf.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Bandura A., 1999, Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities, Personality and Social Psychology Review, 3, www.des.emory.edu/mfp/BanMoralDis.pdf.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Bandura A., 2002, Selective Moral Disengagement in the Exercise of Moral Agency, Journal of Moral Education, Vol.31, No.2.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Bandura A., 2004, The role of selective moral disengagement in terrorism and counterterrorism, in F.M. Moghaddam &amp;amp; A.J. Marsella (Eds.), Understanding terrorism: psychological roots, consequences, and interventions, American Psychological Association, Baltimore, MD.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Per uno studio generale sul fenomeno dell’obbedienza ad una autorità legittima:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;- Blass T., 1991, Understanding Behavior in the Milgram Obedience Experiment: The Role of Personality, Situations, and Their Interactions, Journal of Personality and Social Psychology, Vol.60, No.3.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Helm C. &amp;amp; Morelli M., 1985, Obedience to Authority in a Laboratory Setting: Generalizability and Context Dependency, Political Studies, Vol.33.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Levy S.G., 1999, Conformity and Obedience. In L. Kurtz (Ed.), Encyclopedia of Violence, Peace &amp;amp; Conflict, Vol.1, Academic Press, San Diego, CA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Mantell D.M., 1973, The Potential for Violence in Germany. In H.C. Lindgren (Ed.), Contemporary Research in Social Psychology, John Wiley &amp;amp; Sons, New York.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Meeus W.H. &amp;amp; Raaijmakers Q.A., 1986, Administrative Obedience: Carrying Out Orders to use Psychological-Administrative Violence, European Journal of Social Psychology, Vol.16.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Milgram S., 1963, Behavioral Study of Obedience, Journal of Abnormal and Social Psychology, Vol.67, No.4.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Milgram S., 1965, Some Conditions of Obedience and Disobedience to Authority, Human Relations, Vol.18, No.1.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Milgram S., 2003, Obbedienza all’autorità, Einaudi, Torino [ed.orig. 1974].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Per uno studio sulla relazione tra nazismo e psicologia del male:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;- Arendt H., 1993, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano [ed.orig.1963].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Bauman Z., 1989, Modernity and the Holocaust, Polity Press, Cambridge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Browning C.R., 1999, Verso il genocidio. Come è stata possibile la «soluzione finale», Il Saggiatore, Milano [ed.orig.: 1992].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Browning C.R., 2004, Uomini comuni: polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi, Torino  [ed.orig.: 1992].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Fromm E., 2004, Anatomia della distruttività umana, Mondatori, Milano [ed.orig.1973].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Fromm E, 2004, Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano [ed.orig.1941].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Mann M., 2000, Were the Perpetrators of Genocide «Ordinary Men» or «Real Nazis»? Results from Fifteen Hundred Biographies, Holocaust and Genocide Studies, Vol.14, No.3.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Reich W., 1972, Psicologia di massa del fascismo, Sugar Editore, Milano [ed.orig.1933].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Sabini J. &amp;amp; Silver M., 1982, Moralities of Everyday Life, Oxford University Press, New York.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Staub E., 1989, The roots of evil: The origins of genocide and other group violence, Cambridge University Press, New York.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Staub E., 1998, Psychological and cultural origins of extreme destructiveness and extreme altruism. In W.M. Kurtines &amp;amp; J.L. Gewirtz (Eds.), Handbook of moral behavior and development, Vol.1, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale, NJ.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Van der Dennen J.M., 1999, The «Evil» Mind: Part 1. Genocide and mass killing, www.irs.ub.rug.nl/ppn/280027648.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Van der Dennen J.M., 1999, The «Evil» Mind: Part 3. Cruelty and «Beast-in-Man» imagery, www.irs.ub.rug.nl/ppn/280027788&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Zimbardo P., 1999, Transforming People into Perpetrators of Evil (The Robert L.Harris Memorial Lecture). Why Does Genocide Continue to Exist ? www.sonoma.edu/users/g/goodman/zimbardo.htm.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Zimbardo P., 2000, The Psychology of Evil, Eye on Psi Chi, Vol.5, No.1.&lt;/div&gt;----------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;a href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.psychologyofevil.com/"&gt;www.psychologyofevil.com&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5522913321884801494?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5522913321884801494/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5522913321884801494' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5522913321884801494'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5522913321884801494'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/psychology-of-evil-essential.html' title='THE PSYCHOLOGY OF EVIL: Essential bibliography'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6940895229831893400</id><published>2008-12-25T10:28:00.003+01:00</published><updated>2008-12-25T10:40:58.264+01:00</updated><title type='text'>DEINDIVIDUAZIONE: Considerazioni sulle prime teorie</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SVNU4VuWwbI/AAAAAAAAAJQ/XmAlfyGNE9w/s1600-h/ediener.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5283660114716705202" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 209px; CURSOR: hand; HEIGHT: 255px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SVNU4VuWwbI/AAAAAAAAAJQ/XmAlfyGNE9w/s400/ediener.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Le prime teorie scientifiche sul concetto di deindividuazione, come ad esempio quella di Festinger, Pepitone e Newcomb, hanno dato l’inizio all’esecuzione di una serie di successive ricerche, che sempre maggiormente si sono servite di strumenti teorici nuovi e affinati, attraverso i quali è stato possibile giungere ad una più precisa trattazione del concetto di deindividuazione e ad una analisi più profonda della relazione tra deindividuazione e il comportamento aggressivo. Attraverso i contributi teorici e sperimentali di studiosi come Singer, Brush, Lublin, Scarr, Cannavale e Ziller, si sono potute gettare le basi per l’avvento di una teoria sulla deindividuazione ben più complessa e strutturata di quella formulata da uno degli ideatori dell’esperimento della mock prison di Stanford, Phil Zimbardo. La teoria di quest’ultimo studioso si basa su uno schema piuttosto semplice, basato sull’analisi delle situazioni che favoriscono lo sviluppo dello stato psichico di deindividuazione, e sull’osservazione del conseguente comportamento disinibito, il quale, secondo tale teoria, sarebbe appunto favorito da una serie di cambiamenti a livello psichico, originati da particolari input. All’inizio degli anni Settanta perciò, la teoria di Zimbardo costituiva sicuramente la trattazione più approfondita del concetto di deindividuazione, anche se molti aspetti di tale teoria suscitavano diverse critiche da parte degli studiosi di psicologia sociale. Jorgenson e Dukes ad esempio, affermavano: “One problem that would have to be solved […] is the clarification of the concept of deindividuation. Zimbardo […] describes it as a reduction in concern for the evaluation of self and/or others and lists some behavioral manifestations; however, a reasonably valid measure of the feeling state itself has yet to appear” (Jorgenson &amp;amp; Dukes, 1976, pag.29).&lt;br /&gt;La teoria di Edward Diener nasce dal bisogno di approfondire e trattare un aspetto particolare delle precedenti teorie sulla deindividuazione: i cambiamenti a livello cognitivo originati dallo stato psichico di deindividuazione, e la loro influenza sul comportamento dell’individuo. Le teorie della deindividuazione formulate dagli studiosi citati, hanno posto la loro attenzione soprattutto sulle variabili che favorirebbero la deindividuazione e sul comportamento risultante, senza eseguire però delle precise analisi su ciò che contraddistingueva lo stato psichico di deindividuazione, e senza mai verificare in maniera precisa la reale influenza di tale stato psichico sul comportamento dell’individuo. A proposito del lavoro pionieristico di Festinger, Pepitone e Newcomb, i quali fornirono un primo metodo particolare per calcolare il livello di deindividuazione raggiunto dai soggetti, Diener infatti sostiene: “Although this method was ingenious, it certainly did not measure the full range of processes that theoretically comprise deindividuation” (Diener E., 1976, pag.498). L’intento di Diener era quello di compiere un’analisi più accurata di ciò che contraddistingueva lo stato di deindividuazione, e di verificare se esistesse veramente una relazione tra deindividuazione e comportamento aggressivo, arrivando perciò a mettere in dubbio degli aspetti particolari della teoria formulata pochissimi anni prima da Zimbardo. Le prime teorie sulla deindividuazione si erano infatti limitate a formulare una serie di variabili che, secondo tali prospettive, avrebbero influenzato il comportamento del singolo in maniera notevole, senza tuttavia effettuare delle misurazioni precise che avessero ad oggetto i cambiamenti a livello cognitivo; inoltre, poca attenzione era stata posta sulla questione della vera causa del comportamento disinibito. Non risultava ben chiaro cioè, se la causa principale del comportamento disinibito fosse stata la deindividuazione, oppure fosse stata solamente la presenza di particolari input, senza quindi l’influenza di un particolare cambiamento a livello cognitivo; secondo Diener infatti, le precedenti ricerche sul concetto di deindividuazione e sulla sua presunta relazione con il comportamento aggressivo si sono basate “almost exclusively on the relationship between specific input variables and the resultant behavior”. Diener aggiunge: “Thus, the majority of the findings can be interpreted in terms of discriminative stimuli for disinhibited behavior without recourse to the concept of deindividuation” (Diener E., 1979, pag.1160).&lt;br /&gt;Diener si propone anche di esaminare e criticare in particolare alcuni aspetti della teoria di Zimbardo: secondo Diener infatti, Zimbardo ha dato un contributo fondamentale per l’analisi dello stato di deindividuazione, ma alcuni aspetti della sua teoria dovrebbero essere esaminati in maniera più approfondita e critica. Una delle critiche che Diener fa nei confronti di Zimbardo, riguarda la lista delle input variables fornita da Zimbardo per specificare le condizioni che generano lo stato di deindividuazione; Diener sostiene infatti che Zimbardo non abbia precisato quali di quelle variabili siano sufficienti e quali siano invece solo necessarie per generare uno stato psichico di deindividuazione, generando così una discreta confusione: “Zimbardo’s theory […] does not specify the necessary or sufficient input conditions for deindividuation to occur. Rather, the theory specifies a number of input variables, and the question of their relationship to a deindividuated internal state is left to empirical inquiry” (Diener E., Dineen, Endresen, Beaman &amp;amp; Fraser, 1975, pag.336). Secondo Diener poi, Zimbardo si sarebbe limitato a trattare la descrizione dello stato psichico di deindividuazione in una maniera piuttosto semplicistica e non sostenuta da validi risultati scientifici, concentrandosi invece soprattutto sulla relazione tra input variables e comportamento risultante; anche Propst sostiene che “Zimbardo [...] did not include any measures of the actual inferred processes presumably mediating this deindividuation” (Propst, 1979, pag.532). Diener quindi, pone l’attenzione delle sue ricerche soprattutto su quell’aspetto teorico troppo trascurato dalle prime ricerche sulla deindividuazione, cioè lo stato psichico di deindividuazione vero e proprio, cercando di fornire un quadro chiaro e corretto dei cambiamenti che avvengono a livello cognitivo nella persona che si trova nelle condizioni di deindividuazione. Diener è convinto che i cambiamenti a livello cognitivo tipici dello stato di deindividuazione debbano essere misurati e analizzati, al fine di poter verificare l’esistenza della relazione tra lo stato psichico di deindividuazione ed il comportamento disinibito; egli infatti afferma: “If deindividuation truly causes impulsive behavior, then these internal deindividuation changes should be measurable and should correlate substantially with the amount of uninhibited behaviour. But if deindividuation phenomena cannot be readily measured and replicated, the utility of the construct can be seriously questioned without years of unnecessary research” (Diener E., 1977, pag.151).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;----------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;a href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;www.psychologyofevil.com&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6940895229831893400?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6940895229831893400/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6940895229831893400' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6940895229831893400'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6940895229831893400'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/deindividuazione-considerazioni-sulle.html' title='DEINDIVIDUAZIONE: Considerazioni sulle prime teorie'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SVNU4VuWwbI/AAAAAAAAAJQ/XmAlfyGNE9w/s72-c/ediener.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-2493577313857807849</id><published>2008-12-20T14:24:00.003+01:00</published><updated>2008-12-20T14:29:37.557+01:00</updated><title type='text'>EICHMANN – MILGRAM: “TO OBEY WITHOUT THINKING”</title><content type='html'>&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUzy5OuLZvI/AAAAAAAAAIw/-gNA3usCsBI/s1600-h/Eichmann.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5281863528016996082" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 255px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUzy5OuLZvI/AAAAAAAAAIw/-gNA3usCsBI/s400/Eichmann.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Hadolf Hitler is rightly considered the principal responsible of the Jews’ genocide: it’s not possible thinking to the destructive process caused by the Third Reich without consider the mind and the great charisma of the fuhrer. But Hitler was only the dome of a well-organized structure which was composed by several trusted collaborators. The project idealized by a crazy man was developed and supported by a host of faithful men, like Göering, Himmler, Heydrich and Goebbels. Among all those men who contributed to the achievement of horrible ideas presented by Hitler, we must remember Adolf Eichmann: he has significantly contributed in the terrible deportation and extermination of the Jews with his "diligent" work. Eichmann's role was to ensure the effective organization of the system of deportation of Jews to concentration camps; he was the head of department IV B 4 of the Gestapo, which was created precisely to deal with the Jewish question. This department was the main coordination centre of all operations carried out against deportation of the Jews of Europe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Once the Nazi Reich was destroyed, all the major leaders of atrocities committed against the Jews were tried; this fate also touched Eichmann, who was captured and subsequently submitted to the judgement of the Court district of Jerusalem. Eichmann, although he admitted that the genocide of the Jews had been an horrific and indelible page in history, sustained not never been anti-Semitic, and justified his actions claiming always the same reason: "I just obeyed to orders”. Eichmann was sentenced to death and executed on May 31, 1962. Eichmann is the emblem of how a 'normal' man (that is not suffering from mental illness and not sadistic person) can contributes to the implementation of a destructive process conceived in the mind of a charismatic leader. Anyone who saw the process of Jerusalem was literally shocked to see that the person who managed the infamous Section IV B 4 wasn’t a cruel monsters or a sadic and perverse man: he was instead a “common” and “normal” man. That aspect was highlighted and analysed in depth by Arendt, who introduced the concept of "the banality of evil". Eichmann is the emblem of the ease with which a human being might become the author of a destructive process on a large scale. Don’t forget: the general destructive process designed in the minds of a few, could be achieved only with the collaboration of many “obedient” and “good” people.&lt;br /&gt;Why Eichmann obeyed to bloody orders?! It can be understood and analyzed thanks to the results carried out by Milgram’s experiment on obedience to authority: it’s no coincidence that his famous experiment has been nicknamed “Eichmann experiment”. Stanley Milgram, through his research, highlighted the ease with which a common man could have induced to behave in an aggressive way against an innocent and unknown victim, on the basis of obedience to commands from a considered legitimate authority. The fact that some orders are given by a prestigious and competent authority, let break in man who stay at a lower hierarchical level any personal moral judgement on the type of conduct to implement: he considers that the commands coming from a legitimate authority must be followed and implemented with care, without thinking if these commands are immoral and destructive. The great prestige and charisma in of Hitler during the Nazi regime could “manage” german people’s mind: Hitler, just like a puppeteer, could give immoral and sadic commands, because his followers would had obeyed without thinking. A remarkable and shocking example of the perpetual eteronomic state in which Hitler’s followers were captured, can be found in the pronounced sentence by Göering during the Nuremberg trial: "I have no conscience. My conscience is Hadolf Hitler”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Milgram was able to demonstrate that there was a strong link between what happened during his experiment, and what happened in Nazi’s burocracy. The “distance” between perpetrator and victim is the key to understand the phenomenon called eteronomic state: more perpetrator (in Milgram’s experiment this position is rapresented by “the teacher”) feels close to the victim (the Milgram’s learner), more inhibitions he had to face to behave in immoral and aggressive way. If a man feels to be directly responsible for the suffering of the victim, he must overcome much greater inhibitions than the one who instead perceives of being responsible for the suffering of the victim only indirectly. &lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUzzC-z3WyI/AAAAAAAAAI4/wSx1zAfy2E8/s1600-h/20623_Milgram-Stanley.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5281863695544572706" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 239px; CURSOR: hand; HEIGHT: 300px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUzzC-z3WyI/AAAAAAAAAI4/wSx1zAfy2E8/s400/20623_Milgram-Stanley.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Burocracy can strongly influence men’s behaviour, because burocracy creates “social distance” between man who order and men who obey: between these two characters, there a lot of intermediate ones who can depersonalize orders. It’s like a chain composed by many rings: every rings represents a level of hierarchy. An example can help to understand. A represents the high level of the ierarchy (Hitler), Z represents the low level (man who has the task to kill). B, C, D, E (and so on…) are all the rings of this bureaucratic and bloody chain. A say to B: “That Jew must die”. B will transmit the same order to C, who will transmit the same order to D, and so on. The psychological mechanism responsible for commissioning of orders in Milgram’s experiment and in the Nazi violence it's the same. A man who has the task of transmitting only orders from a higher level of responsibility at a lower hierarchical level, don’t care about immediate consequences of the transmission of that order. Eichmann occupied the intermediate position between the level of those who took the most important decisions, like Hitler, who was the one who had stressed the need to deport Jews in a camp, and the level occupied by those who directly killed the Jews once they came to extermination camps.&lt;br /&gt;The "creation" of people like Eichmann, which are fundamental means to implement the project of extermination wanted by Hitler, was fostered in large part by the burocratic structure of the Reich. The Nazi regime was structured in an extremely hierarchical way: this aspect favoured the emergence of psychological processes highlighted mainly by Milgram, processes that favoured officials in obedience and availability to the transmission of orders without worrying about consequences of these orders. The Nazi hierarchy was an important factor in the implementation of a destructive process, calculated and planned to the smallest terms. It has been the great bureaucratic efficiency of the system the key of all. It is clear that it was important in determining a destructive process of these dimensions, creating those circumstances which allowed simple officials of the Nazi regime to play with no moral inhibition their task of transmitting orders to criminal hierarchical levels lower.&lt;br /&gt;----------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;Dr. David Evangelisti&lt;br /&gt;57100 Livorno, Italy&lt;br /&gt;Date of birth: 28/6/1979&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;evangelisti@hotmail.it &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;www.evangelistidavid.blogspot.com&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.psychologyofevil.com/"&gt;http://www.psychologyofevil.com/&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;○ Bachelor’s degree in Political science (Università degli Studi di Pisa), mark 110/110 cum laude. Final dissertation (19/10/2005): “Good people make bad things: dal comportamento aggressivo alla psicologia del male” [Good people make bad things: from the aggressive behaviour to the psychology of evil].&lt;br /&gt;○ In 13/2/2006 he has been invited by the University of Pisa to a conveign about “The social costruction of good and evil”: he has taken a lesson about The psychology of evil (See more at http://www.sp.unipi.it/sp/files/2605-Seminario_Bene_e_male.pdf).&lt;br /&gt;○ Main subjects: Social psychology, sociology, education, communications.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-2493577313857807849?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/2493577313857807849/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=2493577313857807849' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2493577313857807849'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2493577313857807849'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/eichmann-milgram-to-obey-without.html' title='EICHMANN – MILGRAM: “TO OBEY WITHOUT THINKING”'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUzy5OuLZvI/AAAAAAAAAIw/-gNA3usCsBI/s72-c/Eichmann.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5096017802686184876</id><published>2008-12-19T10:43:00.004+01:00</published><updated>2008-12-19T10:49:26.172+01:00</updated><title type='text'>Hitler: The Super-father (A freudian view)</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUts7rmkC_I/AAAAAAAAAGg/9bZw5MMw2q0/s1600-h/3415.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5281434760594590706" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 277px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUts7rmkC_I/AAAAAAAAAGg/9bZw5MMw2q0/s400/3415.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;The birth of Nazism is due to many causes: economic, political and socio-cultural ones. It’s not possible tryin’ to explain this dreadful page of human history using only a mono-causal explanation. It’s possible, however, to identify the key for understanding of the phenomenon. In addition to economic, political and socio-cultural factors we must consider the essential tool to understand the reason that drove millions of people to obeyed to the commands of a mad dictator. The key of all is a psychological factor: the deep crisis of the family, and especially of the father. To understand the reason of the Third Reich’s birth, we have to analyze the psychology &lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUtpPcKZddI/AAAAAAAAAGY/HfzUUwiNavQ/s1600-h/3415.jpg"&gt;&lt;/a&gt;of the family and the concepts of psychoanalysis of Freud. To give a proper explanation of why the German people followed the directions and ideas presented by Hitler, it is necessary to emphasize not only the specific personality of a charismatic leader, but it’s important to analyse the special needs (“Personal and social Goals”), the hopes and dreams of most frustrated citizens during the Weimar Republic, it is necessary to understand that the Nazi ideology exercised a great fascination on the German people, especially in the mind of the middle class, because this ideology provided to those citizens a practical solution to the needs that had become of great importance, but which could not be filled by a weak Republic. Ervin Staub, through his “Personal and Social Goal theory”, has found the key of the problem. It’s important to make an analysis of the special psychological needs that were arising in the German people especially after 1918.This analysis is focused on the role played by the paternal figure. Lower middle class individuals had been educated in an authoritarian way: they developed a great respect for any authoritarian figure and a great obedience to the rules. The consequence of this kind of education, from a psychological point of view, was a particular type of personality (sado-masochistic), extremely respectful of orders of the authorities, and hating everything that was described as "weak". The psychoanalysis analyzes this particular aspect of personality using the concept of Super-Ego. Erich Fromm, in his analysis about the birth of Nazism, said that the Super-Ego of individuals was projected on authoritarian figures of German society.The great respect for the father, however, diminished after the defeat of war, the collapse of the monarchy and as a consequence of a severe economic crisis. The father, as a consequence of these facts, could not more assure to members of his family that vigorous economic support and strong security that he was able to offer previously: his children, who were grown seeing an authority that they seemed extremely authoritarian, strong and powerful, were no longer able to treat their father with respect and estimation.In addition, the collapse of those social symbols which ensured to the mass a sense of security and comfort, had a strong effect also on the figure of parents. The great strength of the legitimate authorities that parents exalted during the education of their children, favoured in children a sense of confidence to the lessons provided by parents, who in fact were encouraging respect and obedience to symbols really strong and respected. As soon as these social symbols began to weaken significantly, even the confidence of children towards their father who incited to obey and respect those authorities, began to collapse rapidly: the Germans found themselves without a father. A sense of insecurity and uncertainty: men that belonged to lower middle class now were living without the support of a solid family and a strong authority to which obey and to be protected, were forced to search "a new father", a new strong and respected authority who could assure again that sense of security that they had lost. Horkheimer and Adorno consider the development of Hitler’s power as a consequence of the lack of a strong father: Hitler filled German’s need to recover the lost father. The vacuum could in this way be filled. Hitler, the "new great father" was what the German psyche sorely needed. The "son", namely the German people, was no longer an orphan of that venerated authority in the past: the “son” was now happy to submit to the leadership of "father", that is, to obey at the orders of the führer. The concept of Blüt und Boden (blood and earth), and the resulting hatred against the "different", constituted the representation of reality provided by "new-father". German people didn’t discuss or analyze if this vision of the world was right or wrong: they had to obey to the orders of his father, because they constituted "the right thing to do." The mind of German people was guided by orders of "Super-father", and it failed to understand that these orders were issued by a crazy criminal. Nazi ideology gave to German people the opportunity to believe and identify themselves in a powerful new authority. Hitler was that "Super-father" that every German citizen had a great need. Using the Freudian point of view, we can say that the Third Reich is a typical example of transfer: the image takes life in the paternal figure of Hitler.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(EXPLAIN DOESN'T MEAN EXCUSE)&lt;br /&gt;----------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;a href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.psychologyofevil.com/"&gt;www.psychologyofevil.com&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5096017802686184876?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5096017802686184876/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5096017802686184876' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5096017802686184876'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5096017802686184876'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/hitler-super-father-freudian-view.html' title='Hitler: The Super-father (A freudian view)'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUts7rmkC_I/AAAAAAAAAGg/9bZw5MMw2q0/s72-c/3415.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-3766819271154768904</id><published>2008-12-12T14:58:00.000+01:00</published><updated>2008-12-12T14:59:18.161+01:00</updated><title type='text'>LA MENTE COLLETTIVA E IL FENOMENO DEL "CONTAGIO MENTALE"</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Ai fini dell’analisi del rapporto tra comportamento aggressivo e deindividuazione, possiamo sostenere che l’opera di Le Bon, Psychologie des foules, è stata di importanza fondamentale. Tale opera focalizza l’attenzione soprattutto su tre concetti principali, i quali costituiscono le profonde radici della teoria della deindividuazione: la «mente collettiva», il «contagio mentale» e la «suggestionabilità». Ciò che per Le Bon costituisce un aspetto importante della folla, è il fatto che quest’ultima costituisce un’entità diversa dalla mera somma delle menti degli individui singoli che la compongono; ”the sentiments and ideas of all the persons in the gathering take one and the same direction, and their conscious personality vanishes” (Ross E.A., 1959, pag.431). Secondo Le Bon perciò, esistono delle circostanze che trasformano un gruppo di individui in una «massa psicologica»; la folla cioè, secondo tale studioso, una volta che si è costituita, arriva a possedere una «mente collettiva», cioè diviene un oggetto studiabile ed analizzabile in sé. Robertson afferma: “Le Bon era convinto che coloro che compongono la folla fossero dominati da un solo, singolo impulso e che agissero tutti quasi nello stesso modo. Una volta presi dalla frenesia della folla, gli individui perdono la capacità di ragionare razionalmente, per cui in realtà la «mentalità collettiva» altro non è che il minimo comun denominatore delle emozioni degli individui che fanno parte della folla” (Robertson, 1988, pag.608). Cannavale, Scarr e Pepitone sostengono che “Le Bon attributed the violent excesses of the street throng in the French Revolution to the group mind. It is the emergence of the group mind that accounts for the fact that the different individuals who comprise a collective lose their distinct personalities and become a homogeneous and highly emotional mass” (Cannavale, Scarr &amp;amp; Pepitone, 1970, pag.141). Asch sintetizza bene il pensiero dei teorici della mentalità di gruppo, affermando che “quando gli uomini vivono ed agiscono in gruppi, sorgono forze e fenomeni che seguono loro proprie leggi e che non possono venir descritti in termini di psicologia individuale, col puro riferimento alle proprietà dei singoli che tali gruppi compongono” (Asch, 1973, pag.261). Le Bon quindi, sebbene dedichi spazio alla figura del singolo immerso in una folla, concentra la sua trattazione soprattutto sull’intera «anima collettiva» che si è venuta a formare.&lt;br /&gt;Floyd Allport critica la teoria di Le Bon e di tutti quelli studiosi che ipotizzano l’esistenza di un «group mind», sostenendo invece la necessità di spiegare il comportamento di una folla ricorrendo all’analisi del singolo individuo. Emiliani e Zani affermano che “[q]uesto autore fece diventare la psicologia sociale una scienza del comportamento con la convinzione dunque che il gruppo o ciò che è collettivo non abbia bisogno di un modello suo proprio di analisi, poiché ogni gruppo può essere spiegato in termini individuali” (Emiliani &amp;amp; Zani, 1998, pag.17). Per Floyd Allport infatti, la differenza tra il comportamento dell’uomo immerso in una folla e il comportamento dell’uomo che non vi appartiene, è una differenza non qualitativa, come sostenevano Le Bon e McDougall, bensì solo quantitativa: “The individual in the crowd behaves just as he would behave alone, only more so.” (Allport, 1924, pag.295). La critica di Floyd Allport evidenzia l’altro approccio possibile allo studio del comportamento collettivo: Le Bon si concentra soprattutto sulla folla come entità a sé, mentre Allport, così come faranno Festinger, Zimbardo e Diener, si concentra soprattutto sullo stato del singolo. Una tale discussione evidenzia i due possibili livelli di approccio nell’analisi del comportamento umano: Individual-Level Approach o Group-Level Approach. I sostenitori della teoria della deindividuazione, concordando con un approccio «individualista» come quello di Floyd Allport, non pongono tanto l’attenzione sulla folla intesa come entità a sé, quanto sugli stati interni e sulle condizioni psicologiche degli appartenenti a tale folla; l’attenzione viene cioè riversata più sull’effetto prodotto dalla folla stessa sulla singola persona che vi appartiene, che sulla condizione mentale unitaria dell’«anima collettiva» ipotizzata da Le Bon.&lt;br /&gt;Le opere degli psicologi delle folle hanno aperto la strada per un gran numero di osservazioni dalle quali partire per compiere ulteriori analisi del comportamento collettivo. Le Bon conferisce un ruolo fondamentale al fenomeno della suggestione e del contagio mentale. Il fenomeno del contagio mentale risulterebbe dalla costante interazione tra i membri della folla; il fatto di trovarsi nelle condizioni di una «massa psicologica» infatti, fa sì che la suggestione originaria venga notevolmente amplificata, e si arrivi così alle manifestazioni più esasperate del comportamento di massa. Come scrive Nye: “The origins of the term mental contagion stem from a definition of the mid-century clinical psychologist Déspine, who used it as a pathological explanation in accounting for the spread of identical symptoms of mental illness from a diseased individual to a healthy one. The concept became popular with French psychiatrists, and was later know more commonly as «folie à deux»” (Nye, 1975, pag.68). La teoria del contagio mentale offre una suggestiva spiegazione del comportamento omogeneo di una massa psicologica; le persone che appartengono a questa, vengono dunque pensate come «persone che contagiano chi sta loro vicino», e come persone dominate da spinte inconsce e da istinti primitivi. Ciascun stato emotivo all’interno della folla si amplifica e si diffonde velocemente a tutti i presenti, e ciò a causa del grande numero di persone e della loro vicinanza reciproca. L’ipotesi che a regolare il comportamento di una folla stesse il fenomeno del contagio mentale, è anche la posizione di McDougall, il quale evidenzia, così come fa Le Bon, l’esaltazione, in ogni singolo componente della folla, della componente affettiva. Per McDougall, tale stato affettivo è da ricondurre al “principle of direct induction of emotion by way of the primitive sympathetic response” (McDougall, 1920, pag.25). L’ottica di Le Bon, così come quella di McDougall, è dunque ascrivibile alla contagion-theory, un indirizzo teorico che si basa appunto sul fenomeno del contagio mentale per fornire una spiegazione del comportamento collettivo. Parlare di «contagio» riporta l’attenzione al contagio effettuato da una malattia: il sentimento e lo stato d’animo che si sprigionano all’interno di un gruppo di individui infatti, è paragonabile secondo i diversi studiosi, al diffondersi di una malattia, la quale genera all’interno della folla il desiderio di attuare dei comportamenti simili, esasperati, e molto frequentemente anti-sociali.&lt;br /&gt;La nozione di «contagio» è stata al centro di particolare attenzione, e moltissimi studiosi, partendo dalla teoria di Le Bon, hanno cercato di darne una interpretazione propria. Lo storico Keegan scrive che una folla è caratterizzata da “inconstant and potentially infectious emotion which, if it spreads, is fatal” (Keegan,1978, pag.175); ancora più interessante è l’osservazione  di Twain, il quale sostiene che “men in a crowd […] don’t think for themselves, but become impregnated by contagious sentiments uppermost in the minds of all who happen to be en masse” (Mills, 1986, pag. 69). La folla sembra dunque possedere una capacità di influenzare in maniera omogenea tutti coloro che ne fanno parte, privandoli della propria capacità autonoma di pensare e di agire; proprio come un morbo contagioso, ogni stato d’animo e sentimento aggressivo si diffonde all’interno della folla con grande facilità, facendo «ammalare» i suoi componenti. Raney analizza il fenomeno della conformità del pensiero nelle folle, mettendo in evidenza lo stato psichico e i sentimenti di coloro che fanno parte di una folla, e ricorrendo alla metafora del contagio di una malattia: “What is at stake here is not so much behavior as identity: madness, fever, and uncontrolled emotions take us out of ourselves, whether violence follows or not. Expressing that identity purge as a contagious phenomenon acknowledges that contagious disease, like the engulfing crowd, dissolves the fragile membranes by which we distinguish ourselves from others” (Raney, 2002).&lt;br /&gt;Altri studiosi, recentemente, partendo dalle intuizioni di Le Bon, cercano di dare delle diverse definizioni del fenomeno del contagio: Sutherland definisce il contagio “the spread of ideas, feelings and, some think, neuroses through a community or group by suggestion, gossip, imitation” (Sutherland, 1995). Wheeler è uno degli studiosi che ha dedicato maggiore attenzione al legame tra diffusione del contagio e conseguente comportamento aggressivo. Wheeler scrive: “If the set of test conditions T1 exists, then contagion has occurred if and only if Person X (the observer) performs behaviour N (Bn) where T1 is specified as follows: (a) A set of operations has been performed on Person X which is known to produce instigation toward Bn  in members of the class to which X belongs: (b) Bn exists in the response repertoire of X, and there are no physical restraints or barriers to prevent the performance of Bn; (c) X is not performing Bn; (d) X observes the performance of Bn by Person Y” (Wheeler, 1966, pag.180).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-3766819271154768904?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/3766819271154768904/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=3766819271154768904' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3766819271154768904'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3766819271154768904'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/la-mente-collettiva-e-il-fenomeno-del.html' title='LA MENTE COLLETTIVA E IL FENOMENO DEL &quot;CONTAGIO MENTALE&quot;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5586505645376225444</id><published>2008-12-12T14:54:00.000+01:00</published><updated>2008-12-12T14:56:01.390+01:00</updated><title type='text'>LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE: La base della teoria della deindividuazione</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Le masse iniziano ad essere, con sempre maggior frequenza, l’oggetto di una vasta serie di studi, che specialmente agli inizi del Novecento appassionano e incuriosiscono un sempre più grande numero di studiosi, tra cui psicologi e sociologi, oltre che storici. Il rapporto tra la teoria della deindividuazione e l’emergere dell’uomo-massa è molto stretto, poiché è proprio in questo contesto che si inizia a formare l’interesse per lo stato psicologico dell’individuo presente in una folla. Le prime osservazioni mirano ad evidenziare il fatto che l’individuo che si trova all’interno di una folla, reagisce e si comporta in maniera ben diversa da come farebbe se si trovasse da solo; la folla cioè, secondo le varie analisi, costituisce una variabile situazionale che è in grado di influire in maniera determinante sul comportamento degli individui che si trovano al suo interno. Anche se gli studiosi di psicologia delle folle non denominano «deindividuazione» il particolare stato mentale del singolo, e cercano spiegazioni che ricorrono a fattori inconsci e alle pratiche dell’ipnosi, tali studiosi certamente contribuiscono a mettere in risalto la particolare condizione psicologica dell’uomo della folla. Le Bon credeva infatti che “nel momento in cui una persona viene catturata nella chimica del gruppo, abbia con ciò perduto sè stessa” (Sennet, 1981, pag.14). La folla dunque, non viene concepita come una mera somma di individui: la folla costituisce un’entità con caratteristiche proprie, e il fatto importante, su cui gli psicologi delle folle si soffermano, è che essa favorisce, tramite ad esempio la suggestione o fenomeni di tipo ipnotico, la perdita della consapevolezza di sé di ogni suo appartenente, il quale più facilmente perde le proprie inibizioni; da ciò ne deriva che i comportamenti anti-sociali e quelli più impulsivi si presentano con maggior frequenza. Spesso alla figura della folla «ipnotizzata», quindi dominata, si aggiunge la figura dell’«ipnotizzatore», colui che riesce cioè, grazie a doti personali, a sottomettere la folla alla propria volontà: si evidenzia in tale maniera il rapporto dominatore-dominato, oggetto di molte ricerche di Le Bon e Sighele. Moscovici, a proposito del meneur de foule, scrive: “Il transforme la foule suggestible en mouvement collectif, soudé par une foi, agissant en vue d’un but. Il est l’artiste de la vie sociale [...]. C’est lui qui, taillant dans le concret, au plus vif de la masse, la prépare pour une idée avec qui elle devient comme chair et ongle” (Moscovici, 1981, pag.168). A proposito di tale relazione, Amerio scrive che “il rapporto è facilmente identificabile in un tipico rapporto di suggestione ipnotica che priva della coscienza e del controllo emotivo e permette all’istinto di scatenarsi”, sostenendo inoltre che “nella folla agisce, amplificato e dilatato, lo stesso meccanismo”, e giungendo alla conclusione che “[i] comportamenti della folla sono quindi dominati dall’irrazionalità, dalle passioni”, essendo infatti “privi di controllo e socialmente pericolosi” (Amerio, 1982, pag.62). Nye afferma: “As in L’Homme et les Sociétés, Le Bon used suggestion primarily as a device to explain the authoritarian relationship between the hypnotist and his subject. This relationship, transposed to collective psychology, became the leader  and the crowd” (Nye, 1975, pag.70-71). È evidente come questi interessi si possono ritrovare, con le dovute modifiche, cinquant’anni dopo, nelle elaborazioni teorizzate dai sostenitori della teoria della deindividuazione.&lt;br /&gt;Molti studiosi, per loro stessa ammissione, hanno fatto tesoro delle intuizioni di Le Bon, e lo considerano come colui che ha aperto la strada per dare una seria interpretazione di alcuni aspetti dei  fenomeni di massa; gli stessi Mann, Newton e Innes, sostengono come “In his classic, The Crowd, Gustave Le Bon maintained that the anonymity of individuals within a crowd protects them against external sanctions and frees them psychologically to engage in extreme behavior – the expression of  «savage, destructive instincts» – and (less commonly) acts of heroism” (Mann L., Newton &amp;amp; Innes, 1982, pag.260). Orive afferma che “Le Bon [...] was the first to argue that a person, when in a crowd or group, loses his or her sense of individuality, self-consciousness, and critical judgment” (Orive, 1984, pag.727). Le Bon dunque, compie delle importanti osservazioni, che evidenziano come l’anonimato e il fatto di sentirsi immerso in una folla, favoriscono l’individuo ad  ignorare i divieti sociali e a comportarsi in maniera impulsiva e anti-sociale. Prentice-Dunn e Rogers, studiando il cambiamento dell’atteggiamento degli uomini presenti nella folla, e riferendosi alla «duplice» natura umana, dichiarano: “Le Bon confronted our dualistic nature in his study of crowds, in which our humanitarian quality can be submerged by the bestial. Characterized in terms more palatable to the times, the image of Minotaur became the «group mind», part rational (humanistic) and part primordial, destructive instincts (animalistic)” (Prentice-Dunn &amp;amp; Rogers, 1980, pag.104). Alcuni studiosi sostengono che “Le Bon’s […] analysis can probably still be regarded as the most important attempt to analyze the behaviour of crowds and other collectives” (Cannavale, Scarr &amp;amp; Pepitone, 1970, pag.141).&lt;br /&gt;Livorsi, a proposito di Le Bon, afferma: “Questo pensatore, francese, era stato assai colpito dalle folle rivoluzionarie: da quelle del 1789 a quelle della Parigi della Comune del 1871 e degli anni successivi. Egli notava nella folla spontanea un fenomeno di enorme suggestionabilitá reciproca, di tipo ipnotico, con l’emergere conseguente di tratti di atavismo o primitivismo, da branco o meglio orda primordiale, in cui tutte le emozioni e sentimenti venivano esasperati: si trattasse di paure, di forme di entusiasmo, di manifestazioni di aggressivitá o di coraggio di fronte al pericolo” (Livorsi, 1998). In ciò che dice Livorsi si ritrovano le idee-base di tutta la psicologia delle folle, al cui sviluppo Le Bon ha contribuito in maniera fondamentale; l’idea della suggestionabilità e del ricorso ai fenomeni ipnotici, l’idea dell’atavismo e dei fattori inconsci costituiscono inoltre l’universo  concettuale all’interno del quale si concentrano le ricerche di Sighele, Tarde e Taine. Alcuni dei più grandi studiosi della psicologia delle folle, come Le Bon, Tarde e appunto Taine, sono francesi; questo perché essi sono vissuti in un ambiente e in un periodo che ha risentito fortemente degli effetti e del clamore suscitati dalla Rivoluzione del 1789, e inoltre hanno vissuto in prima persona le vicende della Comune di Parigi del 1871.&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5586505645376225444?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5586505645376225444/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5586505645376225444' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5586505645376225444'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5586505645376225444'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/la-psicologia-delle-folle-la-base-della.html' title='LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE: La base della teoria della deindividuazione'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-7856841604962951477</id><published>2008-11-25T21:23:00.001+01:00</published><updated>2008-11-25T21:24:52.495+01:00</updated><title type='text'>ZIMBARDO AND MILGRAM: "THE POWER OF SITUATIONAL VARIABLES".</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;The psychology of evil underlines a strong link between human’s behaviour and the deindividuating and “evil” input of the situation. It’s clear that this branch of social psychology is based on a situationist conception of violence: accordino to this view, there’re some input (like group pressure and anonymity) that can induce a good and respecful citizen to behave in a very aggressive way towards innocent victims. Psychologists like Zimbardo, Bandura and Milgram don’t believe in the so-called dispositional conception of violence (that is: the key of aggressive behaviour must be found in some biological, genetic or neurological factors). The situationist approach tear down the conviction that there is an insurmountable imaginary line between good and evil, between 'good people' and 'bad people’ . Zimbardo says: "What is that line, that cosmic boundary, that one crosses to go from being a good person, a dutiful citizen, to a mass murderer with no coscience for evil deeds and no remorse for destroying human lives? And how is this line maintained? What would it take for you to slide across it? We want to believe it is impermeable, forever with us here and them over there permanently, when in fact, that line is permeable - we could become good ones those bad ones”. The Stanford prison experiment and the “Eichmann experiment”, above all, have demonstrated how strong can be the influence of the environment in the behaviour of a man. The prison environment, ad example, is a place that can favourish the loss of personality and the loss of inhibithions towards dehumanizing acts. In this place victims and perpetrators lose their personality and forget the boundary between the good and the evil. Milgram, in his Obedience to authority experiment, has demonstrated that it’s very easy to induct a “good man” to shock an unknown victim. The situation, and not the biology can be the key to understand and prevent violent acts. The great attention towards the conditions and stimulus originated by external environment bring back to the basic principles of Field-theory of Kurt Lewin. The study of human behavior, according to the principles of Gestalt theory, cannot forget the engagement in the context in which it is "surrounded" the subject. According to this approach, therefore, every person would be able to implement the most horrible and violent behaviour&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;-------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;Dr. David Evangelisti&lt;br /&gt;Bachelor’s degree in Political science (Università degli Studi di Pisa), mark 110/110 cum laude. Final dissertation (19/10/2005): “Good people make bad things: dal comportamento aggressivo alla psicologia del male” [Good people make bad things: from the aggressive behaviour to the psychology of evil].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Contacts:&lt;br /&gt;&lt;a href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.evangelistidavid.blogspot.com/"&gt;www.evangelistidavid.blogspot.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;www.psychologyofevil.com&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-7856841604962951477?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/7856841604962951477/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=7856841604962951477' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7856841604962951477'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7856841604962951477'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/zimbardo-and-milgram-power-of.html' title='ZIMBARDO AND MILGRAM: &quot;THE POWER OF SITUATIONAL VARIABLES&quot;.'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6178113377478328944</id><published>2008-11-25T21:19:00.001+01:00</published><updated>2008-11-25T21:21:21.327+01:00</updated><title type='text'>STANFORD PRISON EXPERIMENT: "THE KEY TO UNDERSTAND WHY A MEEK DR.JECKYLL BECOMES A VIOLENT AND SADIC MR.HIDE"</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;The Stanford Prison Experiment (1971) is one of the most famous psycholgical experiment of all the times. Zimbardo demonstrated that living in a place that is full of evil-input could generate cruel and sadic perpetrators. The Stanford prison experiment was a study of the psychological effects of becoming a prisoner or prison guard. It was idealized by Zimbardo and other psychologists of the Stanford University. Twenty-four undergraduates were selected to play the roles of both guards and prisoners and live in a mock prison in the basement of the Stanford psychology building. Prisoners and guards rapidly adapted to their roles, stepping beyond the boundaries of what had been predicted and leading to dangerous and psychologically damaging situations. One-third of the guards were judged to have exhibited "genuine" sadistic tendencies, while many prisoners were emotionally traumatized and two had to be removed from the experiment early. Prisoners suffered and accepted sadistic and humiliating treatment from the guards. The high level of stress progressively led them from rebellion to inhibition. By experiment's end, many showed severe emotional disturbances. The prisoner participants had internalized their roles. After only six days of a planned two weeks' duration, the Stanford Prison experiment was shut down. The experiment's result demonstrates the impressionability and obedience of people when provided with a legitimizing ideology and social and institutional support. Zimbardo has demonstrated that prison environment is full of “evil”- input that can trasform every man from dr. Jeckill to mr. Hide. What has happened in the mock prison of Stanford, could happen in other environment that favourished deindividuation, anomity, absorption in a role, obedience to authority, and other evil input. The Stanford Prison Experiment is the key to understand Abu Ghraib tortures and other violence perpetrated in those kind of environment&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;-------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dr. David Evangelisti&lt;br /&gt;Bachelor’s degree in Political science (Università degli Studi di Pisa), mark 110/110 cum laude. Final dissertation (19/10/2005): “Good people make bad things: dal comportamento aggressivo alla psicologia del male” [Good people make bad things: from the aggressive behaviour to the psychology of evil].&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Contacts:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.evangelistidavid.blogspot.com/"&gt;www.evangelistidavid.blogspot.com&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.psychologyofevil.com/"&gt;www.psychologyofevil.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6178113377478328944?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6178113377478328944/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6178113377478328944' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6178113377478328944'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6178113377478328944'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/stanford-prison-experiment-key-to.html' title='STANFORD PRISON EXPERIMENT: &quot;THE KEY TO UNDERSTAND WHY A MEEK DR.JECKYLL BECOMES A VIOLENT AND SADIC MR.HIDE&quot;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-8947317389707489206</id><published>2008-11-23T23:28:00.004+01:00</published><updated>2008-11-23T23:33:43.568+01:00</updated><title type='text'>THE PSYCHOLOGY OF EVIL: "EVERYBODY CAN TURN INTO A MONSTER"</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SSnaGgoc9RI/AAAAAAAAAFM/OvAZABh6jrI/s1600-h/The+psychology+of+evil+LOGO.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5271984644187550994" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 237px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SSnaGgoc9RI/AAAAAAAAAFM/OvAZABh6jrI/s320/The+psychology+of+evil+LOGO.bmp" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;More and more frequently we hears about brutal violence towards defenceless and innocent persons. Who can act so violently? Who can be so sadic? “They are mentally ill persons, they’re disturbed… they are monsters!”: this is the most frequent expression pronounced by people who read and listen about these horrible deeds. We use to think that these horrible acts can be thought and realized only by monsters, and not by normal men. “I wouldn’t ever performed a so bloody and horrible act, I’m not a monster, I am a good and respectable citizen”: each of us is usually led to think in this way. It’s a spread conviction that the most atrocious, sadistic and violent acts are caused by madmen, psychiatric patients, or genetically-biologically violent people. According to this way of thinking, there is a fairly spread belief that the violent and sadistic deeds are caused only by specific personality (according to the theory of "violent personality"), or by neurological, biological or genetic problems: social psychology summarize all these beliefs under the so-called “dispositional theories of violence”. These kind of theories generally divide people between good citizens and bad ones. Dispositional perspective is still more spread: it is much easier and reassuring for the human soul think of a clear distinction between good or violent people rather than admit the presence of a permeable barrier between good and evil: it’s terrible for the human’s mind to think that there’s no a clear and strong distinction between the “Us - good” and “Them - evil”.Social psychology’s studies made during the Seventies have shown that there is no clear difference between good people and bad ones. Even the so-called good people, generally respectful of social and ethical standards, may become under certain circumstances a violent, criminal and sadic citizen. American psychologists Philip Zimbardo, Stanley Milgram, Albert Bandura and Ervin Staub, thanks to numerous scientific experiments, have demonstrate as “good citizens” may become the protagonist of extremely violent behaviour. It’s the psychology of evil. According to Zimbardo’s theory, the particular situation and inputs become the cause of sadistic and violent behavior: hence, the name of “situational perspective”. Based on the results obtained from these studies, the psychology of evil shows that in everyday life there’re critical situations (“input variables”) that are able to implement some psychological processes that become responsible for the collapse of all.A basic responsible of the transformation from Dr. Jeckill to Mister Hide is the psychological phenomenon called deindividuation. In certain circumstances, the human being momentarily loses consciousness of its Self, and tends not to think about the negative consequences of its acts: it’s precisely in this moment that a man becomes ready to behave in an antisocial way. Another phenomenon that can turn good people into bad ones is the “living for the moment” or “Mardi Gras” effect: the deindividuated man completely forgets that the victim has a specific past and a future. He “lives for the present” (it’s the “expanded present” phenomenon) and therefore he does not questioned if his current aggressive impulses are to be condemned (and therefore inhibit), on the base of the teachings and social prohibitions learned in the past. He becomes literally kidnapped by the situation. Here are some conditions that can turn good people into evil: 1) “Dive” of the individual inside a mass of people, 2) Taking alcohol or drugs, 3) Anonymity, 4) The “physical involvement in the act”, that is the complete absorption of the man in the action, 5) Arousal, 6) Responsibility: given up, shared or diffused.Important contributions to the psychology of evil has been given by Milgram, expecially through his studies on the obedience to authority and psychological eteronomic state. To get an idea of the importance and the outcry that generated the results of experiments of this psychologist, just think that he was defined “the man who shocked the world!”. Other decisive contributions were conferred by Albert Bandura on the the concept of self-regulation, moral disengagement and dehumanization. Zimbardo, Milgram and Bandura have demolished the common belief that good people do good deeds and bad people do evil deeds. The important lesson received from these studies is that man protagonist of horrible and violent acts is not pushed to behave in this way only by special mental illnesses, by “violent genes” or by specific conformations and neurological injuries, as suggested by the dispositional pshychologists of violence (Hess, Bucy, Delgado, MacLean, Jacobs, Rose, Gross, Barman, and more), but he is driven by the special situation and specific inputs. There are situations able to completely transform the way of thinking and acting of a person. In this case, the consciousness and rationality go sleep: human mind is captured by irrationality, instincts and impulses. Using the words of Nietzsche, we can say that the “Apollinean” side of a man (that is calculation, the ordered and rational thinking) is completely demolished and abandoned, to leave the place exclusive to the “Dionysian” side (that is, the instinct, chaos, the irrational thought). The fact that a man is “immersed” in a mass, the fact of being unrecognizable in the eyes of the victim, because he hides or disguises his identity (i.e.: wearing an uniform), the fact of taking drugs or alcohol, the fact that be in an eteronomic state, may promote development within the individual mind of a psychological state of deindividuation, and thus can cause fast and unthinkable traformation: from a good citizen and scrupulous person in a dangerous and violent one. We are all potential “monsters”.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;--------------------------------------------------------------------------------------------&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Dr. David Evangelisti&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;57100 Livorno, ItalyDate of birth: 28/6/1979evangelisti@hotmail.it &lt;a href="http://www.evangelistidavid.blogspot.com/"&gt;http://www.evangelistidavid.blogspot.com/&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;○ Bachelor’s degree in Political science (Università degli Studi di Pisa), mark 110/110 cum laude. Final dissertation (19/10/2005): “Good people make bad things: dal comportamento aggressivo alla psicologia del male” [Good people make bad things: from the aggressive behaviour to the psychology of evil].&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;○ In 13/2/2006 he has been invited by the University of Pisa to a conveign about “The social costruction of good and evil”: he has taken a lesson about The psychology of evil (See more at &lt;a href="http://www.sp.unipi.it/sp/files/2605-Seminario_Bene_e_male.pdf"&gt;http://www.sp.unipi.it/sp/files/2605-Seminario_Bene_e_male.pdf&lt;/a&gt;).&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;○ Main subjects: Social psychology, sociology, education, communications. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;a href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;see also: &lt;a href="http://www.psychologyofevil.com/"&gt;http://www.psychologyofevil.com/&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-8947317389707489206?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/8947317389707489206/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=8947317389707489206' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8947317389707489206'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8947317389707489206'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/psychology-of-evil-everybody-can-turn.html' title='THE PSYCHOLOGY OF EVIL: &quot;EVERYBODY CAN TURN INTO A MONSTER&quot;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SSnaGgoc9RI/AAAAAAAAAFM/OvAZABh6jrI/s72-c/The+psychology+of+evil+LOGO.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-3414269166299804786</id><published>2008-11-11T11:46:00.003+01:00</published><updated>2008-11-11T11:53:35.422+01:00</updated><title type='text'>AGGRESSIVENESS, AGGRESSIVE BEHAVIOUR AND DESTRUCTIVE BEHAVIOUR</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;The aggression has always been one of the main objects of interest of social psychology. Despite great attention devoted to this subject, and despite a wide range of work on this topic, the world of scientific research has not yet managed to find a definition of aggressive behaviour that is accepted unanimously. Social psychologists have preferred to analyse only certain aspects of this concept, precisely because of its irreducibility to a definition and a discussion covering all the various aspects of which consists of or all its manifestations. It is these diverse human aggressiveness, namely the specific conduct aggressive implemented by man, and the search for reasons for the implementation of such pipelines, to be the main interest of this analysis. It is first important to highlight the subtle difference in meaning between the concept of aggressiveness and that of aggressive behavior: speaking specifically of aggressiveness, distinguishing this concept from that of aggression, it highlights the specific intention to analyse especially the drive, the instinct. The predisposition or a particular state intra-psychic of a subject, which therefore has the potential, if circumstances allow him, to translate these 'pushed' internal behaviour objective and visible. It's easy to understand, then, such as aggression constitutes a concept or easily measurable or easily analysed in a valid and clear. Sull'aggressività of a certain person, and any consequences of such aggression, therefore you can only make assumptions very general, while on aggressive behaviour, that is conducted on a clearly visible and observable, is much easier to make observations and research more precise. The hydraulic model of Lorenz and Freud are a good example to clarify the matter: in their theories is highlighted in a very clear distinction between the accumulation of aggressiveness within an individual and aggressive behaviour consequently put in place by that individual to decrease the tension generated by a similar accumulation. It is therefore clear that the word 'aggression' highlights in particular a latent possibility, a 'office' inherent within and therefore hardly observable. Speaking specifically of "aggressive behaviour" means instead focus mainly sull'atto in itself, objective, factual, and therefore easily observable. It should be stressed that "[w] orld bodies […] have forever struggled with the definition of aggression" (Crabb &amp;amp; Rosnow, 1988, pag.105); Crabb, based on a study carried out together with Rosnow, says that "perceived aggressiveness of an action depended on the relative context in which the action is judged, rather than on shared, objective criteria of evaluation "and that" the relativity of perceived aggressiveness poses serious problems for the maintenance of peaceful relations among nations "(Crabb, 1989, pag.345). Even within the field of social psychology different theoretical approaches have produced definitions of the concept of aggressive behaviour quite discordant with each other. To define conduct as aggressive, you must first it has been put in place intentionally, and not so accidental: "Accidental harm is not aggressive because it is not intended. Harm that is an incidental by-product of helpful actions is also not aggressive, because the harm-doer believes that the target is not motivated to avoid action "(Anderson &amp;amp; Bushman, 2002, p.29). Martin argues that "[t] 'intentional feature appears indispensable to define an action as violent" (Martino, 1999, pag.183). However, despite the majority of scholars consider the 'intent' as a prerequisite for defining conduct as aggressive, it should be noted that some scholar sees as aggressive behaviour also put in place not intentionally: "Aggression has been defined in two ways in The Literature. The definition used by Dollard [...] involved intentional infliction of harm on some targets. However, Buss [...] intention excluded from his definition of aggression by suggesting that the term aggression be used to refer to any response delivering noxious stimulation "(Manning &amp;amp; Taylor DA, 1975, pag.180). The definitions of the concept of aggressive behaviour also often bring in relief the consequences suffered by the victims of such behaviour. Ursin and Olff argue that "[a] ggression may be defined as behavior which threatens or actually results in injury to the psysical, psychological, sociological or integrity of a person" (Ursin &amp;amp; Olff, 1995, p.13). According to Eibl-Eibensfeldt, you can "define aggressive forms of behaviour with which men […] argue its interests despite the resistance of other individuals" (Eibl-Eibensfeldt, 1993, pag.244). Saul Rosenzweig argues instead that "[t] 'aggression in general terms is basically self" (Rosenzweig, 1985, pag.377). The concept of self undoubtedly good outlines an important aspect of aggressive behaviour: the desire to subjugate others and to dominate its Self, profiting from what is often an increase in their self-esteem. The subjugation of another human being can be not so much the end of aggression, namely the submission in itself and the 'defeat' of the other, as the means to be able to derive from that improvements in the assessment of their identity. The aggressive behaviour generates therefore an attempt at self at the expense of other human beings, which consequently seek to enforce a valid resistance to aggression suffered. Most approaches to the issue of aggressive behaviour focused sull'aggressione a person against another person; aggressive behavior is often analyzed and interpreted as a hostile relationship between two or more people. "Aggredire ', a word derived from the Latin adgredior, entails the act of approaching towards someone. It is therefore clear how the phenomenon of aggression involves a relationship between people, that is a relationship between a person who acts and attacks, and a person who is the target of such a behaviour, a person that suffers and that is attacked. The concept of aggression, therefore, will be considered implied a relational structure. Some scholars, however, have given the aggressive behavior not only focusing on relational, but focusing its attention on reflexive, that is on self-aggression, the attack was in these cases that is designed not as an act exercised by a person against another person, but as an act directed against its Self. Among these scholars should especially mention Freud, who envisaged as part of its second theory of drives, that the aggressiveness of a man could turn not only to the outside world, but also to the person. Freud thus assuming a specific drive to death, thought all'aggressività not only as a report, but also as a self-aggression, that is, as aggression that could lead the subject all'autodistruzione. The human aggressiveness may have different developments and especially can reach very high levels of intensity, such as to generate behaviors that go far beyond the relatively innocuous conduct aggressive that we see in everyday life, such as those put in place by of young boys who azzuffano for trivial reasons. The aggressiveness can also have tragic developments, which can become extreme violence and willingness of destruction. You must therefore emphasize that the mere aggression, violence and human destructiveness are phenomena that are all along the same continuum imaginary. Anderson and Huesmann fact define violence by position that it occupies on this continuum: "Violence is physical aggression at the extremely high end of the continuum aggression" (Anderson &amp;amp; Huesmann, 2003, pag.298). According to Hacker, human aggression has in itself the potential to become cruelty, consequently causing damage even more serious. Hacker has defined aggression "that provision and that energy own, which originally expressed in active and subsequently in the most varied forms individual and collective, socially acquired and transmitted, self, forms that can reach up to cruelty" (Hacker, 1977, pag.66), and did not fail to highlight the wide range of phenomena that the concept of aggression can understand. Hacker The definition of the concept of violence is one of those that makes more comprehensible the relationship between the concept of aggression and the concept of violence. The aggressive behaviour in fact, according to circumstances where an individual, can easily increase in intensity, until you reach the extreme levels of destructiveness. Compared to the latter point, it is important to highlight what they contend Emiliani and Zani: "Violence is consequent all'aggressività, which in turn is a process that may have several developments as the different contexts in which occurs: then the social conditions that affect more or less strongly aggressive manifestations of mankind "(Emiliani &amp;amp; Zani, 1998, pag.313). The concept of violent and destructive behavior must therefore be understood and interpreted with a radicalisation of extreme consequences related to aggressive behaviour. The violence then it can also be defined as a "[c] omportamento aggressive directed against persons or property, to injure or kill, harm or destroy, in order to impose a domain" (Marquis, Mancini, Greek &amp;amp; Assini, 1993, pag.437). Anderson outlines in a very clear the special relationship between the events weakest human aggressiveness, such as a simple aggression, and events that instead of generating consequences far more extreme, much to be denominated conducted destructive; he argues that "[V] iolence is a subtype of aggression, generally used to denote extreme forms of aggression such as murder, rape, and assault" and that "[a] ll violence is aggression, but many forms of aggression are not violent" (Anderson , 2000, pag.163). &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Dr. David Evangelisti &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Bachelor’s degree in Political science (Università degli Studi di Pisa), mark 110/110 cum laude. Final dissertation (19/10/2005): “Good people make bad things: dal comportamento aggressivo alla psicologia del male” [Good people make bad things: from the aggressive behaviour to the psychology of evil]. ○ In 13/2/2006 he has been invited by the University of Pisa to a conveign about “The social costruction of good and evil”: he has taken a lesson about The psychology of evil (See more at &lt;a onmousedown="'UntrustedLink.bootstrap($(this)," href="http://www.sp.unipi.it/sp/files/2605-Seminario_Bene_e_male.pdf)" target="_blank" rel="nofollow"&gt;http://www.sp.unipi.it/sp/files/2605-Seminario_Bene_e_male.pdf)&lt;/a&gt;.○ Main subjects: Social psychology, sociology, education, communications.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;BIBLIOGRAPHY -- Anderson C.A., 2000, Violence and aggression. In Kazdin AE (Ed.), Encyclopedia of psychology, Vol.8, The American Psychological Association, Washington, DC. -- Anderson C.A. BJ &amp;amp; Bushman, 2002, Human aggression, Annual Review of Psychology. - Anderson C.A. &amp;amp; LR Huesmann, 2003, Human Aggression: A Social Cognitive-View, Hogg MA Cooper &amp;amp; J. (Eds.), The Sage Handbook of Social Psychology, Sage Pubblications, Thousand Oaks, CA. -- Caprara G.V. Pastorelli &amp;amp; C., 1988, addresses research on the conduct aggressive. In G.V. Caprara &amp;amp; M. Laeng (ed.), Indicators and precursors of aggressive conduct, Bulzoni, Rome. -- Caprara G.V., Barbaranelli C., Pastorelli C. &amp;amp; M. Perugini, Individual Differences in the Study of Human Aggression, Aggressive Behavior, Vol.20. -- DB Crabb, 1989, When Aggression Seems Justified: Judging Intergroup Conflict From a Distance, Aggressive Behavior, Vol.15. -- Crabb P.B. &amp;amp; Rosnow R.L., 1988, What Is Aggressive? Some Contextual Factors in International Judging Behavior, Aggressive Behavior, Vol.14. -- Eibl-Eibesfeldt I., 1993, human ethology, Bollati Boringhieri, Torino [ed.orig.1989]. -- Emiliani F. Zani &amp;amp; B., 1998, Elements of social psychology, Il Mulino, Bologna. - F. Hacker, 1977, Aggressività and violence in the modern world, The Formichiere, Milan [ed.orig.1972]. -- Manning S.A. DA &amp;amp; Taylor, 1975, Effects of Violence and Aggression Viewed: Stimulation and Catharsis, Journal of Personality and Social Psychology, Vol.31, No.1. -- Marquis R., B. Mancini, Greek D. Assini &amp;amp; L., 1993, State and Society, La Nuova Italia, Florence. -- Martin A., 1999, Small thesaurus political, SEU, Pisa. -- S. Rosenzweig, 1985, definition and classification of aggression with particular reference to Picture-Frustration Study scale as idiodinamica personality. In G.V. Caprara &amp;amp; P. Renzi (ed.), The Human Aggressività, Bulzoni, Rome. -- Ursin H. Olff &amp;amp; M., 1995, Aggression, Defense, and Coping in Humans, Aggressive Behavior, Vol.21.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-3414269166299804786?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/3414269166299804786/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=3414269166299804786' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3414269166299804786'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3414269166299804786'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/aggressiveness-aggressive-behaviour-and.html' title='AGGRESSIVENESS, AGGRESSIVE BEHAVIOUR AND DESTRUCTIVE BEHAVIOUR'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-22902523342346957</id><published>2008-10-22T11:45:00.002+02:00</published><updated>2008-10-22T11:49:33.159+02:00</updated><title type='text'>ASPETTI DIONISIACI DELLO STATO DI DEINDIVIDUAZIONE</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SP73Boh1eqI/AAAAAAAAAE8/qcOLkweU6kM/s1600-h/zimbardo.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5259913022246582946" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SP73Boh1eqI/AAAAAAAAAE8/qcOLkweU6kM/s320/zimbardo.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Il concetto di deindividuazione è indissolubilmente legato al concetto di significato opposto, cioè al concetto di individuazione. Maslach, Stapp e Santee affermano che “individuation is a state in which the person feels differentiated, to some degree, from other people and objects”, mentre “[d]eindividuation [...] is a state in which the person feels differentiated, to some degree, from other people” (Maslach, Stapp &amp;amp; Santee, 1985, pag.730). Lo stato di individuazione favorisce il pieno controllo degli atti personali, ed una corretta valutazione delle conseguenze dei comportamenti effettuati; rappresenta cioè la condizione in cui l’uomo può compiere delle scelte coscienti e rispettose delle norme sociali, favorendo in tal modo il corretto funzionamento dell’intera società in cui vive. L’individuazione garantisce l’ordine dell’attività psichica dell’individuo: essa favorisce la permanenza dei freni inibitori, meccanismi psicologici senza i quali l’uomo agirebbe quasi istintivamente, generando gravi conseguenze sia a causa della valutazione negativa ricevuta dagli altri nei suoi confronti, sia per la salute dell’intera società. Lo stato di deindividuazione invece, genera una situazione ben diversa; quando sopraggiunge la condizione di deindividuazione infatti, nell’uomo si indeboliscono le forze che impedivano l’esecuzione di atti istintivi e nocivi, ed egli diventa capace degli atti più impensabili e meschini. Il controllo dell’azione viene meno, e si genera confusione e caos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zimbardo sostiene che i concetti di individuazione e di deindividuazione possano essere accostati a immagini «mitiche ed eterne», e possano inoltre essere pensati come due forze perennemente contrastanti: “What we are setting up as protagonists are not simply Cognition and Action, but more basically the Forces of Individuation versus those of Deindividuation. These forces are hardly new to each other; their antagonism can be traced back through all recorded history, as an integral part of the myth and ritual of people everywhere” (Zimbardo, 1970, pag.248). Egli ad esempio, fa riferimento al concetto di «dionisiaco» e di «apollineo» presente in Nietzsche, e sfrutta questi due concetti per operare un paragone con i fenomeni di individuazione e di deindividuazione. Diener e altri studiosi notano infatti che Zimbardo paragona lo stato di deindividuazione a “«Dionysiac forces» that lead to behavior that is emotional, impulsive, and lacking in discriminative control” (Diener, Westford, Dineen &amp;amp; Fraser, 1973, pag.221). Secondo quanto scrive Nietzsche infatti, la figura di Apollo sarebbe contraddistinta da “quella limitazione piena di misura, quella libertà dalle più selvagge emozioni, quella quiete piena di saggezza del dio plastico” (Nietzsche, 1996, pag.54-55): l’apollineo rappresenta perciò l’ordine, il principiun individuationis, la logica e la razionalità. L’apollineo raffigura l’uomo pienamente consapevole dei divieti sociali, rappresenta la sua costante attenzione e il suo interesse per la valutazione che gli altri uomini daranno del suo comportamento; l’uomo nella condizione di individuazione si affida perciò al ragionamento razionale e all’attenta valutazione degli aspetti positivi e negativi del suo comportamento. Jung sostiene che l’elemento apollineo “è misura, numero, limite e dominio di tutto ciò che è selvaggio e indomito” (Jung, 1921, pag.145): è evidente come in tali parole si ritrovino alcune delle caratteristiche principali dello stato di individuazione. L’uomo che invece si trova in condizione di deindividuazione incarna il dionisiaco, il caos, l’irrazionalità e l’imprevedibilità. Dionisio è “ il dio che, nello scatenamento degli istinti, rompe l’ordine delle gerarchie (sociali, morali, politiche ecc.) e fa dissolvere il principium individuationis”: “Nell’ebbrezza dionisiaca la soggettività si annulla; uomo e natura sono riconciliati” (Nietzsche, 1996, pag.64). L’uomo perciò, in tale stato dionisiaco, si dimentica di sé. Per Jung “il dionisiaco […] è la liberazione dell’istinto insofferente d’ogni limite, lo scatenarsi della sfrenata dynamis animalesca e divina […]. È l’orrore che si prova nella rottura del principio d’individuazione e insieme «l’estasi delirante» perché è infranto. Il dionisiaco è quindi paragonabile all’ebbrezza che dissolve l’elemento individuale negli istinti e nei contenuti collettivi” (Jung, 1921, pag.145): i comportamenti distruttivi delle folle ricordano chiaramente la figura di Dionisio. Zimbardo paragona perciò la contrapposizione tra «apollineo» e «dionisiaco» alla contrapposizione tra individuazione e deindividuazione, generando un’affascinante e suggestiva immagine: l’eterna lotta tra l’ordine ed il caos. Zimbardo, concludendo, scrive che “Mythically, deindividuation is the ageless life force, the cycle of nature, the blood ties, the tribe, the female principle, the irrational, the impulsive, the anonymous chorus, the vengeful furies. To be singular, to stand apart from other men, to aspire to Godhead, to honor social contracts and man-made commitments above family bonds, is to be individuated” (Zimbardo, 1970, pag.249).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti, laureato con 110 e lode in Scienze Politiche (indirizzo politico-sociale), Università degli Studi di Pisa.&lt;br /&gt;Titolo tesi: “Good people make bad things: dal comportamento aggressivo alla psicologia del male”.&lt;br /&gt;www.psicologiadelmale.it&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-22902523342346957?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/22902523342346957/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=22902523342346957' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/22902523342346957'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/22902523342346957'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/10/aspetti-dionisiaci-dello-stato-di.html' title='ASPETTI DIONISIACI DELLO STATO DI DEINDIVIDUAZIONE'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SP73Boh1eqI/AAAAAAAAAE8/qcOLkweU6kM/s72-c/zimbardo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-4064121017737929217</id><published>2008-09-13T14:31:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T14:31:53.098+02:00</updated><title type='text'>MOSTRA CONCLUSIVA DI "DIRE, FARE, CREARE"</title><content type='html'>Alla Scuola Primaria Micheli&lt;br /&gt;Si terrà oggi (martedì 22 aprile) presso la Scuola Primaria Micheli di Piazza XI Maggio 25, la mostra conclusiva del progetto pedagogico “Dire, fare, creare”, organizzato dal Ciaf “E. Fagni” in collaborazione con la direzione didattica “G. Micheli”. L’evento vedrà la partecipazione di Carla Roncaglia (Assessore alle Politiche Educative del Comune di Livorno), Giuliano Canterini (Dirigente scolastico della Direzione Didattica Micheli), Mauro Pardini (psicopedagogista del Comune di Livorno), Clara Rota (docente in “Tecnologia e Materiali” presso la Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano), Lamberto Giannini (pedagogista) e Sonia Filippi (docente della Scuola primaria “G. Micheli”, Funzione strumentale Piano Offerta Formativa). Alla realizzazione del progetto hanno partecipato i bambini ed i genitori delle classi prime delle Scuole primarie e i bambini che hanno frequentato la sezione dei cinque anni delle Scuole dell’Infanzia della Direzione Didattica “G. Micheli”. Il progetto pedagogico “Dire, fare, creare”, svoltosi nel periodo gennaio-marzo 2008, “si è posto l’obiettivo di favorire l’instaurarsi di rapporti collaborativi e significativi fra famiglia e scuola e nel contempo fra genitori e figli, il tutto attraverso la partecipazione di adulti e di bambini/ragazzi ad attività comuni”.In particolare, nel periodo febbraio-marzo, genitori e bambini sono stati impegnati in un “laboratorio di parola per lo sviluppo delle proprie competenze relazionali ed emotivo/comunicative”, laboratorio tenuto dal pedagogista Lamberto Giannini. Nella comunicazione degli organizzatori si evidenzia che “la mostra sarà suddivisa in tre ambienti, ciascuno dei quali sarà connotato da un colore e accompagnato da una specifica colonna sonora, nonché composto da tipologie diverse di materiali”. Gli organizzatori rendono noto che durante la mostra conclusiva saranno consegnati gli attestati ai genitori che hanno preso parte al laboratorio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-4064121017737929217?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/4064121017737929217/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=4064121017737929217' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4064121017737929217'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4064121017737929217'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/mostra-conclusiva-di-dire-fare-creare.html' title='MOSTRA CONCLUSIVA DI &quot;DIRE, FARE, CREARE&quot;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-2198669052330683353</id><published>2008-09-13T14:30:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T14:30:47.430+02:00</updated><title type='text'>ARRIVA IL FESTIVAL "MARGINI"</title><content type='html'>Dal 15 al 17 maggio l’arte sarà protagonista nei quartieri Nord della città&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le aree periferiche Nord di Livorno (Shangay, Corea, Fiorentina e Sorgenti) saranno il cuore di una tre giorni dedicata al mondo dell’arte. La manifestazione è organizzata dal Comune di Livorno in collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nell’ambito del processo di riqualificazione dei quartieri nord di Livorno (QNL) attivato dal programma ministeriale Urban Italia. Gli organizzatori del progetto evidenziano che “Shangay e Corea, due quartieri della zona nord di Livorno, saranno interessati da un poderoso processo di riqualificazione urbana” e si trasformeranno nelle giornate del 15, 16 e 17 maggio 2008 “in veri e propri atelier d'arte, laboratori pittorici e "gallerie" a cielo aperto per Margini, il 1° festival delle arti ai margini”. Ma non solo. Il Festival Margini offrirà eventi di “arte murale, art brut, video arte, arte marginale e installazioni pittoriche fino a rendere quelli che erano i quartieri della marginalità in quartieri della creatività e dell'innovazione”, e in più vedrà la partecipazione di “artisti di strada, storici dell'arte, collezionisti e videomakers” i quali lavoreranno “a stretto contatto con la gente e con gli studenti delle scuole della città che sono impegnati in percorsi didattici e visite culturali ai quartieri interessati”. Continua così il comunicato di presentazione della manifestazione: “l’arte entrerà nelle strade, penetrerà negli spazi quotidiani, nei centri commerciali e nelle piazze, e inoltre popolerà i cantieri edilizi, animerà i muri e proietterà immagini su quelli di nuova costruzione”. Sarà possibile fare un salto indietro nel tempo per “ripercorrere la memoria storica dei quartieri Shangay e Corea grazie alla Mostra sulla memoria delle Coop di quartiere” organizzata da Unicoop Tirreno in collaborazione con la cooperativa Itinera: la mostra sarà allestita presso la casa del popolo di Shangay. Tra gli eventi musicali previsti, si segnala l’esibizione dei senegalesi “African Jembee” e del gruppo blues “Morning Skifflers”. Il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi ha sottolineato che “in questi tre giorni queste aree geograficamente periferiche si apriranno alla città e ne diventeranno il centro culturale pulsante” e che “attraverso le molteplici iniziative culturali ed artistiche del Festival Margini, i quartieri nord si apriranno a tutta la città, permettendo a tutti i cittadini di riscoprire e riappropriarsi di una parte di Livorno testimonianza di quei valori di complessità di una città che non è solo centro storico”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-2198669052330683353?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/2198669052330683353/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=2198669052330683353' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2198669052330683353'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2198669052330683353'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/arriva-il-festival-margini.html' title='ARRIVA IL FESTIVAL &quot;MARGINI&quot;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-8781881498516942330</id><published>2008-09-13T14:28:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T14:28:31.581+02:00</updated><title type='text'>LA FATICA DI APPRENDERE</title><content type='html'>A Villa Letizia conferenza sui “Disturbi dell’apprendimento scolastico”&lt;br /&gt;“Poco meno del 20% dei bambini che frequentano la scuola primaria ha difficoltà a leggere e a scrivere correttamente”. Queste le parole pronunciate da Carla Roncaglia, assessore alle politiche educative e ai  servizi scolastici del Comune di Livorno, durante l’incontro che si è svolto a Livorno lo nei giorni scorsi presso il Centro Risorse Educative Didattiche (CRED) in via dei Pensieri 56. “La fatica di apprendere”, questo il titolo del progetto pedagogico organizzato dalla Provincia di Livorno in collaborazione agli educatori della cooperativa sociale AKRAS di Padova, progetto inserito all’interno del Piano Educativo di Zona 2007-2009. “Una delle componenti della sofferenza e della dispersione scolastica – evidenziano gli organizzatori – è riportabile alle difficoltà di padroneggiare gli strumenti basilari della scolarità, come ad esempio il leggere, lo scrivere e il far di conto”. Da tutto ciò ne consegue che “le difficoltà di questo tipo generano a loro volta ritardi, incomprensioni e processi di marginalizzazione e di auto marginalizzazione”. Carla Roncaglia ha evidenziato che “il fenomeno della dispersione scolastica sta diventando sempre più preoccupante” e che “la scuola spesso non è in grado di capire e risolvere in tempo utile le difficoltà incontrate da bambini e ragazzi”. “La conseguenza più grande di questi fatti - continua l’assessore Roncaglia – è che negli alunni si genera demotivazione e frustrazione, e conseguente desiderio di farla finita con il mondo scolastico”. E ancora: “gli insegnanti hanno buona volontà, ma spesso non hanno gli strumenti conoscitivi appropriati per trovare una soluzione adeguata ai problemi degli alunni”. Poche parole ma chiare, quelle della Roncaglia: “bisogna investire molto di più sulla formazione degli insegnanti”. Alla conferenza è intervenuta anche Monica Giuntini, vicepresidente della Provincia di Livorno, la quale ha sottolineato che “per combattere il fenomeno della dispersione scolastica dobbiamo essere in grado di rilevare i disturbi dell’apprendimento scolastico dei nostri bambini già nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria”. Paola Cinguino, formatrice del Centro Ricreativo Educativo di Sostegno alle Difficoltà Scolastiche (CRESCO) ha sottolineato che “ci sono bambini che pur non avendo né deficit intellettivi, né psicologici, neurologici o sensoriali, hanno difficoltà a leggere, scrivere e a fare operazioni con i numeri in modo adeguato”. “Oggigiorno – continua la dottoressa Cinguino – è di importanza fondamentale formare gli insegnanti in maniera adeguata per metterli nella condizione di rilevare quanto prima eventuali disturbi dell’apprendimento scolastico negli alunni”. Secondo gli organizzatori del progetto, perciò, “la soluzione è quella di costruire un sistema di occasioni e percorsi specifici per la prevenzione, fornendo agli insegnanti strumenti specifici tecnicamente validi che possono contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali degli studenti”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-8781881498516942330?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/8781881498516942330/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=8781881498516942330' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8781881498516942330'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8781881498516942330'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/la-fatica-di-apprendere.html' title='LA FATICA DI APPRENDERE'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-200786210719157623</id><published>2008-09-13T14:27:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T14:27:39.751+02:00</updated><title type='text'>LA CGIL RITIRA IL RICORSO</title><content type='html'>Un’altra mossa a sorpresa nel caso Sdl-Ipercoop&lt;br /&gt;Una storia infinita. Nemmeno il più bravo sceneggiatore di telenovele avrebbe immaginato e architettato una vicenda così complessa e pieno di colpi di scena come quella che da qualche mese a questa parte vede affrontarsi a suon di udienze, sentenze, ricorsi e controricorsi il Sindacato dei Lavoratori (Sdl intercategoriale) e Cgil-Ipercoop. Riepilogo dell’ultima puntata: il 18 aprile scorso era stata consegnata ai legali Sdl la notifica di un ricorso d’urgenza, ricorso presentato congiuntamente dalla Filcams Cgil nazionale e dalla Filcams provinciale di Livorno per annullare gli effetti della sentenza pronunciata il 5 febbraio scorso dal giudice del lavoro Jacqueline Magi, sentenza con cui si dichiarava legittima l’eventuale elezione nella Rsu Ipercoop-Fonti del Corallo di candidati appartenenti alla lista Sdl intercategoriale Il ricorso della Filcams-Cgil conteneva inoltre un’istanza di ricusazione del giudice del lavoro Magi: la Filcams chiedeva cioè che la sentenza d’appello prevista per il prossimo 16 luglio (sulla base del ricorso presentato questa volta dall’Ipercoop) fosse affidata ad un giudice diverso dalla Magi. Stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr) l’avvocato della Cgil ha però ritirato il ricorso che chiedeva la sospensione degli effetti della sentenza in questione. Come detto, l’udienza di stamani ha visto l’ennesimo colpo di scena in una vicenda che ormai è ben conosciuta anche al di fuori dei confini toscani, e che in molti casi viene presa dai “sindacati di base” a simbolo della battaglia in favore della libertà sindacale. L’avvocato della Filcams-Cgil ha chiesto la “rinuncia agli atti”, dichiarando che il ricorso in questione era stato avanzato solamente al fine di anticipare l’udienza d’appello fissata al 16 luglio. Secondo i difensori della causa Sdl, tale procedimento cautelare non sarebbe in grado di generare l’anticipazione dell’udienza d’appello, poiché “per ottenere una pronuncia di quel tipo esiste un’apposita istanza di anticipazione dell’udienza”. Il ritiro del ricorso da parte dei legali della Filcams sembra perciò far pensare ad un esito scontato della sentenza (questa volta sarà il giudice del lavoro Silvia Barison a decidere sulla questione). Non si conoscono ancora le cause precise che hanno spinto i legali della Filcams a ritirare il ricorso, anche se voci di corridoio dicono che parecchi tesserati della stessa Cgil non avrebbero assolutamente gradito il comportamento intransigente della Filcams nei confronti di altri lavoratori/colleghi, e avrebbero per questo minacciato (neanche tanto metaforicamente) di “strappare” la propria tessera Cgil. Chiara la soddisfazione dei rappresentanti Sdl: “la nostra RSU è più che legittima, e potrà continuare la propria attività nei suoi pieni diritti”.  “Usciti dal Tribunale”, continua il comunicato, “ci siamo subito recati all’Ipercoop e abbiamo chiesto al Direttore di fissare di nuovo l’incontro previsto per ieri mattina e rimandato in vista dell’udienza di stamani. Ci farà sapere, ma dovrebbe essere a breve”. La vicenda continua.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-200786210719157623?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/200786210719157623/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=200786210719157623' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/200786210719157623'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/200786210719157623'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/la-cgil-ritira-il-ricorso.html' title='LA CGIL RITIRA IL RICORSO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-214208846784024734</id><published>2008-09-13T14:26:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T14:26:49.369+02:00</updated><title type='text'>"ANCHE SI!!: GRANDE SUCCESSO</title><content type='html'>Risate e tanto divertimento al Teatro del Porto&lt;br /&gt; Anche Si”, spettacolo teatrale finalizzato a raccogliere fondi e a promuovere nuovi progetti per persone disabili, ha avuto un grande successo. Andato in scena lo scorso mercoledì 7 maggio in un Teatro del Porto (Via Negrelli 12) affollato fino all’inverosimile, lo spettacolo diretto da Cecilia Daniselli e Selica Vicidomini ha regalato a tutti i presenti un’ora di sane risate e divertimento. Lo spettacolo teatrale è stato organizzato dall’Associazione Fausto Picchetto Onlus, un’associazione nata circa 2 anni fa in memoria di “un giovane che si è fortemente impegnato sul fronte della disabilità e dei diritti delle persone disabili”. Questi i nomi dei bravi attori che sono intervenuti sul palco: Federico Parlanti, Claudia Mejiani, Emanuele Pezzantini, Pierluigi Squicciarini, Sauro Lecconi, Cristina Guerrazzi, Luca Ranieri, Giordano Orsini, Michela Falchini, Walter Nenci e Silvia Tolli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-214208846784024734?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/214208846784024734/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=214208846784024734' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/214208846784024734'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/214208846784024734'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/anche-si-grande-successo.html' title='&quot;ANCHE SI!!: GRANDE SUCCESSO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6542970641582960450</id><published>2008-09-13T14:25:00.002+02:00</published><updated>2008-09-13T14:25:52.574+02:00</updated><title type='text'>SDL-IPERCOOP: UN ESEMPIO ANCHE PER I COLLEGHI ROMANI</title><content type='html'>Gli echi della battaglia Sdl livornese per la “libertà sindacale” si estendono fino a Genzano di Roma&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La battaglia per la “libertà sindacale” che vede da qualche mese protagonisti i sostenitori del sindacato di base Sdl intercategoriale dei lavoratori dell’Ipercoop di Livorno, è ben conosciuta anche in molte altre parti d’Italia. Negli ultimissimi giorni i lavoratori della Unicoop di Genzano di Roma, appartenenti al sindacato di base Flaica (Federazione Lavoratori Agro-Industria Commercio e Affini Uniti), hanno scioperato “per rivendicare il loro diritto ad eleggere democraticamente una Rappresentanza Sindacale Unitaria”. Nel comunicato della Flaica-Roma si legge: “Senza che nessuno lo sappia, tantomeno i lavoratori, nella notte del 18-09-2007, presenti i vertici della “triplice'” sindacale e della Coop, in gran segreto è stata modificata la normativa sulle RSU permettendo di fatto solo a Cgil-Cisl-Uil di indire i rinnovi delle Rappresentanze Sindacali Unitarie tagliando fuori tutti gli altri sindacati….”. Il principio per cui si battono Flaica e Sdl è perciò lo stesso: i sindacati di base si battono cioè per la libertà di poter eleggere all’interno della Rsu anche candidati non appartenenti alle liste Cgil-Cisl-Uil.  Nel comunicato diffuso dai lavoratori della Unicoop di Genzano si cita anche la sentenza “livornese” del febbraio 2008, sentenza con cui il giudice del lavoro Jacqueline Monica Magi aveva accolto le richieste dei rappresentanti Sdl di poter presentare una loro lista di candidati per l’elezione della Rsu, scrivendo: “il datore di lavoro (e cioè Ipercoop, ndr) ha  messo  in  atto  una  serie  di   attività  costituenti comportamento antisindacale nei confronti di Sdl, tendenti a minare la sua libertà di indire elezioni per costituire RSU”. La sentenza in questione sottolineava inoltre che “Sdl possiede  tutti  i  requisiti per l’indizione e partecipazione con propria lista alle elezioni delle RSU”, e che “Sdl è presente    nell’unità    produttiva,    ha    accettato    la regolamentazione  ed  ha  raccolto  un  numero  di  firme  di lavoratori  pari al 20% degli stessi”: da tutto ciò il giudice del lavoro Magi concluse che  “legittimamente Sdl può quindi  indire  le  elezioni  della  RSU”. Già nel dicembre 2007 Dario Conte, giudice del tribunale del lavoro di Roma, aveva definito “antisindacale” il comportamento della Unicoop Tirreno di Roma che aveva ostacolato la candidatura di rappresentanti della Flaica Uniti-Cub nella Rsu. La battaglia per la “libertà sindacale” vede perciò correre su binari paralleli i destini di molti lavoratori dell’Ipercoop di Livorno e quelli della Unicoop di Genzano di Roma. Nel blog del coordinamento Sdl dell’Ipercoop di Livorno, viene intanto comunicato che “l’incontro con la Direzione si terrà martedì 6 maggio alle ore 10.30”, e che all’ordine del giorno “sono previste le risposte dell’azienda alle nostre richieste di alcuni chiarimenti, presentate nel primo incontro del 7 aprile scorso”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6542970641582960450?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6542970641582960450/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6542970641582960450' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6542970641582960450'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6542970641582960450'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/sdl-ipercoop-un-esempio-anche-per-i.html' title='SDL-IPERCOOP: UN ESEMPIO ANCHE PER I COLLEGHI ROMANI'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-2583158344144283172</id><published>2008-09-13T14:23:00.000+02:00</published><updated>2008-09-13T14:24:39.932+02:00</updated><title type='text'>1 ADOLESCENTE SU 3 VITTIMA DEL BULLISMO</title><content type='html'>Il mondo di Internet sta contribuendo allo sviluppo di una nuova forma di bullismo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il bullismo costituisce uno degli aspetti tipici del mondo della scuola, e sono stati scritti centinaia di libri sull’argomento. I tempi però, come cantava Bob Dylan in “The times they are a-changing”, stanno cambiando, e anche il classico fenomeno del bullismo negli ultimi anni ha subito un cambiamento importante, dovuto alla sempre più massiccia diffusione dei mezzi tecnologici. Oggigiorno il bullismo non si limita più ad essere presente nei giardini e nelle aule delle scuole: esso sta allargando il suo raggio d’azione nell’ormai pervasivo mondo della Rete. Già, Internet. Oggi si inizia a parlare sempre più spesso di Cyberbullismo, ossia di atti di bullismo realizzati grazie all’aiuto delle nuove tecnologie elettroniche. Un esempio?! I sempre più numerosi filmati diffusi su Internet di violenze eseguite a danno delle vittime: al bullo del Duemila non basta più offendere, deridere e picchiare la propria vittima. Egli vuole rendere sempre più manifeste e visibili le sue “guappate” (o presunte tali). E il mondo di Internet glielo permette. Chi non conosce  You Tube, il grande portale di Internet che raccoglie centinaia di filmati girati da “improvvisati registi” di tutto il mondo?! Solamente poche settimane fa fece scalpore il caso del filmato messo su You Tube avente come “protagonista” un ragazzo down picchiato e deriso dai suoi compagni di classe. Roba dell’altro mondo, è vero, ma oggigiorno sempre più spesso “Internet” fa rima con “pericolo” e “cattivo gusto”. Senza contare poi che il fenomeno del “bullismo elettronico” va sempre più frequentemente a braccetto con il fenomeno della progressiva “Internet-dipendenza” degli adolescenti (in America essa sta per essere classificata come vera e propria malattia mentale). Uno studio della rivista Pew Internet &amp;amp; American Life Project rivela che negli Stati Uniti 1 adolescente su 3 è vittima di questa nuova forma di bullismo. I dati relativi alla situazione italiana non si discostano molto da quelli statunitensi. Invio di e-mail minacciose e offensive, diffusione di foto personali privatissime (e a volte piccanti….) senza il consenso della vittima, diffusione sui “diari di rete” (blog) di pettegolezzi e “dicerie” a proposito di una persona determinata: è attraverso queste vie che il bullo di oggi (definito dagli psicologi “bullo elettronico”, o “cyber-bullo”) si prende gioco delle sue malcapitate vittime. La vittima infatti, nell’“era del Grande Fratello” e dei vari reality show, viene  frequentemente messa “on-line”: le prepotenze che subisce vengono registrate con videocamere digitali, videofonini e macchine fotografiche dell’ultima generazione, per poi essere diffuse su Internet. “Si picchia, si deride, e poi si butta tutto su Internet”: è questa la classica frase dei cyber-bulli di oggi. Ciò che subisce la vittima può essere perciò visibile in tutto il mondo, basta collegarsi ad Internet e connettersi a uno dei tanti siti di scambio di files. Alla base di queste nuove forme di bullismo risiede il concetto di “trasmissione elettronica delle informazioni”. Come detto, al cyber-bullo non basta più far violenza su una persona: egli vuole che il maggior numero di persone possibili vengano a conoscenza del suo operato. Detto, fatto. L’atto di bullismo, come ad esempio l’episodio violento, il pettegolezzo offensivo, l’insulto, o la minaccia, vengono immessi nel controverso mondo di Internet. Il bullo ha perciò nuove vie e nuovi strumenti per perseguitare le sue vittime. Attraverso l’uso di questi nuovi strumenti (Peer-to-peer programs, file-sharing, blogs, mms, ecc.), il fenomeno del bullismo è cresciuto in maniera impressionante, varcando velocemente i confini fisici dei corridoi e delle mura delle scuole, per svilupparsi nello spazio ben più indefinito e vasto del web. Le offese, le minacce, gli attacchi verbali, le botte, le aggressioni, episodi assai frequenti all’interno del sistema-scuola, sono stati così trasportati rapidamente nelle pagine web visibili in tutto il mondo. Addirittura, quasi un anno fa, il Ministro Giuseppe Fioroni emanò  la “direttiva sul cyberbullismo”: una serie di linee-guida per cercare di contrastare lo sviluppo del fenomeno. Gli psicologi sostengono che nel 2008 la vittima degli atti di bullismo non trova più sicurezza, come invece accadeva in passato, all’interno della sua casa: “anche le quattro mura domestiche possono infatti essere teatro di violenze e molestie subite via cellulare o via internet”. Sms offensivi, videomessaggi provocatori, pagine web che ritraggono la vittima in situazioni imbarazzanti e poco piacevoli…. “I genitori dovrebbero però contrastare questo fenomeno dilagante, e vegliare maggiormente sull’attività dei loro ragazzi nel mondo di Internet”, sostengono in coro molti psicologi ed esperti di comunicazione. La cosa si fa ancora più allarmante nel caso dei bambini più piccoli. Da un’indagine Eurispes e Telefono Azzurro emerge infatti che 1 bambino su 3 si connette ad Internet in assenza del controllo dei propri genitori: il 20% di questi ha affermato di esser stato vittima di molestie in Rete.&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-2583158344144283172?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/2583158344144283172/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=2583158344144283172' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2583158344144283172'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2583158344144283172'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/1-adolescente-su-3-vittima-del-bullismo.html' title='1 ADOLESCENTE SU 3 VITTIMA DEL BULLISMO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-2413799472057273207</id><published>2008-09-13T14:22:00.000+02:00</published><updated>2008-09-13T14:23:02.664+02:00</updated><title type='text'>FIACCOLATA PER DIRE "NO" ALLE MORTI BIANCHE</title><content type='html'>Partirà da P.zza Mazzini e si concluderà alla Terrazza Mascagni&lt;br /&gt;FIACCOLATA PER LA SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cgil, Cisl e Uil organizzano una fiaccolata per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo scottante tema della sicurezza nei posti di lavoro. “Più lavoro, più sicurezza”: sarà questo lo slogan che unirà dalle 20.30 del 30 aprile prossimo tutti i cittadini che parteciperanno alla fiaccolata che partirà da Piazza Mazzini e che si concluderà alla Terrazza Mascagni. Gli organizzatori ci tengono ad evidenziare che “in un momento particolarmente delicato a causa della forte precarietà e delle tante morti nei luoghi di lavoro, la stabilità e la sicurezza sono obiettivi prioritari del sindacato per dare prospettive al mondo del lavoro, affinchè non succeda mai più che si muoia di o per il lavoro”. I dati riguardanti le morti sul posto di lavoro, le cosiddette “morti bianche”, con riferimento ai primi mesi del 2008, sono preoccupanti: più di 200 vittime nei primi quattro mesi del 2008. Secondo un recente studio Eurispes avente ad oggetto il periodo 2003-2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sarebbero stati ben 5.252: “un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti”. Una recente ricerca promossa dall’Inail evidenzia comunque nel 2007 una diminuzione di “morti bianche” del 6% rispetto al 2006.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-2413799472057273207?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/2413799472057273207/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=2413799472057273207' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2413799472057273207'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2413799472057273207'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/fiaccolata-per-dire-no-alle-morti.html' title='FIACCOLATA PER DIRE &quot;NO&quot; ALLE MORTI BIANCHE'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-7982046493393996966</id><published>2008-09-13T14:19:00.000+02:00</published><updated>2008-09-13T14:20:29.947+02:00</updated><title type='text'>GLI INSEGNANTI LIVORNESI? HANNO GRANDE PROFESSIONALITA'</title><content type='html'>Si è tenuta all’ITIS Galilei di Livorno la “Giornata regionale del benessere dello studente”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Gli insegnanti livornesi, da quelli degli asili nido fino a quelli delle scuole superiori, sono dotati di grande professionalità, e l’aver scelto proprio Livorno come sede toscana di questa iniziativa è una sorta di riconoscimento per il duro e complesso lavoro che essi svolgono ogni giorno”. A dirlo è l’Onorevole Marida Bolognesi, consigliere del Ministro della Pubblica Istruzione, durante la Giornata regionale del benessere dello studente, che si è tenuta lo scorso 7 aprile nell’aula magna dell’Istituto tecnico industriale di Livorno, in via Galilei 66. La Giornata nazionale del benessere dello studente, promossa dal Ministero della Pubblica Istruzione in collaborazione con il Ministero della Salute, è una delle molte iniziative che fanno parte del Piano triennale (2007-2010) nazionale “A scuola di salute”, lanciato dal ministro Fioroni: “Il benessere diventa centrale nella formazione degli studenti perché stare bene con se stessi e con gli altri è anche un modo per avere maggiori opportunità nella formazione, nel lavoro, nelle scelte della vita”. Come si legge nel manifesto programmatico del progetto (www.benesserestudente.it): “L’impegno comune è quello di realizzare percorsi sperimentali, ricerche e programmi operativi per diffondere la cultura della salute, del benessere e migliorare la qualità della vita all’interno del sistema scolastico”. Alla manifestazione hanno partecipato molte autorità e molti studenti, di tutte le età. Romano Gori, dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale, ha evidenziato che “circa una ventina di scuole, tra Livorno e provincia, hanno organizzato nel corso di quest’anno scolastico ben 51 progetti educativi!”. Cifre da record, quindi. Alla manifestazione è intervenuto anche Domenico Mannino, Prefetto di Livorno, il quale ha messo in evidenza come “oggigiorno l’alimentazione sbagliata costituisce uno degli aspetti della nostra società su cui è doveroso riflettere”. Il Prefetto ha anche tempo per lanciare una frecciatina: “spero vivamente che venga inserita di nuovo nei piani scolastici nazionali la materia che un tempo veniva denominata educazione civica…sarebbe molto importante”. Nicola Zito, Questore di Livorno, ha voluto evidenziare che “anche una semplice partitella di calcio fra bambini piccoli è sufficiente per iniziare a imprimere nella loro testa il concetto di legalità e di rispetto delle norme, basta far loro notare che quell’attività che essi stanno facendo necessita di semplici regole che devono essere rispettate”. Monica Giuntini, Vice Presidente della Provincia di Livorno, ha elogiato tutta la rete scolastica provinciale, mettendo in risalto la grande collaborazione tra “istituzioni centrali e periferiche. All’incontro ha partecipato anche Carla Roncaglia, Assessore alle Politiche Educative del Comune di Livorno: “oggigiorno la scuola è diventato il luogo esclusivo per il confronto tra ragazzi e adulti…fuori dell’ambito scolastico, questo tipo di confronto viene sempre di più a mancare”. L’analisi della Roncaglia è serrata: “la scuola oggi è diventato un luogo sempre più complesso, nel senso che gli studenti non si limitano ad apprendere solamente delle nozioni, bensì imparano anche a relazionarsi con gli altri”. Luciano Lessi, referente provinciale del Piano del Benessere dello Studente, ha voluto elogiare il Questore di Livorno, poiché “è riuscito a mettere perfettamente a loro agio i ragazzi della Consulta studentesca, diventando per loro una sorta di amico fidato, con il quale è possibile parlare in perfetta serenità”. Poi è stato il momento del Ciaf “E. Fagni” di Livorno, che è stato premiato dall’Ufficio Scolastico Provinciale di Livorno per il grande lavoro svolto nel territorio. Un’emozionatissima Serenella Cipolli, responsabile del Ciaf “E. Fagni”, ha ritirato il premio dalle mani di Romano Gori. Momento di grandi soddisfazioni e riconoscimenti per il Ciaf di Livorno, che solamente pochi giorni fa è stato premiato a Roma dal Ministro per le Politiche della Famiglia con il “Premio Amico della Famiglia 2007”. Lo psicopedagogista del Comune Mauro Pardini, da anni collaboratore con il Ciaf , ha messo in evidenza che “chi lavora al Ciaf vuole aiutare i genitori a fare i genitori, senza la pretesa di voler insegnar loro come si fa ad essere un buon genitore”. Pardini taglia corto: “con il nostro intervento vogliamo solamente rendere i genitori più coscienti”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-7982046493393996966?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/7982046493393996966/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=7982046493393996966' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7982046493393996966'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7982046493393996966'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/gli-insegnanti-livornesi-hanno-grande.html' title='GLI INSEGNANTI LIVORNESI? HANNO GRANDE PROFESSIONALITA&apos;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-7005265229396151055</id><published>2008-09-13T13:16:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T13:17:14.938+02:00</updated><title type='text'>ASSOCIAZIONE LIVORNESE RIEVOCAZIONI STORICHE</title><content type='html'>“Vivere la storia in un modo diverso”. Con queste parole Piercarlo Bernini, fondatore nel 2004 insieme a Giacomo Del Gamba dell’Associazione livornese rievocazioni storiche, spiega la passione per la ricostruzione di vicende avvenute circa duecento anni fa. L’associazione, che conta una dozzina di iscritti, si propone di far rivivere in ogni minimo dettaglio le battaglie e i modi di agire di due reggimenti specifici: la fanteria austriaca I.R. 58 e i “Bersaglieri della morte” di Sgarallino. Il gruppo vanta già diverse presenze in importanti manifestazioni. I fondatori dell’associazione infatti, evidenziano che “riproducendo le gesta del reggimento 58, che aveva come zona di coscrizione la Galizia, e che si guadagnò alcune medaglie d'argento al valore nei primi anni dell’Ottocento, partecipiamo alle più importanti manifestazioni europee di ricostruzione storica del periodo napoleonico”. Per quanto riguarda invece i “Bersaglieri della morte”, i responsabili dell’associazione sottolineano che la ricostruzione delle gesta di questo corpo militare volontario mira a “far rivivere l’operato di un reggimento che non si distinse solamente nella difesa di Livorno del 1849, ma che si rese protagonista in molte imprese per l’unità d’Italia, e non solo”.&lt;br /&gt;Piercarlo Bernini, presidente dell’associazione, evidenzia: “La nostra prima esibizione è avvenuta nel maggio 2005, in occasione della rievocazione della difesa della città di Livorno in opposizione all’invasione austriaca avvenuta il 10 e l’11 maggio 1849”. “Da quel momento – continua Bernini – l’attività dell’associazione è aumentata progressivamente, grazie anche alla collaborazione con gruppi di rievocazione storica provenienti da tutta Europa”. “Abbiamo dei contatti stretti soprattutto con associazioni polacche e austriache”, aggiunge Bernini. Giacomo Del Gamba sottolinea che “alla base dell’attività dell’associazione c’è un grande amore per la storia, e soprattutto la curiosità e il desiderio di rivivere le sensazioni e gli stati d’animo di quei periodi”. I fondatori dell’associazione aggiungono che “spesso siamo stati considerati filomilitaristi e amanti della guerra: niente di più sbagliato e assurdo”. Su questo punto Del Gamba vuole precisare: “Tutti i membri dell’associazione sono pacifisti convinti, e ripudiano la guerra in ogni suo aspetto”.&lt;br /&gt;Le uniformi che vengono utilizzate durante le rievocazioni sono delle riproduzioni fedeli alle originali, curate in ogni minimo dettaglio. “Le uniformi sono state realizzate da sarti molto esperti sulla base dei disegni dell’epoca – continua Bernini – e le repliche dei moschetti sono state comprate da ditte specializzate in questo settore”. Le rappresentazioni vengono rese ancora più spettacolari dall’utilizzo delle armi. Bernini precisa che “le armi utilizzate durante le manifestazioni sono caricate a salve”, e che “per utilizzarle serve comunque la licenza”. Il presidente dell’associazione tiene comunque a precisare: “Non è assolutamente obbligatorio sfilare durante un evento imbracciando un fucile. Bisogna però dire che, senza dubbio, l’uso dell’arma e il rumore generato dallo sparo contribuisce alla veridicità della rappresentazione”. “Le fibbie – prosegue Del Gamba – ce le facciamo spedire appositamente da una ditta della Baviera”. La cura dei particolari è davvero curata, e si basa su ricerche e studi molto dettagliati: “Per far parte della fanteria austriaca I. R. 58, bisogna conoscere almeno alcune espressioni della lingua tedesca, poiché gli ordini ai soldati durante le rappresentazioni sono urlati proprio in quella lingua, ciò per rendere ancora più realistica l’intera rappresentazione”. Lo studio dei ‘movimenti di battaglia’ da compiere durante la rappresentazione è un altro degli aspetti su cui si concentra l’attenzione di Bernini e Del Gamba. Del Gamba evidenzia a tal proposito che “soprattutto per quanto riguarda la riproduzione del tipico movimento della fanteria austriaca, sono state necessari parecchi approfondimenti”. Ma quanto costa complessivamente un’uniforme, comprensiva di fucile caricato a salve e elmetto? “Le uniformi complete, che vengono fornite ai soci direttamente dall’associazione – spiega Del Gamba – costano circa tremila euro: solamente il fucile ne costa mille, mentre per un elmetto si arrivano a spendere anche duecento euro”.&lt;br /&gt;L’anno scorso, l’associazione rievocazioni storiche livornese ha effettuato delle rappresentazioni nella Repubblica Ceca, in Slovacchia, in Polonia e in Austria. Proprio in riferimento all’uscita di Bratislava, nella repubblica Slovacca, Del Gamba ricorda: “E’ stato un evento che mi ha dato delle grandi emozioni, forse è stata la rappresentazione più riuscita che abbiamo mai realizzato. E’ stata davvero molto realistica”. Quest’anno invece Bernini e Del Gamba hanno già partecipato a delle rievocazioni a Tolentino, nella città ungherese di Szolnok, e hanno preso parte anche alla manifestazione “Livorno Risorgimentale”. “Alla base della nostra attività – continuano i responsabili dell’associazione – si trova anche la voglia di fare sempre nuove amicizie e di condividere con più gente possibile questa grande passione che abbiamo”. Del Gamba, il quale in passato ha fatto parte di un gruppo di appassionati di rievocazioni medievali, spiega che “grazie a Internet siamo in grado di giungere in possesso in tempo rapido di molte informazioni riguardanti gli stili di vita dell’epoca”, e che “è molto più facile entrare in contatto con altri gruppi di rievocazione storiche e stringere delle collaborazioni”. Esiste però anche il rovescio della medaglia: “Avendo a disposizione molti documenti trattanti il periodo storico di nostro interesse – continua Del Gamba – è anche più difficile riuscire ad avvicinarsi ad una rappresentazione il più possibile aderente all’originale”. Bernini e Del Gamba evidenziano che “si possono iscrivere tutti, l’iscrizione e la partecipazione alle manifestazioni è libera”, e aggiungono che “è possibile effettuare una prova, su semplice richiesta, partecipando ad una o due rievocazioni tra quelle in programma”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso su "Il Corriere di Livorno" il 24 luglio 2008&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-7005265229396151055?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/7005265229396151055/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=7005265229396151055' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7005265229396151055'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7005265229396151055'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/associazione-livornese-rievocazioni.html' title='ASSOCIAZIONE LIVORNESE RIEVOCAZIONI STORICHE'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5642168857798600822</id><published>2008-09-13T13:14:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T13:15:23.792+02:00</updated><title type='text'>ASSOCIAZIONE LIVORNESE "AMICI DEL CUORE"</title><content type='html'>“Secondo gli ultimi dati disponibili, la nostra città è al primo posto in Toscana per il numero di infarti che colpiscono le donne, mentre è al secondo per quanto riguarda gli uomini”. A dirlo è il cardiologo Glauco Magini, ex primario dell’unità operativa di cardiologia dell’ospedale, adesso vicepresidente dell’associazione livornese “Amici del cuore”. “E’ molto importante riuscire a prevenire le malattie cardiovascolari – continua Glauco Magini – poiché sono le più importanti cause di morte e invalidità nei paesi occidentali”. I responsabili dell’associazione evidenziano infatti che “in Italia, ogni anno 235.000 persone muoiono per queste patologie e 160.000 persone di età compresa tra 35 e 64 anni, sono colpite da attacco cardiaco”, e che “di queste, una su quattro non sopravvive e, in più della metà dei casi, la morte avviene prima di raggiungere l’ospedale, per morte improvvisa”. L’associazione, fondata circa dieci anni fa dal generoso ingegnere Antonio Pacella, mira proprio a diffondere la cultura della prevenzione e la promozione dell’educazione sanitaria. Il dottor Magini spiega che “moltissimi pazienti che avevano avuto un infarto, una volta che venivano dimessi dall’ospedale, tendevano nel lungo periodo a non seguire più uno stile di vita idoneo a chi aveva avuto dei seri problemi cardiaci, vanificando così i risultati di quelle cure intensive che gli erano state somministrate poco dopo l’infarto”. Il dottor Giorgio Pancrazi, attuale presidente dell’associazione, dedicando il decennale di vita dell’associazione alla memoria dell’ingegner Pacella, scomparso recentemente, sottolinea inoltre che “molti pazienti livornesi che avevano avuto un infarto, erano costretti a fare la riabilitazione a Pisa o a Volterra, dovendo fare ogni volta molti chilometri con la macchina”. “Volevamo che i pazienti di Livorno potessero disporre di un centro di riabilitazione più vicino a casa loro – continua Pancrazi – ecco un altro motivo che spinse nel 1998 l’ingegnere Pacella, insieme ad una ventina di altri soggetti, a fondare questa associazione”. Nei primissimi mesi di vita, l’associazione usufruiva di alcuni servizi messi gentilmente a disposizione dalla Lega tumori di Livorno. Piano piano però, l’organizzazione degli ‘Amici del cuore’ diventa sempre più solida, e le attività si moltiplicano. Dal 1999 l’associazione ‘Amici del cuore’ organizza un servizio di ginnastica riabilitativa e di prevenzione secondaria per cardiopatici. “I corsi di attività fisica inizialmente tenuti nelle palestre comunali, erano frequentati allora da circa venti pazienti;  attualmente – sottolinenano i responsabili dell’associazione - nella nostra sede sono seguiti da oltre cento soci. E ancora: “Nel  2003 abbiamo stipulato una convenzione con la A.u.s.l. di Livorno, per cui abbiamo ottenuto, oltre alla segreteria in ospedale,  una palestra con bagni, docce e spogliatoi e con annesso ambulatorio, dedicata alle nostre attività di riabilitazione, presso il distretto di via del Mare”. Le attività dell’associazione sono molteplici: corsi di riabilitazione cardiologica, controlli clinici periodici, corsi di pronto soccorso cardiologico e uso dei defibrillatori semi-automatici, oltre al servizio di cardiologia preventiva con valutazione iniziale personale del rischio cardiologico. Scopo dell’associazione è anche quello di “collaborare con gli enti o le istituzioni che svolgono attività di ricerca scientifica in ambito cardiologico ed organizzare studi e convegni di aggiornamento o di divulgazione, e favorire il contatto e l’interscambio tra i soci, i medici e le strutture cardiologiche”. Il dottor Magini evidenzia la grande importanza della cultura della prevenzione, e spiega che per condurre uno stile di vita ’salva cuore’, “è fondamentale che i cittadini siano bene a conoscenza dei gravi danni provocati dal fumo, dell’importanza di mantenere un adeguato peso corporeo e di svolgere regolarmente attività fisica”. “Prevenire non solo è meglio che curare – continua l’ex primario dell’Utic - ma è più efficace, meno doloroso e quindi più intelligente”. L’associazione ha anche donato alla città due defibrillatori semi-automatici, ossia degli strumenti fondamentali per cercare di salvare una persona colpita da arresto cardiaco. A tal proposito, il dottor Giorgio Pancrazi evidenzia: “Abbiamo recentemente donato all’assessorato per lo sport un defibrillatore per il Campo scuola e uno per il complesso sportivo La Bastia. A settembre ne doneremo un altro alla piscina Camalich. Nel caso di arresto cardiaco, in tre o quattro minuti si decide la vita di una persona, è opportuno quindi che la maggior parte dei luoghi ad alta concentrazione di persone, come ad esempio i centri sportivi o i centri commerciali, dispongano di questi importantissimi strumenti, strumenti che se correttamente utilizzati in tempo possono salvare la vita”. L’associazione, al fine di promuovere uno stile di vita ‘salva cuore’, è presente a molte manifestazioni con il suo ‘Cardio-camper’, un camper allestito con tutti gli strumenti necessari per il monitoraggio della salute cardiaca: “Nel 2004, ad esempio, in occasione del trofeo Accademia Navale, siamo stati presenti in porto con il Cardio-camper, e abbiamo eseguito gratuitamente visite cardiologiche ed elettrocardiogrammi, abbiamo dato dei consigli sul corretto stile di vita e abbiamo distribuito materiale di educazione alla prevenzione delle malattie cardio-vascolari”. I soci dell’associazione sono impegnati ogni anno, a novembre, nella vendita delle ‘noci del cuore’; si tratta di una campagna per sensibilizzare le persone sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari, e per raccogliere fondi necessari alla ricerca. Nel prossimo futuro l’associazione vorrebbe stringere il proprio rapporto con i giovani e con le scuole, al fine di diffondere sempre di più la cultura della prevenzione. A tal proposito, il dottor Pancrazi spiega che “vorremo tenere dei piccoli corsi di primo soccorso nelle scuole superiori, e istruire il maggior numero di persone possibili ad utilizzare i defibrillatori semiautomatici”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso su "Il Corriere di Livorno" il 26 luglio 2008&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5642168857798600822?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5642168857798600822/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5642168857798600822' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5642168857798600822'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5642168857798600822'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/associazione-livornese-amici-del-cuore.html' title='ASSOCIAZIONE LIVORNESE &quot;AMICI DEL CUORE&quot;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6224242097068605461</id><published>2008-09-13T13:12:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T13:13:58.403+02:00</updated><title type='text'>INTERVISTA A DON LUCIANO CANTINI</title><content type='html'>Il livornese don Luciano Cantini, oggi sessantenne, dopo esser stato per più di dieci anni parroco della parrocchia di S. Agostino, è stato nominato nel settembre del 2006 come direttore nazionale dell’Ufficio per la pastorale dei fieranti e dei circensi della fondazione Migrantes, l’organismo della conferenza episcopale italiana che si occupa della pastorale migratoria. La sua passione per il circo e la nascita dell’amicizia con Don Franco Baroni, il precedente incaricato nazionale della pastorale dei circensi, lo hanno portato in passato a vestire i panni di ‘Pompelmo’, il prete-clown che portava il Vangelo nel circo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lei è il direttore dell'Ufficio per la pastorale dei fieranti e dei circensi. Di che cosa si occupa?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Gli ambiti in cui opero sono essenzialmente tre. Il primo riguarda la pastorale diretta, ossia l’andare a trovare i membri delle famiglie dei circhi e dei lunapark d’Italia per sostenerle nel lavoro e nella loro vita umana e cristiana. Contrariamente alle aspettative, questo è il campo a cui dedico meno tempo. Il tempo maggiore è infatti dedicato alla formazione e al coordinamento dei vari operatori pastorali che si impegnano in questi settori nelle diverse regioni italiane. Il tempo rimanente lo impiego nella promozione di questo tipo di pastorale nei luoghi in cui essa è assente”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Chi è “Pompelmo”? Quando nasce l’idea di portare il Vangelo nel circo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Pompelmo era il mio nome d’arte quando facevo dei piccoli numeri come clown nei circhi. Sin da bambino ero attratto da questo meraviglioso mondo. Il servizio come prete presso i circhi nasce quasi per caso: la passione per questo tipo di spettacolo si è incrociata con la conoscenza di don Franco Baroni di Lucca, il quale mi ha introdotto e fatto conoscere. Quindici anni fa ci ha lasciato e mi è rimasta questa eredità. Pompelmo nasce per caso con l’esigenza di dare un segno di partecipazione e di apprezzamento. Adesso i rapporti sono tali da non aver più bisogno di segni di questo tipo e da diversi anni Pompelmo è tornato nel baule in cantina”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lei sostiene che il circo parla di Dio. Perché?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Dio trova sempre modi e percorsi per parlare agli uomini, modi e percorsi che non sempre entrano nella categoria del ‘religioso’. Io sono convinto che il Signore ha accompagnato le carovane da sempre, nascosto come ai discepoli di Emmaus, ma non meno reale, e come i discepoli poi sono andati a raccontare la loro esperienza agli apostoli a Gerusalemme, così la gente delle carovane racconta l’opera stupenda che Dio ha compiuto con loro attraverso il loro lavoro e il loro stesso modo di essere. Noi “fermi” abbiamo perso la “leggerezza” della vita che invece è testimoniata da chi vive su ruote e tiene la propria vita appesa ad un filo. Ci siamo appesantiti di cose ed esigenze, spesso inutili. La testimonianza della gente del circo è quella di una vita semplice, che vive del quotidiano lavoro, che sa affidarsi alla provvidenza”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nello scorso settembre, in occasione della tragica morte a Livorno di quattro bambini rom, ha affermato: “Mi ricordavo una Livorno solidale..Oggi Livorno non c’è stata al di là delle Istituzioni e del volontariato. I livornesi non c’erano. Non c’era la città, non c’era la Comunità ecclesiale, non c’era il popolo solidale di sempre, non c’era il cuore di Livorno”. Livorno non è più la città accogliente e tollerante di qualche anno fa? Sta cambiando qualcosa nel cuore e nella mente dei livornesi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Questo non lo so. Noi tutti si sta cambiando, i nostri rapporti interpersonali stanno cambiando, c’è più egoismo, più paura dell’altro. Non mi è chiaro quanto tutto questo sia reale o indotto con una attenta operazione di marketing. Un tempo si diceva ‘divide et impera’: frammentare l’opposizione in modo che non si riunisca per combattere un nemico comune. I grandi poteri politici e economici, attraverso i mezzi di comunicazione, stanno inducendo la massa a credere di avere bisogno di determinate cose per vivere meglio. Questi poteri generano dei falsi bisogni nelle persone, le quali di conseguenza sono spinte a rispondere nelle maniere consigliate dai poteri stessi. Un esempio? La televisione continua da tempo a bombardare le persone con messaggi che sottolineano il grande senso di insicurezza e paura degli italiani. La conseguenza è stato l’impiego di circa tremila militari, chiamati a pattugliare e sorvegliare le città. Ma siamo davvero certi che le persone siano realmente insicure, o che si sentano poco protette? La stessa cosa avviene quando la televisione ci dice che bisogna usare un determinato detersivo per rendere più puliti i nostri tessuti: molto spesso, il giorno dopo andiamo a comprare proprio quel detersivo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Viviamo nella società dei grandi mezzi di comunicazione di massa. I giovani sono ancora in grado di produrre un pensiero critico e autonomo? Hanno ancora degli ideali? O le loro menti sono troppo distratte dai continui messaggi superficiali lanciati dalla televisione?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Sono tornato alcuni giorni fa dalla Giornata mondiale della gioventù che si è tenuta a Sydney. Proprio in questo contesto, ho avuto la conferma che i giovani hanno grandi potenzialità e senso critico. A Sidney si è visto una gioventù mondiale con un entusiasmo da stadio, capace di sorprendere in positivo una città ed una intera nazione. Un entusiasmo composto, rispettoso, educato. La voglia di far festa e di sentirsi vicini era davvero grande e contagiosa. Siamo stati anche provocati da diversi gruppetti di persone che volevano venderci dei preservativi, ma non abbiamo di certo abboccato. I giovani hanno dentro di sé molte risorse, dobbiamo metter loro nelle condizioni migliori per valorizzarle”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Che ricordo ha di Don Betti? Cosa le ha insegnato?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Di lui ricordo soprattutto la dedizione agli altri e la cura delle cose semplici. Ricordo la grande attenzione e il grande amore nei confronti dei bambini, oppure la grande importanza che dava al dialogo con le persone. Don Betti era un uomo estremamente semplice e gentile, con tutti. Queste cose hanno riempito il cuore della gente”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Qual è il ricordo più bello della sua esperienza come parroco a S. Agostino?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Ho mille ricordi di questa esperienza bellissima. Porterò sempre nel mio cuore sicuramente il rapporto franco e cordiale con le persone, e la grande disponibilità all’ascolto reciproco”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso su "Il Corriere di Livorno" il 25 agosto 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6224242097068605461?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6224242097068605461/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6224242097068605461' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6224242097068605461'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6224242097068605461'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/intervista-don-luciano-cantini.html' title='INTERVISTA A DON LUCIANO CANTINI'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-8378158307233044237</id><published>2008-09-13T13:09:00.002+02:00</published><updated>2008-09-13T13:12:07.244+02:00</updated><title type='text'>INTERVISTA AL DR. MARIO MENGHERI</title><content type='html'>Mario Mengheri, oltre ad essere psicoterapeuta e psicologo analista junghiano, è il presidente dell’Airp, l’Associazione italiana per lo studio e la ricerca in psicosomatica. Si è formato ed ha lavorato a Zurigo, Pisa, Siena, Roma, Firenze. E’ docente del corso di perfezionamento in ‘Promozione della salute’ alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Siena. Ha all’attivo circa cento pubblicazioni che spaziano dalla psicologia generale alla psicologia del profondo. Il dottor Mengheri ha fondato a Livorno la scuola di formazione in ‘Counselor e promotore della salute’. In qualità di formatore lavora in numerose istituzioni toscane e, privatamente, a Livorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A fine ottobre inizierà il corso di Counseling ad approccio integrato promosso dall’Associazione Italiana per lo studio e la Ricerca in Psicosomatica (Airp), corso di cui lei è il responsabile scientifico. Chi è, a grandi linee, il counselor? Quali sono le differenze principali tra psicologo e counselor?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Il corso di counseling si pone l'obiettivo di preparare operatori che sappiano collocare la relazione di aiuto nella prospettiva della promozione del benessere e della salute. La funzione primaria del counselor risiede nelle capacità di ascolto attivo delle problematiche proposte dal cliente e nella loro riformulazione, in modo da mettere in contatto la persona con le proprie risorse interne positive: tutto ciò al fine di ristrutturare, se non risolvere, le proprie difficoltà. Questo è possibile grazie al raggiungimento di una maggiore consapevolezza riguardo al proprio ‘mondo interno’: chi siamo, che ruoli abbiamo, quali sono le nostre identità, e molto altro. Il counselor, come figura professionale, è conosciuto in America da sessant’anni, in Italia invece solo da diciotto. Psicologo e counselor sono due figure professionali che non si sovrappongono, ma si integrano. Mentre il primo interviene sulla patologia o sul disagio del paziente, utilizzando strumenti di osservazione, diagnosi e interventi di sostegno e consulenza che possono essere anche di ampio respiro, il counselor concentra il proprio intervento sul ‘qui ed ora’ di un disagio che il cliente avverte in determinate situazioni della propria esistenza. Gli incontri sono limitati nel tempo (venti o trenta al massimo), in quanto l’obiettivo del counselor è quello di lavorare esclusivamente sulla situazione contingente”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Perché si dovrebbe chiedere aiuto ad un counselor?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“L’economia è cambiata. Ci sono meno soldi in giro e una figura che possa essere di supporto ad un basso costo ed in tempi relativamente rapidi coincide con le attuali e reali esigenze economiche. Il mondo attuale è sempre più frenetico, e si ha sempre meno tempo, spazio e denaro da dedicare a sé stessi: sostenere psicoterapie o percorsi psicologici di lunga durata diviene sempre più difficile. Il counselor è una valida ed attuale risorsa per coloro (singoli individui, coppie o gruppi) che hanno bisogno di un ascolto  professionale, sia in ambito privato che in quello pubblico (ospedali, banche, aziende, enti pubblici, tribunali, comunità educative e di recupero)”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nei suoi libri analizza spesso il rapporto genitori-figli. Quali sono le regole principali per essere un buon genitore?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Il genitore deve principalmente possedere la capacità di interagire con il proprio figlio nel momento in cui le emozioni diventano più intense. L’essenza dell’essere genitori consiste nell’esserci in un modo particolare, quando esserci conta davvero. Un buon genitore non deve scendere a compromessi col figlio (anche se questi ultimi  servono a farlo crescere) divenendo un genitore permissivo, né porsi come genitore repressivo o autoritario, perché entrambi questi due stili educativi hanno lo stesso effetto deleterio. La cosiddetta ‘bizza’ o rigida presa di posizione del figlio altro non sono che tentativi di separarsi o rendersi autonomi dalle figure genitoriali. In questo senso, quei comportamenti devono essere, se non accolti, quanto meno capiti affinché non si esasperi la relazione. L’autonomia si raggiunge sempre mettendo in discussione la relazione con gli altri. Anche il dilagare di alcune patologie, quali ad esempio i disturbi del comportamento alimentare o le chiusure verso il mondo, altro non sono che manifestazioni e tentativi di ricerca di autonomia. Un primo passo verso la propria libertà consiste talvolta nell’omologarsi al comportamento del gruppo dei pari fino ad assumere anche sostanze psicoattive o atteggiamenti di imitazione (piercing o tatuaggi) che possono tranquillizzarci e illuderci di essere in comunione al gruppo sociale e più separati dai genitori: più vicini ad una nostra, al momento ipotetica, libertà. Sono passi da non sottovalutare: più che indicizzarli e mortificarli vanno tenuti in opportuno conto. Solo attraverso il dialogo e il confronto con i figli si può pensare di avvicinarsi a loro e migliorare la relazione”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Come contrastare il dilagante fenomeno del bullismo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Per contrastare e prevenire questo fenomeno sempre più diffuso è possibile ricorrere ad un’ampia gamma di interventi, da quelli più generali che chiamano in causa istituzioni come i Ministeri della scuola, dell’educazione e della salute, e che promuovono progetti di prevenzione trasversale a livello scolastico, ad altri più specifici di prevenzione selettiva, indirizzati a gruppi a rischio, come per esempio le classi nate dall’incontro tra gruppi diversi o in cui è presente un elemento di debolezza o diversità particolarmente forte. Tra i possibili interventi, si possono ricordare quelli orientati all’ascolto dei bisogni individuali (counseling alla classe operato da docenti interni o da personale esterno alla scuola), e quelli orientati all’addestramento alle abilità sociali: questi ultimi interventi prevedono di agire direttamente sui soggetti designati come bulli e come vittime, i cui comportamenti disadattivi sono considerati il frutto di specifici deficit socio-cognitivi ed emotivi che si ritiene possano essere ‘corretti’. Infine la cosiddetta ‘peer-education’, che si basa sulla possibilità di utilizzare i pari come agenti di cambiamento, facendo leva su quelle che sono le naturali attitudini prosociali dei ragazzi, ossia la loro capacità di provare empatia e di mettersi nei panni di un compagno meno fortunato di loro. Per combattere questo fenomeno l’Airp ha in atto un programma che ci ha visto impegnati da due anni con insegnanti, genitori e allievi di  scuole livornesi sia elementari che medie inferiori e superiori”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lei è esperto anche di Sand Play Therapy. Che cos’è il gioco della sabbia?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“La Sand Play Therapy, o Terapia del gioco della sabbia, consiste in un’originale terapia che utilizza la sabbia come mezzo per capire e curare i disturbi di chi soffre (ragazzi e adolescenti con disturbi alimentari come bulimia e anoressia, ma anche psicosi di bambini che hanno subito abusi e violenze). Questa tecnica procede dalla concezione della psiche di Jung e si avvale della metodica ideata dalla sua allieva, Dora Kalff. La Sand Play Therapy offre l'opportunità di proiettare all'esterno ciò che accade internamente al soggetto, mettendo così in atto non soltanto dinamiche fra conscio e inconscio, ma anche tra mondo interno e realtà esterna, fra l'astratto ed il concreto. Questa metodica è molto applicata nel recupero della relazione madre-bambino, facendo lavorare appunto le parti interessate insieme, sulla sabbiera, in presenza dello specialista. Nel concreto, nella stanza della terapia vi sono scaffali contenenti numerosi oggetti in miniatura che rappresentano oggetti della vita quotidiana (personaggi, animali, edifici, alberi e altro), immagini del sacro (appartenenti al maggior numero possibile di sentieri spirituali) e figure fantastiche (gnomi, fate, streghe). Ci sono inoltre due contenitori di sabbia con fondo celeste dalle dimensioni fisse e predefinite, uno contenente sabbia bagnata, l'altro sabbia asciutta: in questo modo il paziente può fare esperienza dei quattro elementi che si trovano in natura: acqua, fuoco, aria e terra. Nel ‘Gioco della sabbia’ viene enfatizzato l'atteggiamento di contemplazione intuitivo delle immagini che scaturiscono dal vuoto della sabbiera, atteggiamento che è sincronico al vuoto e al silenzio interiore del paziente e del terapeuta. Seguendo i contenuti che emergono dal paziente, lo psicologo analista permette il confronto tra coscienza ed inconscio, favorendo l'integrazione psichica e il recupero del rapporto con il Sé individuale originario”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso sul quotidiano "Il Corriere di Livorno"&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-8378158307233044237?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/8378158307233044237/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=8378158307233044237' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8378158307233044237'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8378158307233044237'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/intervista-al-dr-mario-mengheri.html' title='INTERVISTA AL DR. MARIO MENGHERI'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-9202204553501965731</id><published>2008-09-13T13:07:00.000+02:00</published><updated>2008-09-13T13:08:52.377+02:00</updated><title type='text'>IL CAFFE' DELLA FILOSOFIA.</title><content type='html'>Il ‘caffè della filosofia’ è un’iniziativa lanciata circa tre anni fa dall’associazione culturale Schopenhauer Café, sulla base dell’esperienza degli storici incontri a carattere filosofico nati in Francia intorno al 1700. Il ‘caffè della filosofia’ tutto livornese proposto dallo Schopenhauer Café si avvicina per la sua organizzazione e sistematizzazione ai più recenti “Café Philo” descritti agli inizi degli anni Novanta dal filosofo francese Marc Sautet. Lo Schopenhauer Café, nato dalle ceneri del Centro culturale polivalente di via degli Asili, è un’associazione culturale che mira a essere, secondo le parole degli stessi responsabili, “uno spazio neutrale, aperto alla discussione e allo scambio di idee, un diverso modello di aggregazione  per un centro che ha come proprio target  non solo giovani, ma segmenti diversi di una possibile aggregazione sociale”. Coordinatore del ‘Philo café’ livornese è Giancarlo Sacripanti, da ben trentacinque anni docente di filosofia, il quale subito precisa: “Nessun argomento è filosofico in sé, ma ogni argomento può essere trattato filosoficamente. Nei nostri incontri non parliamo di filosofia pura o accademica, bensì discutiamo apertamente e liberamente su temi a largo respiro”. I primi dibattiti a carattere filosofico si sono tenuti nel 2005 nella sede dello Schopenhauer Cafè di via degli Asili 45, facendo contare la presenza  media di una quarantina di persone. “Non ci aspettavamo così tanto pubblico – spiega Sacripanti – questo è il segno evidente che nella nostra città c’è una grande voglia di confrontarsi e di discutere apertamente. C’è voglia di partecipare, di sapere, c’è grande curiosità, ma c’è anche tanta voglia di ascoltare e di essere ascoltati”. Il manifesto programmatico dell’associazione recita infatti: “Discutere, condividere, domandar e rispondere. Insieme, senza l’obbligo di andare o restare. E, soprattutto, senza l’obbligo di essere d’accordo”. Il pubblico del ‘caffè della filosofia’ è molto variegato: “Agli incontri – continua il responsabile - assistono persone di quattordici anni, così come di settanta. C’è la casalinga, il professionista, l’operaio, lo studente, insomma, un pubblico davvero eterogeneo”. Giancarlo Sacripanti, come detto, è il moderatore degli incontri: “Si devono seguire delle piccole regole. Ad esempio, è vietato interrompere chi parla. Ognuno ha poi un certo tempo a disposizione per esprimere il suo concetto. Ma soprattutto, è necessario sottolineare che in merito ad una discussione, nessuno ha torto o ha ragione. Ogni opinione è legittima e merita di essere rispettata”. Gli incontri dello Schopenhauer Café si tengono generalmente una volta alla settimana, ed ogni volta viene scelto un argomento ben preciso sul quale discutere ed esprimere il proprio punto di vista. “L’argomento sul quale dibattere la volta successiva – evidenzia Sacripanti – viene deciso dal pubblico presente la volta prima”. Alcuni degli argomenti trattati negli incontri precedenti, sono stati: “La filosofia come terapia”, “All’erta siam razzisti!”, “Guardarsi dentro rende ciechi?”, “Che cos’è il pudore?”, “Il fine giustifica i mezzi?”, “Parliamo dell’amicizia”. Sacripanti sottolinea: “In un paese come il nostro pervaso dal gossip e dal chiacchiericcio sterile, c’è un grande bisogno della filosofia, non perché la filosofia risolva i problemi della vita, ma perché aiuta a riflettere e ad allargare le proprie vedute”. L’analisi dell’insegnante si allarga ancora. “La maggior parte delle persone – attacca Sacripanti – cerca le risposte alle proprie domande esistenziali nei programmi trasmessi dalle televisioni. Purtroppo però, la televisione riesce solo in maniera superficiale e grossolana a dare delle valide risposte”. La partecipazione del pubblico agli incontri dello Schopenhauer Café è sempre molto intensa: “Negli ultimi incontri – continua il coordinatore - ho letto dei brani di Franca Rame aventi ad oggetto il tema della violenza. Molte persone erano commosse. Ne è seguito un dibattito aperto e molto partecipato”. “Chi decide di prendere la parola – sottolinea Sacripanti - può anche fare citazioni o leggere alcuni passi di libri da lui reputati interessanti al fine della discussione”. Secondo Giancarlo Sacripanti l’attività svolta durante gli incontri ha una valenza quasi terapeutica: “Nella società di oggi le persone sono sempre più affette da problemi esistenziali, problemi che nella maggior parte delle volte cercano di essere curati attraverso gli psicofarmaci. La partecipazione a incontri di questo tipo, aiuterebbe invece molte persone a riflettere e a capire davvero la radice delle proprie crisi. Credo molto nella funzione terapeutica della filosofia”. Da qualche mese la sede degli incontri coordinati da Giancarlo Sacripanti è diventata la “Bottega del caffè”, in piazza del Luogo Pio. Il giovedì è diventato il giorno prestabilito per dibattere filosoficamente. “In passato gli incontri si tenevano qualche volta di martedì, altre volte di venerdì, e così via, senza una programmazione sistematica. Con l’iniziativa denominata ‘Il giovedì della filosofia’ abbiamo voluto lanciare invece una sorta di provocazione, stabilendo un giorno fisso della settimana adibito alla discussione filosofica di argomenti decisi dal pubblico. Le presenze sono aumentate”. In tutti questi mesi di attività, sono stati ben trentasette gli incontri tenuti dallo Schopenhauer Café. “Ai nostri incontri è sempre presente una sorta di ‘zoccolo duro’ – spiega Sacripanti - un gruppo ben nutrito di persone che non si perdono un appuntamento da mesi. Grazie poi al passaparola, ad ogni incontro è presente sempre qualche persona nuova curiosa di partecipare al dibattito in programma. Abbiamo anche un blog molto seguito (www.schopenhauercafelivorno.wordpress.com), che contribuisce a pubblicizzare ulteriormente la nostra attività”. “A settembre o ottobre riprenderanno gli incontri – conclude Sacripanti – e molto probabilmente ci saranno delle piccole novità”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-9202204553501965731?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/9202204553501965731/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=9202204553501965731' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/9202204553501965731'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/9202204553501965731'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/il-caffe-della-filosofia.html' title='IL CAFFE&apos; DELLA FILOSOFIA.'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5297699903663884512</id><published>2008-09-13T13:05:00.001+02:00</published><updated>2008-09-13T13:07:33.380+02:00</updated><title type='text'>INTERVISTA AL SOCIOLOGO MASSIMO AMPOLA</title><content type='html'>&lt;strong&gt;Qual è il rapporto dei giovani livornesi con il mondo della politica? Dimostrano ancora passione per questo mondo?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Bisogna premettere che stiamo attraversando un periodo storico particolare, un periodo protagonista di molti cambiamenti: senza dubbio c’è una bella rottura con il passato. Il modo di far politica sta cambiando. Nel 1968 ‘la chiamata’ a mobilitarsi politicamente era visibile e forte, coinvolgeva le emozioni. Il giovane di oggi questa costellazione di stimoli non ce l’ha assolutamente, perché vive in una società completamente diversa da quella del 1968. Nella società del Duemila non è che ci siano meno giovani interessati alla politica, bensì ci sono meno persone in generale interessate alla politica. Stiamo vivendo, da questo punto di vista, un periodo di disorientamento e di confusione. Una delle forme meno accettabili del nuovo modo di far politica è quella di attribuire degli spazi precostituiti ai giovani, alle donne, come alle altre categorie. Come concetto di tutela è corretto, ma si finisce per ingabbiare i soggetti all’interno della propria categoria di appartenenza, e si rischia di negare degli spazi che invece sono stati acquisiti legittimamente”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lei ha dichiarato di riconoscersi nelle idee politiche proposte dal Partito Democratico. Quale futuro e quali speranze per il partito guidato da Walter Veltroni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Trovo scorretto quando un ricercatore sociale pretende di dettare delle modalità. Il Partito Democratico è un movimento complesso di aggregazione di solidarietà diverse. Con la costruzione del Pd non si è voluto unire parti separate, bensì si è voluto creare un nuovo ‘unicum’. La creazione di un soggetto politico del genere richiede un processo lento, complesso e forte, un processo che richiede tempi di attuazione diversi a seconda delle caratteristiche storiche, politiche, sociali e economiche del contesto in cui avviene. Anche Livorno, di conseguenza, richiede tempi propri per assorbire e sviluppare in maniera adeguata la proposta politica di questo nuovo soggetto politico. Il Partito Democratico a Livorno ha proposto in maniera forte e radicale un cambiamento che passa attraverso linguaggi e uomini nuovi. Come detto in precedenza, il radicamento di questi linguaggi e personaggi ha ‘tempi sociali’ livornesi. Nella nostra città il Pd sta lentamente gettando delle fondamenta importanti e ben salde: le prime forme di cambiamento che iniziano ad emergere rispondono in maniera adeguata alla complessità della situazione economica e sociale che investe la Toscana e l’Italia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La nostra città ha visto in poco tempo chiudere cinema storici come l’Odeon e la Gran Guardia. E’ di pochi giorni la notizia che anche il Teatro del porto sarà costretto a chiudere i battenti per mancanza di fondi. A Livorno si investe davvero sull’arte e sulla cultura?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Non credo assolutamente che non si investa sulla cultura. Anche in questo caso bisogna premettere che ci troviamo di fronte ad un cambiamento dei tempi. Fino a qualche anno fa nelle amministrazioni in generale, e non solo a Livorno, le risorse venivano trovate facilmente e venivano distribuite senza troppi problemi. Ora siamo in un tempo di vacche magre, un tempo in cui le risorse iniziano a scarseggiare. Il fatto è che, proprio a causa di questi cambiamenti storico-sociali, non siamo ancora capaci di fare una selezione corretta e attenta: dobbiamo imparare nuovamente a ridistribuire le risorse, soprattutto quelle riguardanti la cultura, che sono risorse formative fondamentali”.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Da ormai diversi anni Livorno non offre grandi prospettive di lavoro. Tanti laureati fanno fatica a trovare un impiego che possa permettere loro di costruirsi una famiglia. La situazione, in questo campo, non sembra essere delle più rosee. Che cosa si sente di consigliare ai giovani?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“E’ vero, a Livorno ci sono parecchie difficoltà per quanto riguarda il mondo del lavoro, ma nelle altre parti d’Italia le cose non vanno meglio: questa però, è soltanto una magra consolazione Le aziende vogliono giovani con una preparazione minima di base, ma una preparazione non eccessiva, perché vogliono essere loro stesse a formare il lavoratore nel modo che ritengono più opportuno. Consiglio ai giovani di non smettere mai di studiare e di apprendere nuove cose. La ‘formazione continua’, in un periodo storico come questo, è fondamentale. Bisogna essere in grado di sapersi ‘trasformare’ in maniera molto rapida se si vuole essere competitivi nel mercato del lavoro. La nostra città dal punto di vista della formazione continua è abbastanza organizzata”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nei primi sei mesi del 2008 sono state più di cento le segnalazioni all’ufficio Minori della questura. I fenomeni di bullismo e di violenza giovanile sono sempre più diffusi. Che sta succedendo nella nostra città?&lt;br /&gt;“Non sta succedendo niente di strano. I giovani livornesi&lt;/strong&gt; non fanno registrare un tasso di comportamento deviante più alto rispetto ai giovani di altre aree toscane. Il problema è che certe radici si sono consolidate nel tempo e adesso iniziano a dare i loro frutti. Già agli inizi degli anni Ottanta, ad esempio, si evidenziò che era necessario intervenire sui processi educativi con un’adeguata verifica della ricaduta dei risultati. I sociologi e i ricercatori sociali lanciarono un appello ben chiaro: ‘o si interviene, o rischiamo di perdere una generazione’. Purtroppo, sembra che in pochi abbiano raccolto quell’appello. A Livorno, da almeno dieci anni, si assiste a una preoccupante forma di distacco tra il mondo degli adulti e quello dei figli. C’è un numero rilevante di famiglie per le quali il disinteresse nei confronti del comportamento dei propri ragazzi è elevato: si permette, ad esempio, che la propria figlia di tredici anni torni a casa alle tre di notte. La situazione attuale è soltanto la naturale conseguenza dell’atteggiamento educativo sviluppatosi in questi ultimi trent’anni. Un altro aspetto importante deve essere evidenziato: ci siamo occupati per troppo tempo dell’analisi del comportamento deviante dei ragazzi, senza invece porre la necessaria attenzione sulla reale causa di quei comportamenti, ossia i genitori. In breve, ci siamo preoccupati troppo degli effetti, e poco delle cause. Bisognava porre una maggiore attenzione sull’atteggiamento dei genitori nei confronti dei figli, un atteggiamento caratterizzato da relazioni povere, fredde e monche. I genitori sono stati soprattutto incapaci di far rispettare la propria autorevolezza nei confronti del figlio. Molti quarantenni di oggi, inoltre, pensano e agiscono alla maniera di adolescenti: fanno fatica ad adeguarsi alla vita sociale, e hanno sempre più difficoltà ad assumersi le proprie responsabilità”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Sempre più giovani decidono di rendere visibili al mondo intero i propri video personali ‘caricandoli’ su YouTube. Gettonatissimi sono anche siti come My Space, Badoo e Netlog, grazie ai quali è possibile entrare in contatto con persone residenti in ogni parte del globo. ‘Esisto in quanto appaio’: sembra essere questo il motto dei giovani del Duemila. Lei che ne pensa?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“La particolare attenzione dei giovani a questo tipo di canali è soltanto l’evoluzione di un atteggiamento ben noto da tempo. Uno dei principali problemi che in generale devono affrontare i giovani, infatti, è sempre stato quello relativo alla costruzione della propria identità. Da circa venti anni la maggior parte dei giovani ha sempre cercato e trovato la conferma della propria identità personale nelle relazioni tenute con il gruppo dei pari o con gli  amici di scuola, e non nella propria soggettività costruita in termini di confronto familiare o generale. Nel Duemila, grazie allo sviluppo tecnologico, si sono moltiplicati i mezzi con cui i giovani possono entrare in contatto con altri giovani, e di conseguenza la costruzione dell’identità personale da parte dei giovani di oggi sfrutta anche queste nuove vie, che in concreto sono rappresentate dal mondo di Internet. Stiamo assistendo all’evoluzione naturale di un processo ben noto, quello che cambia è solamente il mezzo dello scambio comunicativo: oggi infatti i ragazzi comunicano sempre di più attraverso sms, e-mail, YouTube, chat, My Space e cose simili. Il giovane del Duemila ragiona secondo questa logica: ‘Se posso essere condiviso come visuale dal numero più alto di persone, la mia identità si rassicura, e si rafforza’. Non c’è niente di strano in questo modo di pensare, è tutto in linea con il bisogno continuo degli adolescenti di essere accettati e valutati positivamente dal gruppo dei pari o dagli amici di scuola”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5297699903663884512?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5297699903663884512/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5297699903663884512' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5297699903663884512'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5297699903663884512'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/intervista-al-sociologo-massimo-ampola.html' title='INTERVISTA AL SOCIOLOGO MASSIMO AMPOLA'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6914055928488816628</id><published>2008-08-11T19:57:00.002+02:00</published><updated>2008-08-11T20:02:19.774+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Psicoanalisi'/><title type='text'>L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI: Un articolo di Rossana Ceccarelli</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SKB-mfy4cGI/AAAAAAAAAEk/g9gxzCketlE/s1600-h/foto_sigmund_freud.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5233321966839558242" style="FLOAT: right; MARGIN: 0px 0px 10px 10px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SKB-mfy4cGI/AAAAAAAAAEk/g9gxzCketlE/s320/foto_sigmund_freud.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;L'interpretazione dei Sogni, è sicuramente da ritenere una delle pietre angolari della scienza psicoanalitica: fu Freud stesso a definire l’analisi del sogno come la via regia verso l’inconscio. Freud portò sempre un profondo rispetto per la sua vita onirica: fin da molto giovane aveva l’abitudine di annotare i suoi sogni ed approfondirli attraverso attente osservazioni.L’interesse di Freud per l’interpretazione dei sogni sembra fosse scaturita, da un lato, dall’osservazione dell’andamento delle libere associazioni dei suoi pazienti che, a queste, intercalavano spesso il racconto di un sogno con le relative, spontanee, associazioni, e dall’altro, dall’esperienza di osservazione psichiatrica degli stati allucinatori dei malati psicotici, nei quali era spesso evidente il carattere di appagamento dei desideri. Che nel sogno fosse possibile il raggiungimento dell’appagamento di un desiderio, Freud ne aveva avuto precocemente sentore, ma la conferma gli giunse dopo l’analisi approfondita che egli operò su un suo sogno datato 24 luglio 1895, sogno noto come “ l’iniezione di Irma “. Scriverà di questa produzione onirica, in una lettera a Fliess del 12 giugno 1900, descrivendogli la visita da lui compiuta a Bellevue, la casa dove ebbe questo sogno:”... Non credi che sulla casa un giorno si potrà leggere questa lapide?In questa casa il 24 luglio 1895al Dr Sigm. Freudsi rivelò il segreto del sogno. Ma per ora le prospettive sono minime. Tuttavia quando leggo nei più recenti libri di psicologia (Mach, Analisi della sensazione, seconda edizione, Kroell, Aufbau der Seele, Struttura dell’anima, e altri), tutti con indirizzo simile al mio, quel che essi sanno dire del sonno, mi rallegro come il nano della favola “perché la principessa non lo sa “... &lt;a name="headnote1"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm#footnote1"&gt;1&lt;/a&gt;(nota: dalla fiaba dei Grimm, Tremotino)Freud era arrivato a distinguere due tipi di processi psichici che aveva chiamato primario e secondario, ed aveva osservato che il processo primario dominava la vita onirica per la presenza della quiescenza dell’attività dell’Io e la quasi completa immobilità muscolare. Aveva inoltre colto la somiglianza nella struttura delle nevrosi e dei sogni:” I sogni racchiudono in un guscio di noce la psicologia delle nevrosi”. &lt;a name="headnote2"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm#footnote2"&gt;2&lt;/a&gt;Ed in una lettera a Fliess del 15 ottobre del 1897, il Maestro introdusse il concetto del complesso di Edipo: amore per il genitore di sesso opposto ed ostilità nei confronti di quello dello stesso sesso, mostrando le origini infantili di tali desideri inconsci che popolano tutti i sogni. Il primo accenno all’intenzione di scrivere un libro sui sogni fa la sua comparsa in una lettera del 16 maggio 1897 indirizzata a Fliess:” ...mi sono sentito spinto a iniziare il lavoro di stesura sul sogno; un campo, questo, dove mi sento così sicuro, e posso esserlo anche il base al tuo giudizio. Sono stato anzitutto interrotto dalla necessità di preparare in fretta e furia, per darlo alle stampe, un sommario di tutte le mie pubblicazioni. Ogni giorno è buono per la votazione. Ora ho concluso e posso nuovamente pensare al sogno. Ho dato un’occhiata alla letteratura sull’argomento, e mi sento come il folletto celtico:” Ah come sono contento che nessuno, che nessuno lo sappia!...” Nessuno ha avuto il più lieve sospetto che i sogni non siano senza senso, bensì appagamenti di desideri...”&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm#footnote3"&gt; &lt;/a&gt;&lt;a name="headnote3"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm#footnote3"&gt;3&lt;/a&gt; come pure nell’ epistola del 9 febbraio 1898:” ... Sono sprofondato nel libro dei sogni, lo scrivo con grande scioltezza e mi rallegro al pensiero degli “ scuotimenti di capo ", che provocheranno le indiscrezioni e le audacie che vi sono contenute. Se solo non fossi costretto anche a leggere! Mi riesce ostica la letteratura già esistente sull’argomento, per quanto scarsa. L’unica cosa sensata è venuta in mente al vecchio Fechener, nella sua sublime semplicità. Io fornirò la prima rozza mappa di questo territorio..." &lt;a name="headnote4"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm#footnote4"&gt;4&lt;/a&gt;Per quanto riguarda la stesura del libro possiamo individuare alcune date significative: il 23 febbraio 1898 erano stati scritti alcuni capitoli, il 5 marzo un’intera parte era stata terminata , e il 10 marzo Freud fornirà a Fliess, in una lettera, una esaustiva anticipazione del libro riguardante l’interpretazione dei sogni:”... Mi sembra che la teoria dell’appagamento di desiderio fornisse solamente la soluzione psicologica, e non quella biologica, o meglio metapsicologica. (Peraltro ti chiederò seriamente se posso usare il termine “metapsicologia “ per la mia psicologia che conduce dietro la coscienza.) Dal punto di vista biologico mi sembra che la vita del sogno proceda il ogni caso dai residui della fase preistorica della vita (da uno a tre anni), quel periodo che costituisce la fonte dell’inconscio e che da solo contiene l’etiologia di tutte le psiconevrosi; questo periodo è normalmente celato da un’amnesia analoga a quella isterica.Comincia a subodorare la seguente formula: i sogni sono il risultato di cose viste nel periodo preistorico; le fantasie sono il risultato delle cose udite allora; e le psiconevrosi sono il risultato delle esperienze sessuali avute allora. La ripetizione dell’esperienza vissuta in quel periodo sarebbe di per sé già un appagamento di desiderio; ma un desiderio recente porta a produrre un sogno solamente se si può collegare con materiale proveniente da quell’epoca preistorica, se il desiderio recente è un derivato di uno preistorico oppure se si può fare adottare da uno di questi. Resta ancora da vedere sino a che punto potrò attenermi a questa teoria così radicale e quanto potrò rivelarne già nel libro sui sogni...” &lt;a name="headnote5"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm#footnote5"&gt;5&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.cusimano.com/artist/" target="_blank"&gt;&lt;/a&gt;La stesura del libro procedeva abbastanza bene, mentre risultò a Freud più ostico il lavoro su due capitoli supplementari che si resero necessari perché l‘opera potesse essere veramente completa. Il primo capitolo fu dedicato alla rassegna della precedente letteratura sull’argomento, mentre il secondo riguardava la psicologia dei processi onirici. Il volume uscì il 4 novembre 1899, ma l’editore volle porre sul frontespizio del volume la data del 1900. Freud volle citare sul frontespizio del testo, un motto tratto dall’Eneide di Virgilio che faceva riferimento al destino del rimosso “Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo”. Per alcuni anni l”Interpretazione dei sogni non vendette molte copie, e solo quando, dieci anni dopo, Freud cominciò ad essere conosciuto, venne richiesta una seconda edizione. Finché Freud visse ne furono stampate otto, l’ultima delle quali nel 1929. Le edizioni differirono esclusivamente perché contenevano un maggior numero di esempi esplicativi, arricchiti da discussioni più complete e da una più adeguata trattazione dell’importante argomento del simbolismo. A ciò seguirono le numerose traduzioni: le prime furono quella inglese e quella russa, seguite da quella spagnola, la francese, la svedese, la giapponese, l’ungherese e la cecoslovacca. Infine il 1 febbraio 1900 Freud scrisse di aver promesso una versione condensata dell’Interpretazione dei sogni per la serie di Loewenfeld intitolata Grenzfragen des Nerven-und Seelenlebens (“Problemi marginali della vita nervosa e mentale”), ed infatti cominciò a scriverla in ottobre per poi consegnarla alle stampe l’anno seguente. La prima traduzione di questa opera minore fu di nuovo quella russa seguita da quella olandese, inglese, ungherese, italiana, danese, polacca, spagnola, francese e giapponese.Per concludere riporterò parte dello scritto che Freud elaborò per la prefazione alla seconda edizione dell’Interpretazione dei sogni, perché evidenzia le grandi resistenze che Freud dovette subire da parte del mondo accademico e scientifico :” Che di questo libro di ardua lettura si sia resa necessaria, prima ancora del compiersi di un decennio, una seconda edizione, non va ascritto a merito dell’interesse dei circoli competenti, ai quali mi ero rivolto nella prefazione alla prima edizione. I miei colleghi psichiatri non sembrano essersi data alcuna pena per superare la sorpresa iniziale che la mia nuova concezione del sogno poteva far sorgere, mentre i filosofi di professione, ormai soliti sbrigare in poche frasi - perlopiù sempre le stesse - i problemi della vita onirica, intendendola come un’appendice degli stati di coscienza, non hanno evidentemente notato che proprio da questo nuovo punto di vista era possibile dedurre considerazioni tali da condurre a un radicale mutamento delle nostre teorie psicologiche. L’atteggiamento della critica scientifica poteva autorizzare un’unica aspettativa: la mia opera era destinata a un silenzio definitivo; la piccola schiera dei miei valorosi sostenitori, che seguono la mia guida nella pratica psicoanalitica e il mio esempio nell’interpretazione dei sogni, facendone uso nel trattamento dei nevrotici, non sarebbe riuscita a esaurire la prima edizione del libro. E così mi sento grato a quella più ampia cerchia di persone colte e curiose di sapere, il cui interesse mi ha spinto ad affrontare di nuovo, dopo nove anni, questo lavoro difficile e per tanti aspetti fondamentale...” &lt;a name="headnote6"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm#footnote6"&gt;6&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;© Rossana Ceccarelli&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm"&gt;http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/Freud/articoli/freud6.htm&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6914055928488816628?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6914055928488816628/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6914055928488816628' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6914055928488816628'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6914055928488816628'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/08/linterpretazione-dei-sogni-un-articolo.html' title='L&apos;INTERPRETAZIONE DEI SOGNI: Un articolo di Rossana Ceccarelli'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SKB-mfy4cGI/AAAAAAAAAEk/g9gxzCketlE/s72-c/foto_sigmund_freud.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-180226799009314737</id><published>2008-08-04T23:15:00.005+02:00</published><updated>2008-08-04T23:21:23.474+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Psicologia del male'/><title type='text'>ZIMBARDO SAYS WE ARE ALL CAPABLE OF EVIL. IS HE RIGHT?</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SJdyobeuKmI/AAAAAAAAAEc/9nTf2IVvlew/s1600-h/professor-zimbardo-last-lecture.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5230775531111066210" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SJdyobeuKmI/AAAAAAAAAEc/9nTf2IVvlew/s320/professor-zimbardo-last-lecture.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;First he devises an experiment that turns peace-loving students into brutal thugs. Then he defends a soldier accused of abuse at Abu Ghraib. Philip Zimbardo explains why his life is dedicated to darkness...&lt;br /&gt;&lt;em&gt;By Elizabeth HeathcoteSunday, 2 March 2008&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;On 28 April 2004, Philip Zimbardo was in Washington for a conference. The TV was on in his hotel room and photographs of the abuses carried out in Abu Ghraib prison in Iraq by US servicemen and women flashed across the screen. The images are ingrained in our psyche now, but then they were new. Naked men stacked in a pyramid with soldiers grinning alongside. A female soldier leading a prisoner around on a dog lead. Prisoners forced to simulate sexual acts on each other. A prisoner in a hood balancing precariously on a box in the belief he would be electrocuted if he moved. Like millions of others, Zimbardo was deeply shocked by what he saw, but for the professor emeritus of psychology at Stanford University, California, there was a disturbing element of familiarity.&lt;br /&gt;"I had taken similar images myself 30 years earlier," he says. "And by similar, I mean prisoners with bags over their heads, prisoners stripped naked, prisoners made to do sexually degrading activities. It was very disturbing. [The scenes at Abu Ghraib] recreated emotionally the horrible things I not only saw but that I allowed to continue to happen." ' The images he is referring to came from one of the most infamous episodes in American academic history, the Stanford Prison Experiment – a study Zimbardo led in 1971 into the psychological and behavioural effects of imprisonment that swiftly descended into scenes of cruelty and degradation.&lt;br /&gt;Zimbardo hoped he would never see Americans behave so abominably again. The shock of the Abu Ghraib scandal three years ago dashed that hope – and prompted the then-71-year-old to come to the defence of one of those accused of the terrible crimes committed in the Iraqi prison.&lt;br /&gt;What took place on a peaceful Californian university campus nearly four decades ago still has the power to disturb. Eager to explore the way that "situation" can impact on behaviour, the young psychologist enrolled students to spend two weeks in a simulated jail environment, where they would randomly be assigned roles as either prisoners or guards.&lt;br /&gt;Zimbardo's volunteers were bright, liberal young men of good character, brimming with opposition to the Vietnam war and authority in general. All expressed a preference to be prisoners, a role they could relate to better. Yet within days the strong, rebellious "prisoners" had become depressed and hopeless. Two broke down emotionally, crushed by the behaviour of the "guards", who had embraced their authoritarian roles in full, some becoming ever-more sadistic, others passively accepting the abuses taking place in front of them. Transcripts of the experiment, published in Zimbardo's book The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil, record in terrifying detail the way reality slipped away from the participants. On the first day – Sunday – it is all self-conscious play-acting between college buddies. On Monday the prisoners start a rebellion, and the guards clamp down, using solitary confinement, sleep deprivation and intimidation. One refers to "these dangerous prisoners". They have to be prevented from using physical force.&lt;br /&gt;Control techniques become more creative and sadistic. The prisoners are forced to repeat their numbers over and over at roll call, and to sing them. They are woken repeatedly in the night. Their blankets are rolled in dirt and they are ordered painstakingly to pick them clean of burrs. They are harangued and pitted against one another, forced to humiliate each other, pulled in and out of solitary confinement.&lt;br /&gt;On day four, a priest visits. Prisoner 819 is in tears, his hands shaking. Rather than question the experiment, the priest tells him, "You're going to have to get less emotional." Later, a guard leads the inmates in chanting "Prisoner 819 did a bad thing!" and blaming him for their poor conditions.&lt;br /&gt;Zimbardo finds 819 covering his ears, "a quivering mess, hysterical", and says it is time to go home. But 819 refuses to leave until he has proved to his fellow prisoners that he isn't "bad". "Listen carefully to me, you're not 819," says Zimbardo. "You are Stewart and my name is Dr Zimbardo. I am a psychologist not a prison superintendent, and this is not a real prison."819 stops sobbing "and looks like a small child awakening from a nightmare", according to Zimbardo. But it doesn't seem to occur to him that things are going too far.&lt;br /&gt;Guard Hellmann, leader of the night shift, plumbs new depths. He wakes up the prisoners to shout abuse in their faces. He forces them to play leapfrog dressed only in smocks, their genitals exposed. A new prisoner, 416, replaces 819, and brings fresh perspective. "I was terrified by each new shift of guards," he says. "I knew by the first evening that I had done something foolish to volunteer for this study." The study is scheduled to run for two weeks. On the evening of Thursday, the fifth day, Zimbardo's girlfriend, Christina Maslach, also a psychologist, comes to meet him for dinner. She is confronted by a line of prisoners en route to the lavatory, bags over their heads, chained together by the ankles. "What you're doing to these boys is a terrible thing," she tells Zimbardo. "Don't you understand this is a crucible of human behaviour?" he asks. "We are seeing things no one has witnessed before in such a situation." She tells him this has made her question their relationship, and the person he is.&lt;br /&gt;Downstairs, Guard Hellmann is yelling at the prisoners. "See that hole in the ground? Now do 25 push-ups, fucking that hole. You hear me?" Three prisoners are forced to be "female camels", bent over, their naked bottoms exposed. Others are told to "hump" them and they simulate sodomy. Zimbardo ends the experiment the following morning.&lt;br /&gt;To read the transcripts or watch the footage is to follow a rapid and dramatic collapse of human decency, resilience and perspective. And so it should be, says Zimbardo. "Evil is a slippery slope," he says. "Each day is a platform for the abuses of the next day. Each day is only slightly worse than the previous day. Once you don't object to those first steps it is easy to say, 'Well, it's only a little worse then yesterday.' And you become morally acclimatised to this kind of evil."&lt;br /&gt;The parallels to atrocities of this and the last century – atrocities we believe we are distanced from – are glaring. The behaviour of ordinary Germans under the Nazis. The slaughter of Tutsis by their neighbours, the Hutus, in Rwanda. How vulnerable are we to emulating such murderous behaviour in similarly extreme circumstances? Very, says Zimbardo. "We are unaware of how much our behaviour is influenced by situations, as the situations we are in are usually benign. The Stanford experiment looks at what happens when you put people in a totally new situation, where they don't have habitual coping mechanisms. So they look around. What are other people doing? What is the appropriate way to behave in this new place? If you are a guard, the appropriate way to behave is to demonstrate that the prisoners are powerless and you are powerful." The seeds of Zimbardo's research were planted in his childhood. Born in 1933 in the Bronx, he lived there until he was 23. "It was and is one of the worst ghettoes in America," he says. "I knew good kids who went bad, who ran drugs and got in trouble, went to jail and got killed. And there were other kids who didn't. So I wondered, what makes good people go bad?"&lt;br /&gt;The Stanford experiment caused a media storm and Zimbardo became a star, of sorts. He wrote about it and lectured on it, and life moved on. He married Christina Maslach and the couple had two daughters. His professional gaze turned to other themes, inspired by Stanford. He researched shyness – "a psychological prison" – and set up a clinic to treat it. He worked on time perspective ("a day in the experiment began to feel like several days"). And in 2002 he was elected president of the American Psychological Association. Stanford had long been "laid to rest". But when he saw the Abu Ghraib pictures, the past was stirred up again.&lt;br /&gt;"When the American military and Bush administration immediately distanced themselves by saying Abu Ghraib was the work of a few bad apples, I was suspicious," he says. "I knew that in the Stanford experiment, I began with good apples and that it was the place that corrupted them, so my hypothesis was that maybe these soldiers were good apples and it was the barrel at Abu Ghraib that corrupted them."&lt;br /&gt;His response was twofold. First, he went back to the 12 hours of videotape he had from the Stanford Prison Experiment, reviewed it with his students, and made full transcripts. "I decided I really had to present it in great detail because the evil was in the words. It was in how the guards created a psychological system that crushed the prisoners."&lt;br /&gt;Second, he agreed to appear as an expert witness for one of the defendants in the Abu Ghraib trial, Staff Sergeant ' Ivan "Chip" Frederick II. Frederick was the military policeman in charge of the night shift on tiers 1A and 1B, the site of the abuses, and features in some of the pictures.&lt;br /&gt;Zimbardo threw himself into the case, counselling Frederick and his wife. He sought out and examined Frederick's records (unstinting dedication in the service of his country and family). He had Frederick undergo psychological tests (good man vulnerable to isolation, strong desire for approval). He investigated Abu Ghraib, and the conditions there. He made presentations to Frederick's military trial – but to little or no effect: Frederick was convicted of five charges of abusing Iraqi detainees and received an eight-year sentence.&lt;br /&gt;"There was a real injustice," says Zimbardo. "Colonel Larry James, a psychologist sent to Abu Ghraib to fix it, said that 50 times he was within 100 yards of being blown up or shot. It was 130 degrees. There was faeces everywhere; rats running around; 1,000 prisoners, many naked; people screaming. It was hell." Frederick, he explains, worked 12-hour shifts in these conditions without a night off in 40 days. When he finished his shift he would sleep in a cell, "so he was always in prison". Not once in three months did a senior officer come down to his area, says Zimbardo.&lt;br /&gt;In Level 1A, the interrogation centre run by the CIA, military intelligence and civilian contractors were looking for information on the insurgency and getting nowhere. They put pressure on Frederick's team to "take the gloves off and soften the prisoners up", says Zimbardo. There is some evidence, he adds, "that the early pictures were staged" so they could show them to other detainees before their interrogation. "Once they got permission to break those prisoners and take those pictures, you have unleashed the dogs."&lt;br /&gt;The sexual abuse was the next stage. "When you have a unit of men and women soldiers, and hundreds of prisoners running around naked, there is a sexual dynamic. Some of those soldiers are having sex with each other, and some of the people arrested were prostitutes. It was a lawless hell.&lt;br /&gt;"When you ask Chip why he did these terrible things, he says 'I don't know what came over me.' He had lost his reason, perspective and judgment. If you had any sense of reason, you would never put yourself in the picture. You are making yourself accused. What were they thinking to do that? The answer is that they weren't thinking."&lt;br /&gt;With Abu Ghraib, Zimbardo extended his theories beyond the "situation" to the "system" that created it. "I would point the finger as high as [President] Bush. With his excessive focus on fear of terrorism, with the lawyers who legalise the definition of torture, he creates the system."&lt;br /&gt;In both situations – and in others where abuse escalates – Zimbardo isolates common factors. The first is "deindividuation": the perpetrators become anonymous and stop acting as individuals. The guards in Abu Ghraib were in the habit of removing identifying details on their uniforms; the Stanford experiment guards wore mirrored sunglasses that hid their eyes. The second factor is dehumanisation: the prisoners in both situations were seen as hostile and "other". Their physical condition was poor, they smelt, and they were often naked – like animals. Third, such abuse requires bystander apathy – the failure of the majority who may not be actively involved to do anything to stop it.&lt;br /&gt;The pressure to go along with the escalation of abuse is huge, says Zimbardo, and would claim most of us. "We all have this egocentric bias to say, 'I would be the hero, I would blow the whistle,'" he says. "But other things being equal, you would do what they did. Though there are always a few who resist. And that is the hope of humankind."&lt;br /&gt;Usually the whistleblower is an outsider, who views the situation with fresh eyes. In his experiment it was Christina. At Abu Ghraib it was 24-year-old reservist Joe Darby, who was shown images of the abuses by a fellow soldier. At first he thought they were "pretty funny", but found he "could not stop thinking about it". He said that what was happening "violated everything I believed personally". After three agonising days of feeling torn between loyalty to his friends and to his moral conscience, Darby blew the whistle.&lt;br /&gt;Zimbardo is now researching heroes such as Darby, "ordinary people who do extraordinary things when other people are doing bad or doing nothing". His findings so far indicate that there is nothing in background, belief or personality that would predict who these people will be. The only certain thing, he says, is that "heroes are always deviants": they always question authority. "We just did a study in Italy, where we put people in a situation when authority makes you do something bad, to see who defied. Nothing we measured before would have predicted the outcome. All the people who defied could say is that they were more concerned about this other person than about the experiment or the authority. They showed an ability to empathise."&lt;br /&gt;Most of us live in happy denial; we are never tested. I wonder how it must feel to have been tested as Zimbardo was, and to have been found wanting. He got caught up in the Stanford experiment; enmeshed in the values of the false system he had created, manipulative in protecting it, seemingly impervious to the suffering in front of him.&lt;br /&gt;As a teenager Zimbardo read JM Barrie's Admiral Crichton – the tale of the silent, honorable butler transformed into a leader when the family he works for are marooned on a desert island, had a big effect. "It was one of the early awarenesses I had of the power of the situation." But this awareness did little to affect his own behaviour. "Did [Stanford] change my sense of myself? Absolutely. I grew up with the police as the enemy, they're never for you. And I become that thing that all my life I am against.&lt;br /&gt;"At the time, you are not shocked, you are embedded in the situation. There's no guilt, no remorse, because there's no perspective. Afterwards, of course, I was ashamed. I had changed within five days. That is the more powerful lesson of the experiment than how the guards got into it: they were kids, I was a grown-up."&lt;br /&gt;The Stanford Prison Experiment is one of very few academic studies to have made it into the public consciousness. I ask Dr Peter Banister, head of psychology at Manchester Metropolitan University and an expert in prisons, how it is regarded within the discipline. He says it is seen as important, but not necessarily for its findings. "In hindsight it is viewed as being ethically dubious; it is regularly used now in exercises concerning ethical problems in psychology."&lt;br /&gt;"At the time there was no criticism," says Zimbardo. "It was a different era. If I had done the study right now, there is no question that I would be sued by every guard and every prisoner. These studies are in ethical time capsules. They cannot be done in a legitimate way now. In fact, the pendulum has gone so far in the other direction, you can't even ask questions that might be stressful. So my feelings are mixed. Do I want to be part of an infamous study? No."&lt;br /&gt;Zimbardo and his wife live in a four-storey house overlooking San Francisco Bay, on the famous Lombard Street. Tourists flock outside, and it is all brightness and light, a long way from evil. The lighthouse beam from Alcatraz Prison, out in the bay, shines into his living-room. "[Stanford] was a little week-long study," he says, "but it has affected my whole life."&lt;br /&gt;'The Lucifer Effect' by Philip Zimbardo (Rider, £8.99) is published in paperback on Thursday&lt;br /&gt;Our dark materials: When the Lucifer Effect strikes&lt;br /&gt;The Milgram Experiment&lt;br /&gt;In the 1960s, Yale psychologist Stanley Milgram explored people's willingness to inflict pain on others when ordered to do so. A subject was ordered by a "teacher" in a lab coat to administer increasingly powerful electric shocks to a "learner" whenever the learner answered a question incorrectly (teacher and learner were role-playing and no shocks were administered). When the learner started screaming from pain, many subjects questioned whether to carry on, but most continued after being assured they would not be held accountable. Milgram carried out his first experiment three months after the start of the trial of Nazi war criminal Adolf Eichmann. As Milgram put it, "Could it be that Eichmann and his million accomplices in the Holocaust were just following orders? Could we call them all accomplices?"&lt;br /&gt;Deepcut barracks deaths&lt;br /&gt;Between 1995 and 2002, four young army recruits – Sean Benton, Cheryl James, Geoff Gray and James Collinson – were found dead as a result of bullet wounds at Princess Royal Barracks in Deepcut, Surrey. The army said the wounds that caused their deaths were self-inflicted while on sentry duty. A BBC Panorama documentary in 2002 then put forward what it claimed was evidence of systematic beatings and abuse at the barracks, alleging that the camp was "dominated by fear, violence and sexual harassment". The possibility of a public inquiry was ruled out. An independent review in 2006 criticised the mistreatment of trainees at Deepcut, but concluded that the deaths were self-inflicted.&lt;br /&gt;Russian Army brutalities&lt;br /&gt;In 2006, Sergeant Alexander Sivyakov of the Russian Army was convicted of beating an 18-year-old private in his care so badly that his legs and genitals had to be removed. The case outraged Russian society, leading to calls for the government to end its policy of national service. In 2004, the Human Rights Watch published a lengthy report about abuses in the army, in which it is alleged that senior NCOs brutally "initiate" new recruits by dedovshchina ("The rule of the grandfathers"). According to The New York Times, at least 292 Russian soldiers were killed by dedovshchina in 2005 and there were 3,500 reports of abuse. The Russian military concedes that 16 of the recruits were murdered, but says the remainder committed suicide. The office of Russia's chief military prosecutor claimed the army was working hard to stamp out abuse.&lt;br /&gt;Welsh children's homes abuse scandal&lt;br /&gt;In February 2000, the North Wales children's homes inquiry, headed by Ronald Waterhouse QC, led to the publication of "The Waterhouse Report", which uncovered one of the 20th century's biggest British child-abuse scandals. It alleged that at least 650 children had been abused in homes in Clwyd and Gwynedd in the 1970s and 1980s. The report also suggested the Welsh Social Services Inspectorate had carried out checks on only five homes over seven years, and noted that complaints were generally dismissed, police investigations poorly carried out and appeals to government ministers ignored. In the wake of the report, it was estimated that 100 people were prosecuted for abusing children in their care, and around 50 more were investigated. At least 12 of the abused children committed suicide, while many more lived troubled lives. Victims included Steven Messham, who claimed to have been abused by over 40 people at the Bryn Estyn children's home in Wrexham. He has since spent much of his life in psychiatric hospitals. Luiza Sauma &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.independent.co.uk/news/people/maverick-academic-philip-zimbardo-says-we-are-all-capable-of-evil-is-he-right-789161.html"&gt;http://www.independent.co.uk/news/people/maverick-academic-philip-zimbardo-says-we-are-all-capable-of-evil-is-he-right-789161.html&lt;/a&gt;&lt;a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.independent.co.uk/multimedia/archive/00018/zimbardo_wintermeyer_18030t.jpg&amp;amp;imgrefurl=http://www.independent.co.uk/news/people/maverick-academic-philip-zimbardo-says-we-are-all-capable-of-evil-is-he-right-789161.html&amp;amp;h=442&amp;amp;w=294&amp;amp;sz=21&amp;amp;hl=it&amp;amp;start=3&amp;amp;um=1&amp;amp;tbnid=A0x2AtiOMTOd8M:&amp;amp;tbnh=127&amp;amp;tbnw=84&amp;amp;prev=/images%3Fq%3Dzimbardo%26um%3D1%26hl%3Dit%26sa%3DN"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-180226799009314737?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/180226799009314737/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=180226799009314737' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/180226799009314737'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/180226799009314737'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/08/zimbardo-says-we-are-all-capable-of.html' title='ZIMBARDO SAYS WE ARE ALL CAPABLE OF EVIL. IS HE RIGHT?'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SJdyobeuKmI/AAAAAAAAAEc/9nTf2IVvlew/s72-c/professor-zimbardo-last-lecture.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-1740871046697162776</id><published>2008-08-04T23:01:00.005+02:00</published><updated>2008-08-04T23:09:46.084+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Psicologia del male'/><title type='text'>SIAMO TUTTI FIGLI DI EICHMANN?</title><content type='html'>L'articolo di Umberto Galimberti apparso su La Repubblica del 12/03/2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Esce "L’effetto Lucifero" di Philip Zimbardo&lt;br /&gt;L’autore del libro è titolare di un celebre esperimento realizzato a Stanford nel 1971. Alcuni studenti accettarono di fare la parte delle guardie e altri quella dei detenuti&lt;br /&gt;Siamo soliti pensare che il bene e il male siano due entità contrapposte e tra loro ben separate, così come i buoni e i cattivi che riteniamo tali per una loro interna disposizione. Per effetto di questa comoda schematizzazione che ci rende innocenti a buon prezzo, noi, che ci pensiamo «buoni», escludiamo di poterci trasformare nel giro di poco tempo in carnefici crudeli, attori in prima persona di quelle atrocità che ci fanno inorridire quando le leggiamo nei resoconti di cronaca o le vediamo in tv.&lt;br /&gt;Per rendercene conto, e lo dobbiamo fare per conoscere davvero noi stessi, è sufficiente che leggiamo il libro di Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero (Raffaello Cortina, pagg. 650, euro 35). Lucifero, prima di diventare Satana, il principe del male, era il portatore di luce, l’angelo prediletto da Dio. Ciascuno di noi può trasformarsi da Lucifero in Satana, non per predisposizione interna come crede la psicologia quando distingue il normale dal patologico, al pari della religione quando distingue il buono dal cattivo, ma per altri due fattori che sono il «sistema di appartenenza» e la «situazione» in cui ci si viene a trovare.&lt;br /&gt;Non erano dei criminali per natura Heinrich Himmler e Adolf Eichmann quando portarono a compimento con abnegazione lo sterminio degli ebrei, ma dei «burocrati» con uno spiccato senso del dovere al loro sistema di appartenenza che era l’ideologia nazista. Lo stesso si può dire di Franz Stangl, direttore del campo di concentramento di Treblinka che aveva il compito di eliminare tremila deportati al giorno perché l’indomani ne giungevano altri tremila. «Il metodo l’aveva ideato Wirt. E siccome funzionava, mio compito era di eseguirlo alla perfezione», rispose a Gitta Sereny che in una serie di interviste (oggi pubblicate da Adelphi col titolo In quelle tenebre) gli chiedeva che cosa provava.&lt;br /&gt;La stessa risposta la diede il pilota americano che sganciò la bomba atomica su Hiroshima a Günther Anders che gli poneva analoga domanda: «Che cosa provavo? Nothing. That was my job (Niente, quello era il mio lavoro)». Quando la responsabilità si restringe e, da responsabilità nei confronti degli effetti delle nostre azioni, si riduce a responsabilità nei soli confronti degli ordini ricevuti, queste risposte sono corrette, così come ci sentiamo tutti noi quando, negli apparati di appartenenza ci limitiamo a eseguire perfettamente il nostro mansionario, i programmi ministeriali nelle scuole a prescindere dalle condizioni culturali in cui si trovano i ragazzi che le frequentano, gli interessi dell’azienda a prescindere dalle condizioni in cui si effettua il lavoro (compresi i morti sul lavoro) e dai prodotti finali del lavoro (più o meno corrispondenti a quello che la pubblicità vorrebbe farci credere). &lt;/div&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5230772021208659682" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" height="308" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SJdvcIExtuI/AAAAAAAAAEU/eeH1oWxjuj4/s320/zimbardo_wintermeyer_18030t.jpg" width="213" border="0" /&gt;Quando la responsabilità non si estende agli effetti delle nostre azioni, ma si restringe alla semplice osservanza degli ordini che ci provengono dagli apparati di appartenenza, allora, come recita il titolo di un libro di Günther Anders, siamo tutti «figli di Eichmann» e come tali subiamo quello che Philip Zimbardo chiama: «L’effetto Lucifero», dove persone perbene, per effetto del «sistema di appartenenza» o per le «situazioni» in cui ci veniamo a trovare, diventiamo, indipendentemente dalla nostra indole, degli oggettivi criminali, capaci di compiere quelle azioni che, fuori dal sistema di appartenenza o dalla situazione concreta, ci farebbero inorridire.&lt;br /&gt;Philip Zimbardo è uno psicologo sociale dell’Università di Stanford che nel 1971 tentò un curioso esperimento di «prigionia simulata». Con un annuncio sul giornale scelse, tra le centinaia che si erano presentate, ventiquattro persone che, per quindici dollari al giorno, accettassero di fare le guardie e i detenuti in una prigione simulata nell’edificio dell’Università.&lt;br /&gt;I prescelti erano i più stabili psicologicamente, senza trascorsi di alcol e droga, senza pendenze penali, senza problemi medici o mentali. Insomma ragazzi normali, bravi ragazzi si direbbe se l’aggettivo non fosse denso di pregiudizi. A quelli incaricati di fare la guardia furono assegnati i compiti in uso per gli arresti veri, con la sola avvertenza che dovevano evitare abusi e violenze fisiche.&lt;br /&gt;Dopo una settimana l’esperimento fu interrotto perché le guardie, che avevano preso molto sul serio il loro ruolo, in un’istituzione altrettanto seria come poteva essere l’università, per una prova seria quanto lo può essere un esperimento scientifico, non per la loro «indole», ma per effetto del loro «ruolo» e della «situazione» in cui si trovavano a operare, si abbandonarono alle più feroci aggressioni fisiche e psichiche non dissimili, scrive Zimbardo, dai modelli nazisti.&lt;br /&gt;La constatazione ha consentito allo sperimentatore di concludere che la pratica del male o, come lui la chiama: «l’effetto Lucifero», non è una prerogativa di un’indole piuttosto che di un’altra (come ritiene la psicologia, che a sua insaputa ha ereditato lo schema religioso che distingue i buoni dai cattivi), ma è la prerogativa di tutti che, a partire da una «struttura di appartenenza» (una fede, un’ideologia, un apparato aziendale) e da una «situazione concreta» in cui ci si trova a operare (in un gioco vero o simulato di tutori dell’ordine e criminali, o in una guerra che vede contrapposti in nostri ai nemici) chiunque, anche il più buono fra noi è portato a compiere i crimini più orrendi.&lt;br /&gt;La conclusione è che il bene e il male non sono prerogative di alcuni e non di altri, ma, compresenti in ciascuno di noi si scatenano indifferentemente in tutti a partire dal «sistema di appartenenza» e dalla «situazione» in cui ci si viene a trovare.&lt;br /&gt;Inorridito da quanto aveva constatato Philip Zimbardo non riuscì a scrivere il resoconto di quanto aveva visto negli anni immediatamente successivi all’esperimento, ma solo quando, nel 2004, fu chiamato in qualità di perito a dare una spiegazione del perché bravi ragazzi, ritenuti tali dopo accurate verifiche, inviati come militari in Iraq, avessero potuto compiere nel carcere di Abu Ghraib abusi così orrendi quali risultarono dalle registrazioni che Zimbardo ebbe modo di visionare dove si vedevano scene ben più aberranti di quelle che le televisioni di tutto il mondo hanno poi diffuso.&lt;br /&gt;In gioco, scrive Zimbardo, non è tanto l’«indole» di questi militari, quanto l’appartenenza al «sistema esercito» inviato per una «giusta causa» (contro il terrorismo), in una «situazione» che nella fattispecie è di guerra. Ma perché un uomo possa uccidere un altro uomo è necessario che lo «de-umanizzi», che lo riduca a «cosa», in modo che non appaia più come un suo simile, perché solo così può trovare la forza di togliergli la vita.&lt;br /&gt;A ciò concorre il patriottismo, che spesso è solo una forma appena velata di autovenerazione collettiva, perché esalta la nostra bontà, i nostri ideali, la nostra clemenza e la perfidia di chi ci odia. Creando un quadro in bianco e nero, la guerra sospende il pensiero, soprattutto il pensiero autocritico, e, così mitizzata, diventa una divinità che, come ci hanno insegnato gli antichi greci, per essere adorata esige sacrifici umani. Ma oltre all’autovenerazione per noi stessi, la guerra ci impone di svilire il nemico, per cui veneriamo e piangiamo i nostri morti e restiamo stranamente indifferenti a quelli che ammazziamo noi. I nostri morti e i loro morti non sono uguali. I nostri morti contano, i loro no.&lt;br /&gt;Di fatto la guerra scatena la nostra latente necrofilia, non solo perché ammazza, ma perché richiede a ciascun combattente una certa familiarità con la propria morte. La necrofilia è fondamentale per il mestiere delle armi, così come lo è per la formazione dei kamikaze. Essa getta in quello stato di frenesia in cui tutte le vite umane, compresa la nostra, sembrano secondarie e soprattutto insignificanti.&lt;br /&gt;Oltre alla necrofilia, la guerra scatena la lussuria più sfrenata, carica di un’energia sessuale cruda e intensa che ha il sapore della voluttà autodistruttiva della guerra stessa. Perché in guerra gli esseri umani diventano cose, cose da distruggere o da usare per gratificazioni carnali. Quando la vita non vale niente, quando non si è sicuri di sopravvivere, quando a governare gli uomini è la paura, si ha la sensazione che a disposizione rimane solo la morte o il fugace piacere carnale.&lt;br /&gt;Dopo la guerra c’è l’immane fatica per guarire le ferite che non sono solo quelle fisiche. E c’è chi non ce la fa, e sono i più, perché tutto ciò che era familiare diventa assurdamente estraneo, e il mondo, a cui si sognava di tornare, appare alieno, insignificante al di là di ogni possibile comprensione. L’accumulo di distruttività, vista e seminata, diventa autodistruttività che non conosce limite.&lt;br /&gt;A questo punto vale ancora la contrapposizione tra il bene e il male? E davvero noi possiamo dividerci in buoni e cattivi? O, come sostiene Zimbardo, la nostra ferocia non è tanto da attribuire alla nostra indole, quanto piuttosto al sistema di appartenenza e alla situazione concreta in cui ci si trova a operare? Se così è, vero eroe non è chi compie le azioni più rischiose o più feroci che i posteri magnificheranno, ma chi sa resistere al sistema di appartenenza o alla situazione concreta che gli chiedono quelle azioni. L’avvertimento di Zimbardo è ovviamente rivolto a tutti noi che, in un modo o nell’altro, sempre ci troviamo in un qualche sistema di appartenenza o in qualche situazione che ci chiede di scegliere se stare o non stare al gioco.&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2996"&gt;http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2996&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-1740871046697162776?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/1740871046697162776/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=1740871046697162776' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1740871046697162776'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1740871046697162776'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/08/siamo-tutti-figli-di-eichmann.html' title='SIAMO TUTTI FIGLI DI EICHMANN?'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SJdvcIExtuI/AAAAAAAAAEU/eeH1oWxjuj4/s72-c/zimbardo_wintermeyer_18030t.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-4519995525197984285</id><published>2008-07-29T14:35:00.004+02:00</published><updated>2008-07-29T14:43:34.961+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Psicologia del male'/><title type='text'>Incontro con il prof. Zimbardo</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SI8QZKHIRyI/AAAAAAAAADE/R0sbwueGygw/s1600-h/escher.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5228415716797466402" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SI8QZKHIRyI/AAAAAAAAADE/R0sbwueGygw/s320/escher.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_dujixYW6MiY/RlQMy_xY-eI/AAAAAAAAAxI/XRJgY1asCMA/s1600-h/escher.gif"&gt;&lt;img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 15px; CURSOR: hand; HEIGHT: 17px; TEXT-ALIGN: center" height="393" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_dujixYW6MiY/RlQMy_xY-eI/AAAAAAAAAxI/XRJgY1asCMA/s1600-h/escher.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;mercoledì, maggio 23, 2007&lt;br /&gt;&lt;a name="8098377421679659469"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://psicolinea.blogspot.com/2007/05/leffetto-lucifero-incontro-con-il.html"&gt;L'Effetto Lucifero: incontro con il Professor Zimbardo&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_dujixYW6MiY/RlQMy_xY-eI/AAAAAAAAAxI/XRJgY1asCMA/s1600-h/escher.gif"&gt;&lt;/a&gt;Ieri, martedì 22 Maggio, il Professor &lt;a href="http://www.zimbardo.com/"&gt;Philip Zimbardo &lt;/a&gt;ha tenuto a Roma, presso la Sala Convegni del CNR, una conferenza dal titolo Lucifer Effect, organizzata &lt;a href="http://www.ordinepsicologilazio.it/"&gt;dall'Ordine degli Psicologi del Lazio.&lt;/a&gt;Poiché ho avuto la fortuna di essere fra i 350 presenti (molta gente in fila, fuori della sala, non è potuta entrare), vorrei parlarvi di quanto ho visto e sentito.L'introduzione è stata affidata a &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Angela"&gt;Piero Angela&lt;/a&gt;, amico di vecchia data dello studioso americano, insieme al quale, in passato, ha collaborato a numerosi programmi televisivi e, addirittura, ad un film, da lui stesso sceneggiato. Il Dr. Angela ha presentato il Professor Zimbardo come un uomo 'straordinariamente creativo', uno scienziato, ma anche un grande comunicatore.Poi sono stati passati in rassegna gli studi più importanti di Zimbardo: dal famoso &lt;a href="http://www.prisonexp.org/"&gt;esperimento della prigione di Stanford &lt;/a&gt;. In questo esperimento si simulava la vita all'interno di una prigione, con partecipanti assegnati casualmente al ruolo di prigionieri o carcerieri. Come si sa, l'esperimento, che doveva durare 2 settimane, è stato sospeso dopo soli sei giorni, perché era diventato una 'spirale senza controllo'. Peraltro, dice Zimbardo, la decisione di mettere fine allo studio è stata dovuta all' "eroismo" di sua moglie, &lt;a href="http://maslach.socialpsychology.org/"&gt;Cristina Maslach&lt;/a&gt;, che essendo studiosa di stress e di burn out, ha prontamente capito che era meglio chiudere, piuttosto che continuare.Si è parlato poi, ovviamente, della &lt;a href="http://www.shyness.com/encyclopedia.html"&gt;Shyness Clinic&lt;/a&gt;, un laboratorio di studio e di ricerca sul tema della &lt;a href="http://www.clinicadellatimidezza.it/"&gt;timidezza&lt;/a&gt;, argomento molto conosciuto nella esperienza di vita delle persone, quanto snobbato dal mondo scientifico e accademico.Il Dr. Angela ha poi svelato quello che tutti sospettavano e cioé l'italianità delle origini del professore americano, i cui avi partirono dal paesino siciliano di &lt;a href="http://www.comuni-italiani.it/084/009/"&gt;Cammarata &lt;/a&gt;(provincia di Agrigento) e nel quale ancora molti altri 'Zimbardo' vivono. Al paesino siciliano sono stati donati dal professore dei computers e delle borse di studio, per poter permettere ai suoi figli migliori di studiare in America (i Cammaratesi hanno insomma trovato lo 'zio d'America'....).&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_dujixYW6MiY/RlQcN_xY-fI/AAAAAAAAAxQ/1XPfmSOXf9Q/s1600-h/Zimbardo.bmp"&gt;&lt;/a&gt;Ora Philip Zimbardo sta facendo una serie di conferenze in tutto il mondo, per promuovere il suo libro &lt;a href="http://www.lucifereffect.com/"&gt;The Lucifer Effect &lt;/a&gt;(che in Italia uscirà l'anno prossimo, per &lt;a href="http://www.raffaellocortina.it/"&gt;Cortina Editore&lt;/a&gt;).&lt;br /&gt;Il Professor Zimbardo ha cominciato così la sua conferenza, sulle note del mitico Santana e sulla famosa illusione Angeli e Demoni di Escher, cui si ispira la copertina in lingua inglese del libro (l'illusione è quella riportata in alto, in questo post. A proposito, vedete angeli o demoni nell'illustazione ?).Come si sa, Lucifero era l'angelo preferito dal Signore, il quale si ribellò improvvisamente al potere di Dio e divenne il peggiore di tutti, per antonomasia: Satana. Il "Professor Z.", come viene simpaticamente chiamato dai suoi allievi, si chiede, con questo Effetto Lucifero, come faccia una persona buona, "normale", "ordinary" per dirla con il suo idioma, a diventare improvvisamente una persona "cattiva". Quali meccanismi, quali dinamiche, spingono a questo cambiamento?La risposta è chiarissima: il potere. Gli esseri umani sono fatalmente attratti dal potere di controllare gli altri e questo accade in particolare quando il sistema lo permette. Bisognerebbe guardare non tanto alle predisposizioni individuali, ma ai contesti psicologici e sociali che creano, mantengono o modificano i comportamenti degli individui. La cultura psicologica e sociologica ha commesso finora un errore fondamentale di attribuzione, sovrastimando le influenze disposizionali e sottovalutando gli stimoli provenienti dall'ambiente.Il Professor Zimbardo ha fatto riferimento al famoso esperimento di &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stanley_Milgram"&gt;Stanley Milgram &lt;/a&gt;(obbedienza incondizionata allo sperimentatore nella somministrazione di scosse elettriche. Peraltro questo esperimento è stato recentemente riprodotto in virtuale, ottenendeo gli stessi risultati. Ne abbiamo parlato &lt;a href="http://psicolinea.blogspot.com/2006/12/come-se-fosse-vero-lesperimento-milgram.html"&gt;qui&lt;/a&gt;.)Si è poi passati ad analizzare i terribili comportamenti dei carcerieri di &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prigione_di_Abu_Ghraib"&gt;Abu Ghraib&lt;/a&gt;. Il Professor Zimbardo è stato infatti consulente tecnico per la difesa del Sergente Ivan "Chip" Frederick. Nel farci vedere ancora queste immagini di immane degrado e completa disumanizzazione dei carcerati, il professore ci ha descritto quali erano le condizioni di queste guardie: turni di notte di 12 ore senza avere un giorno libero per quaranta notti di seguito, noia, mancanza di istruzioni precise sul lavoro da compiere, mancanza di formazione per il ruolo da svolgere. Questi abusi, secondo Zimbardo, avrebbero potuto essere evitati se vi fosse stata una leadership più adeguata e non si fossero spinti i militari a considerare pregiudizialmente i loro carcerati come degli animali, allo scopo di costringerli a parlare (facendo così il bene della nazione).&lt;br /&gt;Tutti i militari del mondo, anche nei paesi più poveri, indossano una divisa: perché? perché è quella che costringe le persone ad essere tutte uguali nello svolgere quel ruolo, un ruolo che cambia la personalità e che spinge la persona ad essere cattiva, ad uccidere, con il permesso delle autorità Non a caso, fa notare Zimbardo, in tutti i Paesi del mondo, a guerra finita, le divise si restituiscono all'autorità militare: da quel momento in poi non è più permesso essere 'cattivi' e occorre tornare ad essere 'buoni'. E' dunque il sistema che spinge verso la violenza e questo per permettere la conservazione del potere: è quasi come un invisibile mafia, sottostante alle Istituzioni sociali e da esse manovrata.Poi, finalmente, qualche nota di ottimismo: non è vero che l'essere umano può essere manipolato fino a questo punto. Infatti, esistono gli eroi. Essi resistono alle influenze sociali, si ribellano agli ordini ingiusti. Gli eroi sono persone 'normali' e ciascuno di noi potrebbe un giorno diventare un eroe se si venisse a trovare in una condizione particolare in cui c'è bisogno di un atto di coraggio, di un'azione, che vinca sull'apatia e l'indifferenza.Altre parole positive sono state rivolte dal professor Zimbardo al ruolo della psicologia nella società. La psicologia è ancora troppo sottovalutata e senza motivo. Essa infatti non è come la filosofia o la religione, che i basano su teorie indimostrabili o sulla fede. La psicologia è una scienza che si basa su dati oggettivamente dimostrati, che vengono modificati continuamente in base alle nuove scoperte e alle nuove evidenze. Gli psicologi conoscono i meccanismi che agiscono nei gruppi sociali e pertanto dovrebbero essere più spesso consultati dalle istituzioni per organizzare e mantenere i servizi pubblici. (Su questo argomento vedi l'articolo di Zimbardo: La psicologia ha cambiato la nostra vita? - &lt;a href="http://www.psicolinea.it/g_t/la_psicologia_ha_cambiato_la_nostra_vita_1.htm"&gt;versione italiana&lt;/a&gt;, traduzione di Giuliana Proietti e &lt;a href="http://www.psicolinea.it/e_s/e_does_psychology_make_a_significant_difference_in_our_lives_1.htm"&gt;versione inglese&lt;/a&gt;).Riflessioni personali sulla giornata con il Professor Zimbardo:Tutto quello che il professore dice invita alla riflessione ed è molto stimolante. L'unica cosa che mi chiedo, a fine giornata, è questa: una volta stabilito che è il sistema, la società, a cambiare una persona, a farla diventare cattiva anziché buona, chi può, alla fine della fiera, stabilire se una persona è buona o cattiva? Cosa è male e cosa è bene? A mio avviso si corre il rischio di descrivere e delineare nei dettagli teorie veramente 'scientifiche', che si basano però su assunzioni ancora del tutto indimostrabili. O no? Cogito, ergo sum...&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.psicolinea.it/"&gt;Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://psicolinea.blogspot.com/2007/05/leffetto-lucifero-incontro-con-il.html"&gt;http://psicolinea.blogspot.com/2007/05/leffetto-lucifero-incontro-con-il.html&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-4519995525197984285?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/4519995525197984285/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=4519995525197984285' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4519995525197984285'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4519995525197984285'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/incontro-con-il-prof-zimbardo.html' title='Incontro con il prof. Zimbardo'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SI8QZKHIRyI/AAAAAAAAADE/R0sbwueGygw/s72-c/escher.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5498922296692097351</id><published>2008-07-29T14:21:00.001+02:00</published><updated>2008-07-29T14:21:55.599+02:00</updated><title type='text'>L'ENTRATA DEL SINGOLO NEL GRUPPO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;1.2 L’entrata del singolo nel gruppo &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La teoria della deindividuazione nasce, come teoria organica e distinta, intorno agli inizi degli anni Cinquanta; sono infatti Festinger, Pepitone e Newcomb a formulare una prima definizione specifica del concetto. Successivamente, molti studiosi riprenderanno e analizzeranno tale teoria, permettendo anche degli sviluppi particolari ed in parte contrastanti con la teoria originaria, come ad esempio la emergent norm theory o la self-awareness theory. Tra gli studiosi che si sono dedicati con maggior attenzione al fenomeno della deindividuazione, ci sono soprattutto Zimbardo e Diener, i quali si basano per le loro ricerche sulle intuizioni iniziali di Festinger, Pepitone e Newcomb. È doveroso precisare, comunque, che la specifica teoria della deindividuazione trova le sue premesse in concetti che erano stati oggetto di studio circa mezzo secolo prima, da parte di studiosi interessati al comportamento delle folle. L’analisi della teoria della deindividuazione cioè, non può assolutamente prescindere da uno studio generale delle proprie radici concettuali: i presupposti della teoria si trovano infatti già a fine Ottocento, soprattutto nel prezioso contributo del celeberrimo libro Psychologie des foules, opera scritta da Gustave Le Bon nel 1895. Prentice-Dunn e Rogers, così come gli psicologi interessati al comportamento umano in gruppo, basano le loro analisi scientifiche su molte intuizioni effettuate da parte degli studiosi della psicologia delle folle, riconoscendo inoltre loro di aver messo in evidenza degli aspetti molto importanti del comportamento collettivo: “Investigators as early as Le Bon […] noted that certain group contexts insulate individuals from feelings of social responsibility and fear of reprisals for proscribed acts” (Prentice-Dunn &amp;amp; Rogers, 1982, pag.503). Diener, uno degli studiosi che ha dedicato più attenzione al fenomeno della deindividuazione, così sintetizza il fondamentale apporto di Le Bon per i futuri studi sulla deindividuazione: “What forces lead crowd members to behave at times in uncivilized and violent ways? Le Bon believed that when men are immersed in crowd they are turned into mindless brutes, incapable of reason. Le Bon’s seminal idea was reconceptualized by Festinger, Pepitone and Newcomb” (Diener, 1976, pag.497). Lo stesso Zimbardo “has taken the main thrust of Le Bon's arguments – the idea that men are trasformed into mindless brutes when immersed in a crowd – and recast the approach in scientifically testable terms” (Diener, Dineen, Endresen, Beaman &amp;amp; Fraser, 1975, pag.328). Le Bon, insieme a studiosi come Sighele, Taine, Tarde e Rossi, ha fornito degli importanti contributi per la comprensione del comportamento delle masse; le ricerche di tali studiosi sono inquadrabili all’interno del paradigma della psicologia delle folle, un orientamento teorico nato appunto negli ultimissimi anni del diciannovesimo secolo. È doveroso premettere che l’appartenenza ad un gruppo, secondo i sostenitori della teoria della deindividuazione, costituisce una delle condizioni principali che favoriscono lo stato di deindividuazione e i relativi effetti comportamentali; è fin troppo evidente, quindi, il comune interesse di tali teorici e di quelli della psicologia delle folle sulla condizione mentale del singolo soggetto appartenente ad una folla. È proprio questo aspetto che unisce le due teorie citate; ed è proprio da questo punto che parte l’analisi di Festinger e degli altri studiosi. L’avvento delle folle, avvenuto nel periodo di fine Ottocento, è il fenomeno che colpisce gli studiosi di molte discipline diverse, i quali tentano di analizzarne gli aspetti principali e le caratteristiche peculiari. Robertson sostiene che la folla è “una moltitudine di persone che si trovano insieme per un certo periodo di tempo”, aggiungendo inoltre: “Tuttavia è qualcosa di più di una semplice massa di persone. La vicinanza fisica spinge all'interazione sociale anche quando i membri della folla cercano concretamente di evitare il contatto con gli altri” (Robertson, 1988, pag.605). Gli studiosi in maniera particolare si concentrano sulla condizione personale del singolo individuo appartenente ad una folla, evidenziando come il suo agire sia notevolmente influenzato dal fatto di trovarsi in quella precisa circostanza. Sofsky in una sua analisi della relazione tra la folla e l’individuo, afferma: “La folla assorbe l’individuo, che si fonde nei suoi movimenti. Questo processo richiede un’analisi graduale. Non è in alcun modo da identificare con ciò che la critica culturale è solita definire «massificazione». Qui non si tratta di conformità o adattamento a determinati modelli di comportamento collettivo, della fine del «sacro» individuo […]; l’inglobamento dello spettatore nel corpo della massa va molto più in profondità: questa situazione afferra l’individuo interamente, con il corpo e con l’anima. L’emozione collettiva della folla è una forza indipendente, un potere coercitivo autonomo che assale l’essere umano e lo spinge a modalità comportamentali alle quali difficilmente sospettava di poter cedere” (Sofsky, 1998, pag.94). Sono proprio le ultime parole di Sofsky che assumono grande importanza: il singolo, una volta che si trova a far parte di una folla, viene spinto a comportarsi in una maniera nettamente diversa da come egli si comporterebbe se non si trovasse a far parte di una folla. Park, uno degli studiosi che si è dedicato maggiormente all’analisi dei fenomeni collettivi, sostiene: “L’esperienza comune dimostra che le persone, sotto l’influsso di uno stimolo collettivo, compiono spesso azioni che come individui non potrebbero nè vorrebbero fare. Esponenti della scuola di psicologia collettiva usano frequentemente la massima: «Senatores boni viri; senatus autem mala besti». In realtà sono la tendenza del tumulto popolare alla rabbia irrazionale e il suo cieco spirito distruttivo che va al di là di tutte le passioni individuali a catturare prima di tutto l’attenzione della psicologia collettiva” (Park, 1996, pag.37-38). Le prime osservazioni su tali fenomeni evidenziano proprio i fattori che interverrebbero nel comportamento della folla e dei suoi membri; la psicologia delle folle perciò costituisce la base dalla quale gli studiosi della deindividuazione sono partiti, spinti dall’interesse di analizzare gli effetti causati dall’appartenenza ad un gruppo di persone, sullo stato mentale e sul comportamento dell’individuo singolo. Anche studiosi come Mc Dougall e Freud si sono concentrati su tali oggetti di studio, fornendo a loro volta una propria interpretazione del fenomeno; la specifica posizione dell’uomo «immerso» in una folla, inizia ad essere oggetto di numerose trattazioni, che ricorreranno spesso anche ai concetti di inconscio, contagio e ipnosi, concetti che appunto cercheranno di spiegare la particolare condizione mentale del singolo. Soprattutto Freud, nel suo libro Psicologia delle masse e analisi dell’Io, tenta di fornire una spiegazione dei fenomeni psicologici che si osservano tra gli appartenenti ad una massa; egli concorda con Le Bon nell’assegnare un ruolo determinante ai fattori inconsci, ma sostiene che una massa è tenuta insieme non tanto grazie a fenomeni di suggestione o di ipnosi, bensì grazie a legami di origine libidica e al processo di identificazione. Freud percepisce che l’individuo facente parte di una massa è soggetto ad alcune limitazioni, che gli impediscono il corretto svolgimento dell’attività psichica, e inoltre lo liberano dalle consuete rimozioni: Freud capisce e afferma che “quest’individuo […] sente, pensa e agisce in maniera affatto diversa da quella che da lui dovremmo attenderci”, aggiungendo inoltre che “tale circostanza è costituita dalla sua inclusione in una moltitudine umana che ha acquisito la qualità di una «massa psicologica” (Freud, 1971, pag.67). Anche se la trattazione di Freud è decisamente incomparabile a quella dei teorici della deindividuazione, trovandosi infatti all’interno del paradigma psicoanalitico, si notano comunque subito delle piccole analogie con quelle che saranno le analisi degli studiosi della teoria della deindividuazione; sia questi ultimi che Freud, intuiscono come l’uomo della folla sia più aggressivo, crudele e violento di quanto accade quando egli è lontano da questa. Entrambe le impostazioni notano cioè che ogni individuo, “quando è associato ad altri in gruppi di vaste dimensioni, subisce trasformazioni anche impressionanti” (Palmonari, 1982, pag.93). Freud infatti dice che “nello stare insieme degli individui riuniti in una massa, tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti inumani, crudeli, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano e aspirano al libero soddisfacimento pulsionale” (Freud, 1971, pag.74); in un altro passo della sua trattazione, Freud continua a caratterizzare la situazione psicologica dell’uomo della folla, sostenendo che all’interno di questa è facile notare “la scomparsa della personalità singola cosciente, l’orientarsi di pensieri e sentimenti nelle medesime direzioni, il predominio dell’affettività e dello psichismo inconscio, la tendenza all’attuazione immediata delle intenzioni via via che affiorano” (ivi, pag.120). Koestler afferma che “[l]e folle tendono a comportarsi in modo «fanatico» (o «eroico»), cioè unilaterale, perchè le differenze individuali fra i loro membri sono temporaneamente sospese e le facoltà critiche anestetizzate” (Koestler, 1970, pag.338). È comunque importante precisare che i teorici della deindividuazione non si avvalgono del «fattore» inconscio per le loro spiegazioni e teorie; lo stesso si può dire per quanto riguarda il fenomeno dell’ipnosi. Festinger e gli altri studiosi, infatti, non si interessano affatto dell’analisi dell’inconscio delle persone, bensì sviluppano le loro teorie utilizzando strumenti concettuali ben diversi da quelli utilizzati da parte di Le Bon o Freud. Lo psicanalista Jung, nel suo studio sullo sviluppo della personalità, dedica ampio spazio al concetto di «individuazione». Jung definisce la nozione di individuazione “il processo di formazione e di caratterizzazione dei singoli individui, e in particolare lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto dalla generalità, dalla psicologia collettiva”; inoltre, il grande allievo di Freud, afferma: “L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale. La necessità dell’individuazione è una necessità naturale, in quanto che impedire l’individuazione, mercè il tentativo di stabilire delle norme ispirate prevalentemente o addirittura a criteri collettivi, significa pregiudicare l’attività vitale dell’individuo […]. Per il fatto stesso che l’individuo non è soltanto un essere singolo, ma presuppone anche dei rapporti collettivi per poter esistere, il processo di individuazione non porta all’isolamento, bensì a una coesione collettiva più intensa e generale ” (Jung, 1921, pag.463). L’attenzione in questo caso deve esser posta sul concetto di differenziazione: l’individuazione è il risultato perciò di un corretto processo di differenziazione e autorealizzazione, risultato raggiungibile attraverso il superamento di determinate tappe, nelle quali la personalità deve confrontarsi con determinate esperienze, denominate Ombra, Animus/Anima, Vecchio Saggio, Sé. Taborra, in una sua analisi del pensiero dello psicanalista svizzero, sostiene che “il processo d’individuazione non è un percorso che sottrae l’uomo dal confronto con il mondo esterno”, aggiungendo inoltre che “esso ha due aspetti fondamentali: da un lato è un processo d’integrazione interiore, soggettivo e dall’altro è un processo oggettivo di relazione”. La stessa studiosa evidenzia che “il senso della propria identità implica la relazione con l’altro come diverso da sé”, precisando che “esso [...] si struttura confrontandosi, scontrandosi e misurandosi nei rapporti interrelazionali”: “Il processo d’individuazione rappresenta un percorso analitico intensivo che, rispettando l’integrità della coscienza, conduce fino al Sé, sorgente e ragione ultima del nostro essere psichico” (Taborra, 2001). La deindividuazione consiste in una perdita temporanea della propria individualità e della propria facoltà di sentirsi un essere completamente autonomo, in grado cioè di compiere scelte indipendentemente dall’influenza degli altri. Jung evidenzia bene la peculiarità del fenomeno dell’individuazione, sottolineando la capacità del soggetto di auto-realizzarsi, e quindi di valorizzare il proprio Sé. Caprara e Gennaro sostengono che “[s]econdo Jung individuarsi significa diventare un essere singolo e, intendendo noi per individualità la nostra più intima, ultima, incomparabile e singolare peculiarità, diventare se stessi, attuare il proprio Sé” (Caprara &amp;amp; Gennaro, 1994, pag.217). Dipboye sostiene infatti che “[i]ndividuation has been equated with maturity and self-actualization, whereas deindividuation, the process of losing one’s distinctiveness or individuality, has been described as dysfunctional for both the individual and society” (Dipboye,1977, pag.1057). &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5498922296692097351?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5498922296692097351/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5498922296692097351' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5498922296692097351'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5498922296692097351'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/lentrata-del-singolo-nel-gruppo.html' title='L&apos;ENTRATA DEL SINGOLO NEL GRUPPO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-3011274665927558587</id><published>2008-07-29T14:17:00.000+02:00</published><updated>2008-07-29T14:18:18.998+02:00</updated><title type='text'>Aspetti dionisiaci dello stato di deindividuazione</title><content type='html'>1 L’INDIVIDUO E LA MASSA&lt;br /&gt;1.1 Aspetti dionisiaci dello stato di deindividuazione.&lt;br /&gt;Il concetto di deindividuazione è indissolubilmente legato al concetto di significato opposto, cioè al concetto di individuazione. Maslach, Stapp e Santee affermano che “individuation is a state in which the person feels differentiated, to some degree, from other people and objects”, mentre “[d]eindividuation [...] is a state in which the person feels differentiated, to some degree, from other people” (Maslach, Stapp &amp;amp; Santee, 1985, pag.730). Lo stato di individuazione favorisce il pieno controllo degli atti personali, ed una corretta valutazione delle conseguenze dei comportamenti effettuati; rappresenta cioè la condizione in cui l’uomo può compiere delle scelte coscienti e rispettose delle norme sociali, favorendo in tal modo il corretto funzionamento dell’intera società in cui vive. L’individuazione garantisce l’ordine dell’attività psichica dell’individuo: essa favorisce la permanenza dei freni inibitori, meccanismi psicologici senza i quali l’uomo agirebbe quasi istintivamente, generando gravi conseguenze sia a causa della valutazione negativa ricevuta dagli altri nei suoi confronti, sia per la salute dell’intera società. Lo stato di deindividuazione invece, genera una situazione ben diversa; quando sopraggiunge la condizione di deindividuazione infatti, nell’uomo si indeboliscono le forze che impedivano l’esecuzione di atti istintivi e nocivi, ed egli diventa capace degli atti più impensabili e meschini. Il controllo dell’azione viene meno, e si genera confusione e caos. Zimbardo sostiene che i concetti di individuazione e di deindividuazione possano essere accostati a immagini «mitiche ed eterne», e possano inoltre essere pensati come due forze perennemente contrastanti: “What we are setting up as protagonists are not simply Cognition and Action, but more basically the Forces of Individuation versus those of Deindividuation. These forces are hardly new to each other; their antagonism can be traced back through all recorded history, as an integral part of the myth and ritual of people everywhere” (Zimbardo, 1970, pag.248). Egli ad esempio, fa riferimento al concetto di «dionisiaco» e di «apollineo» presente in Nietzsche, e sfrutta questi due concetti per operare un paragone con i fenomeni di individuazione e di deindividuazione. Diener e altri studiosi notano infatti che Zimbardo paragona lo stato di deindividuazione a “«Dionysiac forces» that lead to behavior that is emotional, impulsive, and lacking in discriminative control” (Diener, Westford, Dineen &amp;amp; Fraser, 1973, pag.221). Secondo quanto scrive Nietzsche infatti, la figura di Apollo sarebbe contraddistinta da “quella limitazione piena di misura, quella libertà dalle più selvagge emozioni, quella quiete piena di saggezza del dio plastico” (Nietzsche, 1996, pag.54-55): l’apollineo rappresenta perciò l’ordine, il principiun individuationis, la logica e la razionalità. L’apollineo raffigura l’uomo pienamente consapevole dei divieti sociali, rappresenta la sua costante attenzione e il suo interesse per la valutazione che gli altri uomini daranno del suo comportamento; l’uomo nella condizione di individuazione si affida perciò al ragionamento razionale e all’attenta valutazione degli aspetti positivi e negativi del suo comportamento. Jung sostiene che l’elemento apollineo “è misura, numero, limite e dominio di tutto ciò che è selvaggio e indomito” (Jung, 1921, pag.145): è evidente come in tali parole si ritrovino alcune delle caratteristiche principali dello stato di individuazione. L’uomo che invece si trova in condizione di deindividuazione incarna il dionisiaco, il caos, l’irrazionalità e l’imprevedibilità. Dionisio è “ il dio che, nello scatenamento degli istinti, rompe l’ordine delle gerarchie (sociali, morali, politiche ecc.) e fa dissolvere il principium individuationis”: “Nell’ebbrezza dionisiaca la soggettività si annulla; uomo e natura sono riconciliati” (Nietzsche, 1996, pag.64). L’uomo perciò, in tale stato dionisiaco, si dimentica di sé. Per Jung “il dionisiaco […] è la liberazione dell’istinto insofferente d’ogni limite, lo scatenarsi della sfrenata dynamis animalesca e divina […]. È l’orrore che si prova nella rottura del principio d’individuazione e insieme «l’estasi delirante» perché è infranto. Il dionisiaco è quindi paragonabile all’ebbrezza che dissolve l’elemento individuale negli istinti e nei contenuti collettivi” (Jung, 1921, pag.145): i comportamenti distruttivi delle folle ricordano chiaramente la figura di Dionisio. Zimbardo paragona perciò la contrapposizione tra «apollineo» e «dionisiaco» alla contrapposizione tra individuazione e deindividuazione, generando un’affascinante e suggestiva immagine: l’eterna lotta tra l’ordine ed il caos. Zimbardo, concludendo, scrive che “Mythically, deindividuation is the ageless life force, the cycle of nature, the blood ties, the tribe, the female principle, the irrational, the impulsive, the anonymous chorus, the vengeful furies. To be singular, to stand apart from other men, to aspire to Godhead, to honor social contracts and man-made commitments above family bonds, is to be individuated” (Zimbardo, 1970, pag.249).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-3011274665927558587?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/3011274665927558587/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=3011274665927558587' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3011274665927558587'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3011274665927558587'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/aspetti-dionisiaci-dello-stato-di.html' title='Aspetti dionisiaci dello stato di deindividuazione'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5213818475188652955</id><published>2008-07-29T14:08:00.000+02:00</published><updated>2008-07-29T14:09:16.207+02:00</updated><title type='text'>L'INCONSCIO COLLETTIVO DI JUNG</title><content type='html'>L’inconscio (das Unbewusste) è stato senza dubbio il perno su cui si è mosso tutto lo studio di Freud: è stato il cuore, la scoperta, la novità per eccellenza portata alla luce dalla psicoanalisi freudiana. Un mondo oscuro e apparentemente inesistente è stato infatti portato alla luce, mettendo in crisi molte delle tradizionali convinzioni della psicologia e della medicina del tempo. Con l’analisi del profondo e dei misteri che lo circondano perciò, Freud ha generato una rottura con tutte le credenze scientifiche che fino ad allora regnavano sovrane: dall’inizio del xx secolo perciò, se si voleva dare una spiegazione più accurata della malattia psichica in generale, non si poteva non prendere in esame l’analisi dell’”interno mondo straniero”, così come lo definiva lo stesso Freud.L’inconscio, cioè ciò che esiste nella psiche umana ma che non arriva al piano della coscienza. L’inconscio, cioè il nascosto pozzo profondo entro cui si celano le chiavi per aprire le porte della comprensione dei disagi psicologici degli individui. L’inconscio, ovvero ciò che dai primi anni del Novecento iniziò a turbare le menti di molte persone ignare della “città segreta”. Freud ha sempre trattato però l’inconscio come una proprietà specifica del singolo essere umano, qualcosa cioè che esisteva solamente ed esclusivamente al suo interno, senza lasciare concessioni ad uno sviluppo più vasto del concetto: l’inconscio freudiano viene cioè analizzato in una dimensione esclusivamente individuale. E’ stato Carl Gustav Jung a formulare una visione più vasta del concetto, giungendo a quello che poi è stato definito “inconscio collettivo”. Se per Freud cioè aveva poco senso parlare di un inconscio “superiore” a quello del singolo individuo, Jung sosteneva invece che la dimensione inconscia doveva essere trattata proprio come un concetto che superava il piano individuale, per estendersi invece ad un livello superiore, universale. L’inconscio collettivo esisterebbe cioè indipendentemente dalla diversità di razza, di luogo, di latitudine: l’inconscio collettivo sarebbe perciò patrimonio comune dell’umanità. Secondo il più famoso allievo di Freud cioè, esisterebbero delle informazioni innate, ereditarie, universali e impersonali, che costituirebbero il nucleo del mondo inconscio personale: tali informazioni universali vengono chiamate “archetipi” (i più importanti dei quali sono il Sé, l’Ombra, l’Anima, L’Animus, La Grande Madre, Le Stelle, Il Vecchio Saggio ecc.). Gli archetipi sono molto simili alle rapresentations collectives analizzate da Lèvy-Bruhl. Queste forme di conoscenza primordiali costituiscono perciò una sorta di prototipo, e grazie e per mezzo di questi l’individuo interpreta la realtà della vita quotidiana, nel tentativo di raggiungero la finale individuazione. Gli archetipi non sono precisamente delle informazioni ben codificate e nitide, bensì sono delle “possibilità di rappresentazione”, sono dei concetti primordiali che possono manifestarsi sotto forma di moltissime immagini diverse; proprio per questo l’analisi degli archetipi formulata da Jung dev’essere integrata con la conoscenza del mondo del simbolismo. L’archetipo può infatti manifestarsi sotto le spoglie di immagini a prima vista incomprensibili ed oscure; ma ad un’analisi più precisa della rappresentazione presentata, si riesce dopo un lungo lavoro di analisi ad arrivare al concetto originario e primordiale. Gli archetipi sono perciò una sorta di memoria a livello planetario, raccolta gradualmente e venuta alla luce nella maggior parte dei casi sotto forma di miti, favole e sogni.Postulando l’esattezza della teoria junghiana, si potrebbero spiegare molte delle atrocità avvenute nel mondo: chi ha conoscenza delle meccaniche e dei processi dell’inconscio collettivo, potrebbe infatti aver fatto leva su di essi per spingere le persone a comportarsi in maniera distruttiva.&lt;br /&gt;Un articolo di David evangelisti&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5213818475188652955?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5213818475188652955/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5213818475188652955' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5213818475188652955'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5213818475188652955'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/linconscio-collettivo-di-jung.html' title='L&apos;INCONSCIO COLLETTIVO DI JUNG'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-7702485336142376054</id><published>2008-07-29T14:06:00.001+02:00</published><updated>2008-07-29T14:06:43.022+02:00</updated><title type='text'>IL VIRTUAL EGO SOPPIANTERA' L'IO REALE?</title><content type='html'>L’Io ha sempre rappresentato la struttura psichica cardine attraverso la quale l’individuo poteva relazionarsi con il mondo. Il mondo, fino a pochi anni fa, era infatti composto da tanti Io diversi che potevano interagire tra loro e con l’ambiente circostante. L’Io, ovvero la parte più vera di una persona fisica.Con la diffusione di Internet, e soprattutto con il grandissimo sviluppo delle chat-rooms e dei mondi virtuali offerti dalla Rete, l’Io è stato a poco a poco soppiantato dal corrispondente Io-virtuale. L’Io- virtuale infatti, o Virtual-Ego, rappresenta l’equivalente virtuale dell’Io Reale. L’Io appartiene alla sfera Reale della vita, mentre il Virtual-Ego rappresenta ormai il desiderio dell’Io di trascendere la propria unicità e identità, al fine di poter realizzare ciò che tantissime persone hanno sempre sognato: cambiare vita, o perlomeno, vivere una vita parallela.Virtual-Ego e Io ormai rappresentanol’uno il completamento strutturale dell’altro. L’Io reale ha perso infatti la sua condizione di onnipotente realtà psichica, ed ha dovuto cedere col tempo all’avanzata prepotente del suo Alter Ego: l’Io del mondo virtuale. Ciò ha causato non pochi danni all’equilibrio psichico delle persone: la dipendenza dal mondo virtuale offerto da Internet infatti ha reso schiave moltissime persone dei loro personaggi (Avatar) creati ad hoc per la vita nei mondi virtuali del Web . La dipendenza dal mondo di Internet infatti, è stata considerata da molti psicologi una vera e propria forma di dipendenza (Internet Addiction Disorder).Fino a che punto l’Io Reale resisterà agli attacchi sempre più violenti apportati dall’Io Virtuale non è facile saperlo. Dipenderà in maniera specifica dall’uso che le persone faranno dei mondi o stanze virtuali offerte dalla Rete. L’uomo, nei prossimi 10 anni, riuscirà a capire che il proprio Io avrà bisogno di riacquisire il ruolo di primo piano che gli è sempre appartenuto? O si lascerà definitivamente intrappolare dal desiderio di vivere al 100% la propria esistenza all’interno di un mondo virtuale? Le prospettive non sono delle migliori. L’uomo vivrà con sempre minore passione e intensità la vita Reale, e riverserà progressivamente tutte le proprie energie e attenzioni verso i “magnifici” e intriganti mondi virtuali. Il Virtual-Ego trionferà.&lt;br /&gt;Un articolo di David evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-7702485336142376054?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/7702485336142376054/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=7702485336142376054' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7702485336142376054'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7702485336142376054'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/il-virtual-ego-soppiantera-lio-reale.html' title='IL VIRTUAL EGO SOPPIANTERA&apos; L&apos;IO REALE?'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5674470728943952744</id><published>2008-07-29T14:04:00.000+02:00</published><updated>2008-07-29T14:05:25.234+02:00</updated><title type='text'>L'INTERNET DIPENDENZA</title><content type='html'>La Modernità e lo sviluppo sempre più massiccio delle nuove tecnologie ha permesso all’uomo di raggiungere importanti traguardi. Grazie soprattutto allo sviluppo di nuove tecniche di comunicazione, l’uomo è riuscito ad abbattere le distanze e a guadagnare tempo: attraverso soprattutto l’uso di Internet, possiamo facilmente diffondere le nostre idee e venire a conoscenza delle idee di coloro che stanno a migliaia di chilometri di distanza da noi. Certo, la comunicazione-via-computer (computer mediated communications, CMC) è certamente uno dei più sensazionali traguardi raggiunti dall’uomo moderno. Internet: grande risorsa, senza dubbio. Internet: grande trappola, se non usato correttamente e con la dovuta attenzione. Internet: la droga del XXI secolo.Internet può costituire infatti un comodo quanto pericoloso rifugio dentro il quale riversare e sfogare tutte le proprie debolezze e insicurezze. Il Web offre la possibilità di visitare e scoprire dei “fantastici luoghi virtuali” dove incontrare facilmente interessanti persone: le chat rooms sono ad esempio diventate uno dei luoghi virtuali dove più facilmente si possono scambiare opinioni e idee, conoscere nuove persone, e anche innamorarsi. Internet può costituire anche una grande vetrina dentro la quale poter ricercare oggetti da acquistare, sia nuovi che usati (chi non conosce eBay?!). Internet offre la possibilità di trovare persone (players) con cui giocare a distanza (i famigerati games on line). Sempre di più la nostra vita abbandona la consueta quotidianità per riversarsi nel “fantastico mondo” offertoci dalla Rete. Il tempo trascorso davanti al pc stà diventando sempre maggiore, a discapito della vita vissuta nell’ormai “noioso” Mondo Reale. L’uomo stà progressivamente abbandonando il concetto di Sé, per rifugiarsi in quell’entità virtuale denominata Nickname, o Avatar. Ormai viviamo sempre più intensamente la nostra vita virtuale, e lasciamo solo poche energie per la “vecchia” vita di tutti i giorni. Disinteresse sempre maggiore per la quotidianità e per la vita reale; interesse sempre più grande per la Second Life offertaci dalla Rete.Attenzione però: di Internet ci si può ammalare. L’uso sconsiderato delle potenzialità di Internet può condurre a quel tipo di disturbo denominato Internet Addiction Disorder (IAD), ossia ad una vera e propria forma di dipendenza dal mondo virtuale propinatoci dal Web attraverso le chat, IRC, Communities, ecc. Gli studiosi Ivan Goldberg e Kimberly Young hanno lanciato un chiaro messaggio. La dipendenza da Internet è infatti considerata da molti psicologi come una vera e propria forma di dipendenza, simile, per intenderci, a quella causata dall’abuso di droghe o alcool. L’individuo tende sempre di più a spendere il proprio tempo all’interno della Vita Virtuale, e ciò a discapito del suo equilibrio psicologico e fisico: la vita lavorativa, la vita di coppia e in generale tutta la sfera affettiva risentono di questa nuova forma di disturbo ossessivo compulsivo, generando dei disagi sempre più grandi e pericolosi. L’uomo moderno stà diventando Internet-dipendente. Si diventa infatti sempre più desiderosi di stare on-line. La vita “normale”, la vita cioè off-line, viene considerata noiosa, e si diventa di conseguenza ansiosi di stabilire al più presto la connessione alla nostra “Seconda Vita”: il modem di casa diviene una specie di sacra porta grazie alla quale poter entrare in un mondo fantastico, dove potersi liberare dalle pressioni e dalle delusioni provate nella vita not-connected.Il solipsismo telematico diventa così uno dei più grandi problemi da affrontare e da discutere. La Rete stà diventando sempre più Onnipotente. Le communities stanno diventando con sempre maggior velocità il punto di riferimento di quegli individui che cercano in esse quel forte senso di appartenenza che ormai essi non sono più in grado di ottenere dal gruppo di amici della vita quotidiana. Il classico gruppo di amici sembra man mano scomparire, a favore dello sviluppo del gruppo di Avatar conosciuti in qualche lontanissimo mondo virtuale. Il sesso virtuale per molte persone stà diventando ben più intrigante e appagante del sesso reale. Gli appuntamenti più interessanti si prendono ormai all’interno delle chat-rooms, e non più all’interno della piazza della nostra città.Siamo sicuri che riusciremo a controllare in maniera intelligente questo nuovo potentissimo modo di interagire e di relazionarsi con l’Altro?!...o siamo già diventati irrimediabilmente Internet-dipendenti?&lt;br /&gt;Un articolo di David evangelisti&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5674470728943952744?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5674470728943952744/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5674470728943952744' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5674470728943952744'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5674470728943952744'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/linternet-dipendenza.html' title='L&apos;INTERNET DIPENDENZA'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-2787283455853963717</id><published>2008-07-29T14:02:00.000+02:00</published><updated>2008-07-29T14:03:17.277+02:00</updated><title type='text'>Dr. Simonetta Putti</title><content type='html'>&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/da-una-mail-della-dottoressa.html"&gt;Da una mail della dottoressa Simonetta Putti&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Pubblico di seguito un gradito intervento della psicologa Simonetta Putti in merito ad un mio articolo comparso sul blog &lt;a href="http://www.dentrolarete.blogspot.com/"&gt;www.dentrolarete.blogspot.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;-----------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;Salve David,leggo nella pagina data 18 febbraio, all'indirizzo http://www.dentrolarete.blogspot.com/ quarto capoverso, quanto segue:"L’Io reale ha perso infatti la sua condizione di onnipotente realtà psichica, ed ha dovuto cedere col tempo all’avanzata prepotente del suo Alter Ego: l’Io del mondo virtuale. "Le faccio notare che l'Io - in una dimensione psichicamente sana -non deve essere connotato da Onnipotenza, in quanto tale atteggiamentoè fisiolgico nel bambino ma diviene patologico nell'adulto.Più propriamente, sarebbe opportuno scrivere:"L’Io reale si sta amplificando - e talora rischia di frammentarsi - nella multiformità degli Alter Ego virtuali resi possibili dalla vita nel web."Leggo ancora, di seguito:Ciò ha causato non pochi danni all’equilibrio psichico delle persone: la dipendenza dal mondo virtuale offerto da Internet infatti ha reso schiave moltissime persone dei loro personaggi (Avatar) creati ad hoc per la vita nei mondi virtuali del Web.Più cautamente, considerando che si parla di percentuali e non certo della totalità degli utenti - scriverei:"Ciò può causare danni all’equilibrio psichico delle persone: la dipendenza dal mondo virtuale offerto da Internet infatti ha reso schiave moltissime persone dei loro personaggi (Avatar) creati ad hoc per la vita nei mondi virtuali del Web"Ecco, spero di non disturbarla con questi suggerimenti e mi permetto una domanda forse un poco provocatoria: Lei è tecnofobo?Con simpatia ed interesse, un cordiale saluto.&lt;br /&gt;Simonetta Putti&lt;br /&gt;-------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La ringrazio ancora una volta per il suo interesse. L'articolo che ho scritto è volutamente provocatorio..non credo proprio che si arriverà a degli scenari talmente "apocalittici"! Ho voluto estremizzare tutto. Non sono assolutamente tecnofobo, anzi, però mi preme mettere in evidenza (e se lo si fa con provocazioni il messaggio arriva prima!) come stia cambiando la nostra vita con lo sviluppo massiccio del mondo di Internet!David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-2787283455853963717?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/2787283455853963717/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=2787283455853963717' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2787283455853963717'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2787283455853963717'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/dr-simonetta-putti.html' title='Dr. Simonetta Putti'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-1340113043185141477</id><published>2008-07-12T17:24:00.023+02:00</published><updated>2009-03-04T14:41:13.101+01:00</updated><title type='text'>I MIEI ARTICOLI</title><content type='html'>&lt;div align="left"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;David Evangelisti: articoli scritti&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;p align="left"&gt;&lt;span style="color:#cc0000;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;color:#000000;"&gt;&lt;strong&gt;PSICOLOGIA SOCIALE&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/bulli-non-si-nasce.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;BULLI NON SI NASCE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/05/la-personalita-aggressiva.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;LA PERSONALITA' AGGRESSIVA&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/05/laggressivita-secondo-freud.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;L'AGGRESSIVITA' SECONDO FREUD&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/02/obbedienza-all-autorita-i-presupposti.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;OBBEDIENZA ALL' AUTORITA': I PRESUPPOSTI DELLO STUDIO DI MILGRAM&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/02/eichmann-milgram-obbedire-senza-pensare.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;EICHMANN-MILGRAM: OBBEDIRE SENZA PENSARE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/01/lo-stanford-prison-experiment-e-i-lager.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;LO STANFORD PRISON EXPERIMENT E I LAGER NAZISTI&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/01/il-piu-grande-orrore-della-storia.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;IL PIU GRANDE ORRORE DELLA STORIA&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/01/aggressivita-comportamento-aggressivo-e.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;AGGRESSIVITA', COMPORTAMENTO AGGRESSIVO E DISTRUTTIVITA'&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/01/hitler-il-super-padre.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Hitler: il Super-padre&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/01/aggressivit-teorie-disposizionali-e.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Aggressività: teorie disposizionali e teorie situazioniste&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/linconscio-collettivo-di-jung.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;L'INCONSCIO COLLETTIVO DI JUNG&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="left"&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/aspetti-dionisiaci-dello-stato-di.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Aspetti dionisiaci dello stato di deindividuazione &lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/aggressiveness-aggressive-behaviour-and.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Aggressiveness and aggressive behaviour&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/psychology-of-evil-everybody-can-turn.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;The Psychology of evil: "Everybody can turn into a monster"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/stanford-prison-experiment-key-to.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Stanford Prison experiment: "The key to understand why a meek dr. Jeckyll becomes a violent and sadic mr. Hide"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/11/zimbardo-and-milgram-power-of.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Zimbardo and Milgram: "The power of situational variables"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/la-psicologia-delle-folle-la-base-della.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;La psicologia delle folle: la base della teoria della deindividuazione&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/la-mente-collettiva-e-il-fenomeno-del.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;La mente collettiva e il fenomeno del "contagio mentale"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/hitler-super-father-freudian-view.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Hitler: The Super-father (A freudian view)&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/eichmann-milgram-to-obey-without.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Eichmann-Milgram: To obey without thinking&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/deindividuazione-considerazioni-sulle.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Deindividuazione: Considerazioni sulle prime teorie&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="left"&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/psychology-of-evil-essential.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;The Psychology of evil: Essential bibliography&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="left"&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2009/03/deindividuazione-il-pensiero-di.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Deindividuazione: il pensiero di Zimbardo&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="left"&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2009/03/deindividuazione-i-cambiamenti-livello.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Deindividuazione: i cambiamenti a livello psichico&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;BULLISMO E INTERNET DIPENDENZA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/da-una-mail-della-dottoressa.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Da una mail della dottoressa Simonetta Putti&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/bulli-non-si-nasce.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;BULLI NON SI NASCE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/peer-to-peer-e-bullismo.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;PEER-TO-PEER E BULLISMO&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/cyber-bullismo-rimedi.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;CYBER-BULLISMO: RIMEDI&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2007/01/il-bullismo-elettronico.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;IL BULLISMO ELETTRONICO&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/linternet-dipendenza.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;L'INTERNET DIPENDENZA&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/il-virtual-ego-soppiantera-lio-reale.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;IL VIRTUAL-EGO SOPPIANTERA' L'IO REALE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;color:#000000;"&gt;EDUCARE &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/date-le-regole-ai-vostri-figli.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;DATE LE REGOLE AI VOSTRI FIGLI&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/livornesi-e-gioco-dazzardo.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;LIVORNESI E GIOCO D'AZZARDO&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/la-fiaba-metafora-di-vita.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;LA FIABA: METAFORA DI VITA&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/lascolto-contro-lo-sballo.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;L'ASCOLTO CONTRO LO SBALLO&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/arriva-il-gioco-del-baratto_22.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;ARRIVA IL GIOCO DEL BARATTO&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/conoscere-il-cibo-per-scoprire-la.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;CONOSCERE IL CIBO PER SCOPRIRE LA NOSTRA SOCIETA'&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/dire-fare-creare-la-mostra-finale-si.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;"DIRE, FARE, CREARE": LA MOSTRA FINALE SI AVVICINA&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/una-fiaba-per-crescere.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;UNA FIABA PER CRESCERE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/insicuri-fragili-e-senza-riferimenti.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;INSICURI, FRAGILI, E SENZA RIFERIMENTI&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/i-genitori-di-oggi-troppo-ansiosi-e.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;I GENITORI DI OGGI?! TROPPO ANSIOSI E OPPRIMENTI&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/la-filosofiauna-cosa-per-bambini.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;LA FILOSOFIA?!...UNA COSA PER BAMBINI!!&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/linsegnante-un-ottimo-educatore.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;L’INSEGNANTE: UN OTTIMO EDUCATORE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/03/come-una-rana-dinverno_03.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;COME UNA RANA D'INVERNO&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;INTERVISTE E STORIE&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/06/avevo-cinque-matematica-ora-studio.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;"AVEVO CINQUE A MATEMATICA, ORA STUDIO A CAMBRIDGE"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/associazione-livornese-rievocazioni.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Storia dell'Associazione livornese rievocazioni storiche&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/intervista-al-dr-mario-mengheri.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Parliamo di counseling e "Sand therapy". Intervista al dr. Mario Mengheri&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/intervista-al-sociologo-massimo-ampola.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Uno sguardo alla realtà giovanile livornese. Intervista al sociologo Massimo Ampola&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/il-caffe-della-filosofia.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Il caffè della filosofia. Ne parliamo con il prof. Giancarlo Sacripanti, responsabile dello Schopenhauer Cafè.&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/intervista-don-luciano-cantini.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;Il Vangelo nel circo. Intervista a don Luciano Cantini&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/09/associazione-livornese-amici-del-cuore.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;La storia dell'Associazione livornese Amici del cuore&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;CRONACA DI LIVORNO&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/la-cgil-snobba-le-critiche-dei-cobas.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;LA CGIL SNOBBA LE CRITICHE DEI COBAS&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/arriva-la-veleggiata-antimafia.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;ARRIVA LA VELEGGIATA ANTIMAFIA&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/il-film-di-virz-fa-litigare-cobas-e.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;il film di virzì fa litigare cobas e cgil&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/diversamente-liberi-scende-in-piazza.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;"DIVERSAMENTE LIBERI" SCENDE IN PIAZZA&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/02/stadio-di-livorno-senza-polizia-si-puo.html"&gt;&lt;span style="color:#333399;"&gt;STADIO DI LIVORNO SENZA POLIZIA: SI PUO' FARE&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUJvW9qJwWI/AAAAAAAAAGQ/oUZ_eAvzaGc/s1600-h/livornoA.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5278904153530810722" style="WIDTH: 124px; CURSOR: hand; HEIGHT: 84px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUJvW9qJwWI/AAAAAAAAAGQ/oUZ_eAvzaGc/s400/livornoA.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it &lt;/p&gt;&lt;p align="center"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUJvW9qJwWI/AAAAAAAAAGQ/oUZ_eAvzaGc/s1600-h/livornoA.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="center"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUJvW9qJwWI/AAAAAAAAAGQ/oUZ_eAvzaGc/s1600-h/livornoA.jpg"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-1340113043185141477?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/1340113043185141477/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=1340113043185141477' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1340113043185141477'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1340113043185141477'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/i-miei-articoli.html' title='I MIEI ARTICOLI'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_0yVDybV0ui4/SUJvW9qJwWI/AAAAAAAAAGQ/oUZ_eAvzaGc/s72-c/livornoA.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6862567420738164200</id><published>2008-06-25T14:08:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:30:52.529+02:00</updated><title type='text'>L'ANIMATORE TURISTICO</title><content type='html'>Come si è avvicinato al mondo dell’animazione turistica?&lt;br /&gt;Il mondo dell’animazione mi ha sempre affascinato, sin da quando frequentavo le scuole medie. Quando avevo ventidue anni, poco dopo aver ottenuto il brevetto di bagnino, accompagnai un mio amico a Ancona, dove doveva tenere un provino per entrare in una compagnia d’animazione. Alla fine decisi di provare anch’io, un po’ per scherzo, un po’ per curiosità. Volevo fare un’esperienza diversa, e mettere da parte qualche soldo per mantenermi gli studi all’università. Quel giorno erano presenti circa trecento aspiranti animatori. Gli addetti alla selezione mi chiesero di improvvisare qualcosa. Riuscì ad essere selezionato, e iniziai a lavorare nel periodo estivo in un villaggio turistico situato sulla riviera del Conero. Quell’estate conobbi anche Sergio Volpini, il famoso ’ottusangolo’ che partecipò qualche anno dopo al Grande Fratello. Anche lui venne selezionato per fare l’animatore in quel villaggio turistico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quel momento come è cambiata la sua vita? Quante ore lavorava al giorno?&lt;br /&gt;La prima esperienza lavorativa sulla riviera del Conero è stataindimenticabile. Al ritorno a casa, non vedevo l’ora di rifare i bagagli e tornare in un altro villaggio. Negli anni dopo ho lavorato in diversi villaggi turistici sparsi per tutta Italia. Ho avuto anche l’occasione di lavorare in Versilia, e per un breve periodo a Gerba, in Tunisia. Entrambe le esperienze sono state fantastiche. In un villaggio turistico, pochi anni fa, sono diventato anche responsabile del settore sportivo. La giornata lavorativa iniziava alle prime ore del mattino, e si chiudeva circa alle una di notte, se non più tardi. Le pause per riposarsi e rilassarsi erano davvero poche. Molte persone pensano che il lavoro di animatore turistico sia una specie di vacanza, dove devi lavorare ‘a scappatempo’: è esattamente il contrario. Le regole del villaggio turistico sono ferree, tutto deve funzionare alla perfezione come un ingranaggio perfetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esistono diversi tipi di animazione?&lt;br /&gt;Certo, il mondo dell’animazione può essere diviso a grandi linee in quattro categorie. L’animazione diurna, ad esempio, si occupa di giochi, balli e tornei da fare sulla spiaggia, mentre l’animazione serale si prende cura delle scenografie degli spettacoli, dei costumi di scena, delle musiche, e dei testi degli intrattenimenti serali. Nei villaggi turistici si trovano anche animatori adibiti in particolare all’animazione sportiva: ci sono infatti istruttori di windsurf, di canoa, ecc. Una categoria particolare dell’animazione è legata al mondo dei bambini: si parla infatti di ‘bmj’ (baby mini junior club), ossia di spazi del villaggio turistico dove gli animatori si preoccupano di far divertire i bambini più piccoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che benefici ha tratto a livello personale dal fare questa professione per tanti anni? Quanto si guadagna a fare quest’attività?&lt;br /&gt;Fare animazione turistica è innanzitutto una bella palestra di vita. Si viene a contatto ogni giorno con moltissime persone dalle caratteristiche culturali e caratteriali ben diverse: l’animatore dev’essere perciò in grado di sapersi relazionare con una moltitudine variegata di soggetti, e per fare questo bisogna sviluppare un’elasticità mentale notevole. L’animatore dev’essere in grado di portare serenità e allegria nel gruppo di turisti che risiede all’interno del villaggio turistico, ma deve sapere essere anche un amico, una persona sulla quale si può contare. Le ricompense sono molto basse. Se soprattutto un’animatore ha poca esperienza, le prime stagioni guadagna in media cinquecento euro al mese. I posti da favola in cui si trovano i villaggi turistici e le grandi emozioni che si vivono durante la stagione, ripagano però di gran lunga la fatica che si fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quali sono le regole fondamentali alle quali si deve attenere un’animatore? Ci sono delle restrizioni per quanto riguarda eventuali flirt con i clienti?&lt;br /&gt;L’animatore oltre a mostrarsi simpatico e disponibile con tutti, deve essere positivo, deve saper trasmettere entusiasmo in ogni situazione. E’ fondamentale poi evitare discussioni aventi a tema la religione e la politica: qualche cliente potrebbe infatti risentirsi e offendersi se venisse messa in ridicolo la propria idea politica o la propria visione religiosa. In genere è poi vietato fumare in presenza degli ospiti, e si deve sempre indossare gli abiti da animatore forniti dal villaggio. Molto spesso bisogna evitare anche di indossare gli occhiali da sole, perché impediscono un contatto diretto tra gli occhi dell’animatore e quelli dei clienti. Nella maggior parte dei villaggi turistici è vietato agli animatori avere delle storie o delle avventure con gli ospiti del villaggio, perché l’animatore deve stare a disponibilità completa dell’intero gruppo di clienti, e non deve dedicare più tempo o attenzione a qualcuno in particolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qual è il rapporto che si viene a creare all’interno dello stesso gruppo di animatori?&lt;br /&gt;Il gruppo di animatori è una squadra, o meglio, una sorta di macchina che deve funzionare alla perfezione. Si fatica e si lavora davvero molto, ma si riescono a condividere anche grandi emozioni. Considero molti degli animatori con i quali ho lavorato dei veri e propri fratelli. Lavorare all’interno di un villaggio turistico è come catapultarsi dentro ad un piccolo mondo magico, in cui si provano emozioni e stati d’animo che difficilmente si vivrebbero nella vita quotidiana. Il villaggio turistico è come una sorta di mondo dello spettacolo in miniatura, in cui ti trovi sempre sul palco, sempre al centro dell’attenzione, sempre con i riflettori puntati addosso.&lt;br /&gt;Che rapporto si instaura invece tra animatore e cliente? Molti clienti, alla fine della vacanza, invitano gli animatori a casa propria, fanno loro delle foto e alle volte si fanno fare anche degli autografi. E’ molto facile che un animatore entri nel cuore delle persone: molti clienti scelgono di tornare l’anno dopo nel solito villaggio turistico proprio per ritrovare l’animatore che lo ha fatto divertire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa prova quando finisce la stagione e torna a casa?&lt;br /&gt;Alla fine della stagione viene sempre da piangere! Nel villaggio turistico hai sempre qualcosa da fare: non esiste mai un momento morto. Tornare alla ‘vita reale’ è davvero dura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso sul Corriere di Livorno&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6862567420738164200?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6862567420738164200/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6862567420738164200' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6862567420738164200'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6862567420738164200'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/06/lanimatore-turistico.html' title='L&apos;ANIMATORE TURISTICO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-1337316977795414995</id><published>2008-06-22T10:46:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:57.156+02:00</updated><title type='text'>LA FACCIA NASCOSTA DELLA MALVAGITA'</title><content type='html'>di Stefania Vitulli&lt;br /&gt;Fu da un esperimento di Philip Zimbardo che nacque la broken windows theory: è sufficiente lasciare una sola finestra rotta perché i vandali distruggano un intero palazzo, consapevoli che non vi saranno conseguenze. Era la teoria grazie alla quale Rudolph Giuliani, al grido di «tolleranza zero», in un anno ridusse la criminalità a New York del 40 per cento.Le «finestre rotte» furono solo il primo di una serie di esperimenti che hanno condotto Zimbardo alla fama internazionale. Il più famoso di questi fu senz’altro lo Stanford Prison Experiment. Nel 1971, lo psicologo reclutò - con un annuncio su un giornale che invitava «maschi adulti a prendere parte a uno studio psicologico di vita carceraria. Compenso: 15 dollari al giorno» - 24 studenti «sani, intelligenti, di classe media, psicologicamente normali e senza alcun precedente violento».L’esperimento doveva durare due settimane e coinvolgere i soggetti in una simulazione di vita carceraria. Dopo soli cinque giorni, Zimbardo dovette interrompere i lavori: metà degli studenti si erano trasformati in spietati aguzzini e una delle vittime mostrava evidenti segni di traumi psichici. Scopo di Zimbardo era dimostrare come in situazioni di anonimato, norme coercitive, disumanizzazione e garanzia di impunità, le dinamiche di gruppo scatenino comportamenti malvagi anche in soggetti «buoni».Negli Stati Uniti è appena arrivato in libreria The Lucifer Effect. Understanding How Good People Turn Evil (Random House, pagg. 576, $ 18,25), il volume - presto pubblicato anche in Italia - in cui il professor Zimbardo riassume 30 anni di ricerche proprio a partire dallo Stanford Experiment, divenuto un classico della psicologia sociale, tanto che il sito che lo racconta l’esperimento (www.prisonexp.org) richiama ogni anno milioni di visitatori virtuali. Zimbardo, classe 1933, nonni siciliani, infanzia poverissima nel Bronx, è oggi uno dei più noti psicologi sociali al mondo: professore emerito di psicologia a Stanford, conduttore del programma televisivo cult della PBS, «Discovering Psichology», autore di oltre 300 pubblicazioni, tra cui un bestseller sulla vergogna tradotto in dieci lingue, è oggi a Roma per una conferenza al Cnr proprio per spiegare in che cosa consiste «l'effetto Lucifero».Come può la natura umana trasformarsi in breve da buona in criminale, come è accaduto nelle carceri di Abu Ghraib, incubo che i suoi esperimenti avevano lucidamente profetizzato?«Il saggio vuole offrire un modo nuovo di interpretare la tipologia di malvagità che si è “impossessata” dei soldati americani che hanno abusato dei prigionieri iracheni e narra lo svelamento progressivo dei processi malvagi “creativi” messi in atto per torturare i prigionieri. Dall’analisi di ciò che è accaduto a Stanford comparata con i terribili abusi di Abu Ghraib, si evince che il meccanismo psicologico all’origine dei processi aggressivi era lo stesso. In entrambe le prigioni il sadismo delle guardie carcerarie non era conseguenza di personalità sadiche all’origine, erano persone normali, di buon carattere. Sono stati corrotti dal contesto che ha esercitato su di essi un potere coercitivo».Il presupposto morale che sta alla base dell'effetto Lucifero è mutuato dalla religione?«Lucifero era l'angelo favorito del Signore. Il suo nome significa luce e in alcune scritture è noto anche come “stella del mattino”. Egli rifiuta di obbedire agli ordini di Dio e perciò viene inviato all’inferno. D’altra parte Lucifero è anche la prova che corrompere la natura umana è possibile, anzi, semplice. Le convinzioni religiose degli individui hanno un ruolo duplice: hanno spesso agito per il male nella storia dell'umanità, a partire dall’inquisizione fino allo jihad musulmano. Ma hanno anche diretto la moralità dell’uomo, sin dai primordi».Bullismo, pedofilia, aggressioni tra vicini di casa, violenze domestiche: negli ultimi tempi il male pare essersi insinuato pesantemente nella vita quotidiana. Colpa dell’effetto Lucifero?«L’effetto Lucifero non è una specie di alibi. Tuttavia, è necessario tenere sempre conto delle condizioni che influenzano le azioni di malvagità estrema senza dare per scontato che abbiamo a che fare con soggetti criminali. Il sovvertimento del principio di autorità è una cosa sana solo se è il risultato di un processo di crescita, rispetto e obbedienza, nel riconoscimento del discrimine tra bene e male».Che cosa pensa sia accaduto nella mente di Cho Seng Hui, lo studente coreano responsabile del massacro dell’Università Virginia Tech?«Vergogna, disperazione e alienazione dello studente vanno collegati alla facilità di avere armi a disposizione e ad una cultura della violenza come soluzione preferenziale in situazioni di conflitto. È necessario operare un severo controllo sul possesso di armi e dedicare più attenzione a chi ha seri problemi emotivi».Su che cosa sta orientando i suoi studi ora?«Dedicherò le mie ricerche alla celebrazione degli eroi domestici. Che cosa conduce una persona normale a reagire attivamente ad una situazione drammatica e ad aiutare il prossimo?».&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=179655&amp;amp;PRINT=S"&gt;http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=179655&amp;amp;PRINT=S&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti: "Good people make bad things: dal comportamento aggressivo alla psicologia del male". Mail: evangelisti@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-1337316977795414995?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/1337316977795414995/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=1337316977795414995' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1337316977795414995'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1337316977795414995'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/06/la-faccia-nascosta-della-malvagita.html' title='LA FACCIA NASCOSTA DELLA MALVAGITA&apos;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-384135515556929345</id><published>2008-04-22T21:25:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:31:31.984+02:00</updated><title type='text'>LA CGIL SNOBBA LE CRITICHE DEI COBAS</title><content type='html'>Intanto la Cgil si sta battendo affinché Telegate assuma altre 80 persone&lt;br /&gt;LA CGIL SNOBBA LE CRITICHE DEI COBAS E RILANCIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’aveva detto Nicola Triolo, segretario provinciale della Cgil Comunicazioni (SLC-Cgil) di Livorno, che la proiezione del film di Virzì sul mondo dei call-center “Tutta la vita davanti” non sarebbe stata un’iniziativa isolata. In risposta alle critiche mosse dai Cobas (che pochi giorni fa lo accusavano di “propaganda sindacale ingannevole” per aver offerto ai soli iscritti Cgil la visione del film di Virzì), Nicola Triolo ha anticipato che sono già previsti altri due incontri con gli iscritti alla Cgil e con chi ne fosse interessato, per discutere sulle problematiche del mondo del lavoro partendo dalla visione di un film. Dopo “Tutta la vita davanti” del regista livornese Virzì, toccherà a “Morire di lavoro” (di Daniele Segrè) e a “Apollon” (di Ugo Gregoretti), film-documentario che racconta l’occupazione tra il ’68 e il ’69, della tipografia romana Apollon. Il film “Morire di lavoro”, secondo il segretario della SLC-Cgil, “è un susseguirsi di volti di muratori e delle loro mogli e madri che li hanno visti uscire di casa per non ritornare mai più”, ricco di “occhi che ti guardano e parole che toccano dentro e fanno male”, mentre il documentario “Apollon” è “un viaggio critico nel mondo del lavoro”. Triolo torna brevemente sulle accuse rivoltegli dalla Confederazione Cobas la scorsa settimana: “non ho ancora capito la polemica sugli spot sindacali ingannevoli mossa dai Cobas alla Cgil: un giorno forse qualcuno me la spiegherà!”. A proposito dei lavoratori del call-center 1240, il segretario della Cgil sottolinea che “è stato definito l’accordo per l’elezione delle RSU, perciò entro questo mese tutti i lavoratori del call-center potranno votare”, precisando inoltre che “se non troveremo un’intesa con Cisl e Uil indiremo l’assemblea degli iscritti per definire le candidature nella lista della SLC-CGIL per l’elezione delle RSU”. Triolo conferma intanto il grande impegno della SLC_Cgil per far radicare ancora di più Telegate Italia nel territorio livornese. Prosegue così il segretario provinciale della Cgil: “stiamo proseguendo gli incontri con Telegate, nei locali di Confindustria a Livorno, nel tentativo di realizzare un accordo con l’azienda per ottenere ulteriori 80 assunzioni, e poter introdurre, sia pure sperimentalmente, incrementi di ore di lavoro per i part-time a 4 ore e per concordare il piano ferie”. E inoltre “stiamo infine lavorando per creare le premesse affinché questa azienda possa radicarsi nel nostro territorio, rivendicando un servizio di trasporto pubblico”. Qualche sassolino dalla scarpa però Triolo vuole toglierselo, forse anche in risposta ad alcune critiche ricevute da alcuni lavoratori di Telegate che in passato si sono lamentati con il sindacalista, “accusandolo” di non esser riuscito finora ad ottenere grandi risultati nelle contrattazioni con i dirigenti di Telegate Italia: “evitiamo di abbaiare alla luna, e cerchiamo di concentrarci tutti sulle cose concrete da fare!”. A buon intenditor, poche parole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso sul quotidiano Il Corriere di Livorno nel mese di aprile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-384135515556929345?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/384135515556929345/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=384135515556929345' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/384135515556929345'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/384135515556929345'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/la-cgil-snobba-le-critiche-dei-cobas.html' title='LA CGIL SNOBBA LE CRITICHE DEI COBAS'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-4079713148601120585</id><published>2008-04-22T21:22:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:45.117+02:00</updated><title type='text'>DATE LE REGOLE AI VOSTRI FIGLI</title><content type='html'>Si è concluso il progetto del Ciaf “Vivere in climi positivi di ascolto”&lt;br /&gt;SENZA REGOLE CI SI PERDE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“I nostri ragazzi hanno bisogno di regole chiare e condivise per dare un senso alla realtà: senza regole essi si perdono”. Sono queste le parole di Mauro Pardini, psicopedagogista del Comune, che insieme alla dottoressa Francesca Belforte, psicologa, psicoterapeuta e mediatore familiare presso il “Mille e una Meta” (centro studi in formazione, counseling e psicoterapia), ha condotto il ciclo di incontri denominato “Crescere in climi positivi d’ascolto”, progetto pedagogico ideato dal Ciaf “E. Fagni” di Livorno, terminato lo scorso martedì 15 aprile. “Sembrerà strano”, continua Pardini, “ma i ragazzi alle scuole medie e alle scuole superiori si affezionano molto di più a quei professori che sono in grado di presentar loro delle regole definite per riuscire a dare un senso alla realtà”. Pardini e Belforte hanno anche evidenziato la grande importanza che rivestono oggigiorno i “punti di ascolto” per famiglie e per ragazzi: “questo perché da una parte i genitori si sentono sempre più insicuri e incapaci di educare correttamente i loro figli, mentre dall’altra gli stessi figli si sentono sempre più soli e incapaci di avere un dialogo aperto e sereno con i loro genitori”. Francesca Belforte sottolinea anche che i genitori di oggi desiderano sempre di più “essere rassicurati”: “essi hanno bisogno di sapere che stanno svolgendo al meglio il loro ruolo di genitori”, precisa la Belforte. L’ultimo incontro (o meglio, “laboratorio attivo”, come ci tiene a precisare Francesca Belforte) del progetto pedagogico “Crescere in climi positivi d’ascolto” (che si propone di “potenziare, supportando la rete attiva di ascolto, la relazione tra scuola e famiglia per promuovere il benessere relazionale all’interno dell’intero sistema scolastico”), ha avuto come principale oggetto di discussione il concetto ambiguo di “limite”. “Si, perché il concetto generale di limite”, continua Mauro Pardini, “contiene al suo interno due visioni nettamente opposte: da una parte si parla di limite come qualcosa che costringe, opprime e lega, dall’altra invece si parla di limite come qualcosa che contiene e che rassicura”. “L’esempio fondamentale di questa ambivalenza”, continua la dottoressa Francesca Belforte, “la si trova soprattutto nel concetto di nido”. Capiamo meglio. “Il nido rappresenta infatti uno spazio che costringe l’individuo in uno spazio ben delimitato, ma contemporaneamente esso rappresenta anche un luogo sicuro dove poter trovare riparo, sicurezza e accoglienza”, spiega Francesca Belforte. “Oggi non c’è più un limite definito e chiaro tra la figura del figlio e quella del genitore”, incalza Mauro Pardini, il quale fa notare: “i genitori devono fare i genitori, mentre i figli devono fare i figli: mischiare i due ruoli è una cosa pericolosa”. C’è ancora tempo per una frecciatina. Pardini infatti sostiene che “i livornesi hanno una visione americana degli psicologi”: “ci vedono come dei veri e propri strizzacervelli!”, sostiene Pardini, il quale conclude dicendo che “vorremo che nei confronti di queste figure professionali ci fosse meno diffidenza”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso su quotidiano Il Corriere di Livorno del 17 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-4079713148601120585?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/4079713148601120585/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=4079713148601120585' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4079713148601120585'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/4079713148601120585'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/date-le-regole-ai-vostri-figli.html' title='DATE LE REGOLE AI VOSTRI FIGLI'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6553095535087424527</id><published>2008-04-22T21:20:00.003+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:45.118+02:00</updated><title type='text'>LIVORNESI E GIOCO D'AZZARDO</title><content type='html'>Il 14% degli adolescenti livornesi presenta sintomi da “gioco patologico”&lt;br /&gt;LIVORNESI E GIOCO D’AZZARDO: SITUAZIONE PREOCCUPANTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“A Livorno il gioco d’azzardo è molto diffuso: la situazione sta diventando sempre più preoccupante”. A parlare è Renzo Celanti, operatore del Ser.T (Servizio per le dipendenze) di Livorno, in occasione dell’incontro che si è tenuto lo scorso giovedì 17 aprile presso la Circoscrizione 3 di via Corsica 27. “Dipendenza da gioco d’azzardo”: questo l’argomento al centro del dibattito a cui sono intervenuti, tra gli altri, Henry Margaron, responsabile del Ser.T. di Livorno, e il dottor Mauro Pini, psicologo. “La dipendenza da gioco d’azzardo”, continua Renzo Celanti, “è un fenomeno trasversale, cioè può colpire tutti gli individui, indipendentemente dalla condizione economica, dall’età, o dal sesso”. Il dottor Mauro Pini evidenzia che nell’ultima ricerca effettuata dal Ser.T (2002) di Livorno su un campione di 685 ragazzi, risulta che circa il 14% degli adolescenti livornesi presenta già dei sintomi che lasciano prevedere la dipendenza da gioco d’azzardo in età adulta. “La tendenza dei giovani livornesi ad eccedere nel gioco”, continuano gli operatori del Ser.T., “si vede semplicemente affacciandosi nelle sale-corse”: “30 anni fa c’erano solamente persone anziane, oggigiorno invece questi luoghi sono sempre più frequentate da ragazzi giovani!”. Henry Marangon, dopo aver precisato che “il fenomeno della dipendenza da gioco d’azzardo si sta sviluppando in tutta Italia”, evidenzia che “la situazione a Livorno, pur non essendo drammatica, deve comunque sia esser tenuta attentamente sott’occhio”. Conclude così il responsabile del Ser.T.: “di sicuro, a Livorno, le cose non vanno meglio che nel resto d’Italia!”. Qual è la soluzione per combattere questo tipo di malattia (“perché di malattia si deve parlare, e non di semplice vizio del gioco”, ci tengono a precisare gli operatori del Ser.T.)?! Celanti risponde che “alla base di tutto risiedono i rapporti interpersonali”, ed evidenziando inoltre la necessità di “modificare il proprio sistema di valori”: “la dipendenza da gioco d’azzardo”, continua Celanti, “è una malattia figlia della nostra cultura che esalta sempre di più l’apparire e l’avere”. “La dipendenza da gioco d’azzardo, così come gran parte delle forme di dipendenza”, continuano gli operatori del Ser.T., “si basano su comportamenti compulsivi e su una dinamica perversa, cioè su comportamenti che si ripetono con sempre maggior frequenza, diventando allo stesso tempo sempre più difficile essere in grado di porre fine a questi comportamenti”. “Più si gioca, più si ha voglia di giocare: più diventa difficile smettere!”, taglia corto il dottor Marangon. “Chi arriva ad essere dipendente da gioco d’azzardo”, fanno notare gli esperti, “riesce ad esser felice solamente giocando”: “tutti i rapporti con la famiglia, con gli amici e con il mondo del lavoro iniziano così a distruggersi e ad essere posti in secondo piano”. Gli operatori del Ser.T evidenziano comunque che le statistiche che si hanno sul gioco d’azzardo costituiscono solamente “la punta dell’iceberg” del fenomeno: “molti, di quelli che iniziano ad avere sintomi da dipendenza da gioco d’azzardo, hanno vergogna e paura a denunciare la loro situazione”. L’incontro è stato arricchito anche dalle testimonianze dirette di ex “giocatori patologici”: “se non ci fosse stato l’amore, la comprensione e la vicinanza della famiglia”, dicono, “difficilmente saremmo riusciti a sconfiggere il nostro problema”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul quotidiano Il Corriere di Livorno del 19 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6553095535087424527?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6553095535087424527/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6553095535087424527' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6553095535087424527'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6553095535087424527'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/livornesi-e-gioco-dazzardo.html' title='LIVORNESI E GIOCO D&apos;AZZARDO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-178845806146757956</id><published>2008-04-22T21:18:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:45.119+02:00</updated><title type='text'>LA FIABA: METAFORA DI VITA</title><content type='html'>L’assessore Roncaglia interviene alla festa finale del progetto pedagogico “C’era una volta…”&lt;br /&gt;“LA FIABA: METAFORA DI VITA”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Raccontare le fiabe ai bambini è una cosa molto importante, poiché la fiaba è senza alcun dubbio metafora della vita”. Sono queste le parole di Carla Roncaglia, assessore alle Politiche educative e Servizi Scolastici del Comune di Livorno, intervenuta martedì scorso alla Scuola Comunale dell’Infanzia La Rosa in occasione della festa finale del progetto pedagogico “C’era una volta…”, progetto organizzato dal settore Attività Educative del Comune di Livorno, in collaborazione con gli animatori dell’associazione Koalaludo. “I bambini che ascoltano le fiabe”, continua l’assessore Roncaglia, “imparano a crescere e a capire meglio le regole del mondo”. Alla festa finale del progetto “C’era una volta…” erano presenti anche il pedagogista Lamberto Giannini e la psicopedagogista Rita Villani, responsabile del progetto e funzionaria dei Servizi Prima Infanzia del Comune di Livorno. Lamberto Giannini ha evidenziato come “la fiaba è uno degli strumenti privilegiati per entrare in contatto con l’interiorità del bambino”, aggiungendo inoltre che “tra fiaba e mondo dei sogni c’è un rapporto molto stretto, poiché nelle fiabe, così come nei sogni, accadono degli eventi che spiazzano e che fanno riflettere”. “Questo è infatti uno degli aspetti che rende la fiaba uno strumento molto importante per lo sviluppo del bambino”, precisa il pedagogista. Rita Villani sottolinea come alla base delle fiabe ci siano “meccanismi simbolici”. Giannini e Villani hanno anche messo in evidenza come “i bambini che da piccoli hanno ascoltato molte fiabe riescono da grandi a superare con maggior facilità le difficoltà e gli ostacoli della vita, poiché essi hanno acquisito la capacità di individuare con maggior facilità le diverse strade che possono portare alla risoluzione del problema”. La festa finale è stata anche l’occasione per mostrare a tutti i presenti, genitori e bambini, il video contenente i momenti più significativi e divertenti del progetto pedagogico. “Francesco Pacini”, sottolinea Rita Villani, “ha saputo catturare con molta abilità gli sguardi e le espressioni dei bambini mentre assistevano alle rappresentazioni degli animatori e mentre giocavano con loro”, aggiungendo inoltre che “nel video si vede bene come i bambini riflettano con molta attenzione sugli intrecci delle fiabe e come riescano già a cogliere i molti significati che la fiaba vuole mettere in evidenza”. “Un grazie particolare”, concludono Rita Villani e Lamberto Giannini, “deve esser fatto proprio agli animatori dell’associazione Koalaludo”: “Riccardo Pucci, Alice Trinca, Valentina Pezzano e Alessandro Bianchi hanno infatti saputo interpretare con bravura e con intelligenza le diverse rielaborazioni della classica fiaba di Cappuccetto Rosso, che è stato appunto l’oggetto specifico del progetto pedagogico che si è concluso”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo apparso sul quotidiano Il Corriere di Livorno del 18 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-178845806146757956?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/178845806146757956/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=178845806146757956' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/178845806146757956'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/178845806146757956'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/la-fiaba-metafora-di-vita.html' title='LA FIABA: METAFORA DI VITA'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6756779439161265001</id><published>2008-04-22T21:16:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:36.676+02:00</updated><title type='text'>ARRIVA LA VELEGGIATA ANTIMAFIA</title><content type='html'>Mafia e precariato saranno i “temi caldi”. A trent’anni dalla morte di Peppino Impastato&lt;br /&gt;A LIVORNO LA “VELEGGIATA ANTIMAFIA”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Livorno sarà una tappa dell’iniziativa culturale denominata “Veleggiata antimafia”, organizzata a livello nazionale dal centro culturale “Peppino e Felicia Impastato” di Sanremo, da Libera-Piemonte e da Acmos, con la collaborazione locale della Associazione-Comunità Ceis di Livorno, e dell’associazione di volontariato Il Sestante. A bordo della barca a vela 15 metri “Martinez impunito”, alcuni membri del centro culturale “Peppino e Felicia Impastato” partiranno il 14 aprile da Sanremo e, toccando diverse città (tra le quali Livorno, Napoli, Messina), arriveranno il 9 maggio a Cinisi, in Sicilia, terra di nascita di Peppino Impastato, giornalista e attivista politico siciliano che negli anni Settanta ha combattuto il mondo della mafia. Ogni città che sarà tappa del progetto “Veleggiata antimafia” sarà il centro di manifestazioni, concerti e dibattiti per discutere di educazione alla legalità, lotta contro la mafia, diritto al lavoro: temi questi che furono assai cari a Peppino Impastato, morto in un attentato mafioso il 9 maggio 1978. “Parlare di lavoro oggi, parlare a quei ragazzi che a breve si confronteranno con il mondo del lavoro, è sicuramente un modo significativo per ricordare la figura di Peppino Impastato, rendendola al tempo stesso estremamente attuale”, evidenziano gli organizzatori. “Un modo concreto di ricordare Peppino e tutti coloro che come lui si sono spesi anche a costo della vita, per gli ideali e la pratica concreta di verità e giustizia”.&lt;br /&gt;“…verso la Veleggiata”: Appuntamenti preliminari&lt;br /&gt;Martedì 15 aprile&lt;br /&gt;Ore 21.00 Teatro Goldoni: “Cani di Bancata” Spettacolo di riflessione sulle mafie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mercoledì 16 aprile&lt;br /&gt;Ore 16.00 Teatro Goldoni “Dietro le quinte” Gli attori dello spettacolo “Cani di Bancata” incontrano LIBERA e gli studenti livornesi coinvolti nel progetto studenti alla ribalta&lt;br /&gt;Ore 21.00 Teatro Goldoni “Cani di Bancata” Spettacolo di riflessione sulle mafie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 17 aprile&lt;br /&gt;Ore 9.00 Teatro dei Salesiani: “I Cento Passi” Presentazione della vita di Peppino Impastato dedicata ai ragazzi delle scuole medie livornesi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venerdì 18 aprile&lt;br /&gt;Ore 14,30 Centro Artistico “Il Grattacielo”, via dei Platani: “Liberamente” Riflessioni con gli insegnanti delle scuole superiori sulle proposte di educazione alla cittadinanza. È prevista la partecipazione delle autorità locali, del referente LIBERA-Toscana, dei referenti scolastici degli istituti superiori della provincia di Livorno e dei coordinatori dei progetti di educazione alla cittadinanza del Ceis-Comunità Livorno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Diritti al lavoro!”: Tappa toscana della Veleggiata Antimafia&lt;br /&gt;Domenica 20 aprile&lt;br /&gt;Ore 17.00 – 24.00, Piazza del Logo Pio: “Diritti al Lavoro! Prima Parte” Concerto di apertura della tappa toscana, partecipano gruppi giovanili provenienti dalle province di Livorno, Pisa, Firenze. Chiudono la serata i Modena City Ramblers&lt;br /&gt;Entro le ore 18 Arrivo previsto della “Martinez.. impunito” e approdo nel porto di Livorno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lunedì 21 aprile&lt;br /&gt;Ore 9.00 Le scuole elementari e medie livornesi visitano la barca e la mostra itinerante. Ore 10.00, Centro Artistico Il Grattacielo: “Il lavoro, che lavoro!” Assemblea studentesca sul tema del diritto al lavoro. In collaborazione con: ISIS “Niccolini-Palli”; ITN “A. Cappellini”; IPSIA “L. Orlando”; ITC “A. Vespucci”. Saranno presenti rappresentanze studentesche di alcuni istituti delle città di Pisa e Firenze. Partecipano il Sindaco di Livorno Alessandro Cosimi e la Vice-Presidente della Provincia di Livorno Monica Giuntini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martedì 22 aprile&lt;br /&gt;Ore 9.00 Le scuole elementari e medie livornesi visitano la barca e la mostra itinerante. Ore 12.00 Pranzo della legalità e assemblea con i “velisti antimafia”, Comunità di Valle Benedetta. Ore 16.00 Locali del Vescovado: “Cittadinanza, legalità e servizio. Laboratori di riflessione e cantieri di cittadinanza”. In collaborazione con Diocesi di Livorno e Caritas Diocesana. Partecipano ai lavori mons. Simone Giusti Vescovo di Livorno e don Luigi Ciotti presidente di LIBERA-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martedì 23 Aprile&lt;br /&gt;Ore 9.00 Imbarco della delegazione Toscana partecipante alla staffetta e partenza della nave dal porto di Livorno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo pubblicato sul quotidiano Il Corriere di Livorno del 15 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DAvid Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6756779439161265001?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6756779439161265001/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6756779439161265001' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6756779439161265001'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6756779439161265001'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/arriva-la-veleggiata-antimafia.html' title='ARRIVA LA VELEGGIATA ANTIMAFIA'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-5248223119566665220</id><published>2008-04-22T18:40:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:45.120+02:00</updated><title type='text'>L'ASCOLTO CONTRO LO SBALLO</title><content type='html'>Intervista ad Andrea Cadoni, sociologo del CEIS&lt;br /&gt;“IL FIGLIO HA FUMATO UNA CANNA?! NON FACCIAMONE UNA TRAGEDIA”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spinelli al moletto d’Antignano, alcool a fiumi in Cala del Leone. Adolescenti livornesi e “sballo”. Forse nessuno conosce meglio la situazione del dr. Andrea Cadoni, sociologo del CEIS (Centro Italiano di Solidarietà) di Livorno. Cadoni infatti, insieme ai suoi collaboratori, è impegnato da numerosi anni in progetti legati alla prevenzione e alla riduzione dei rischi collegati all’abuso di sostanze stupefacenti e di alcool. L’abbiamo incontrato, e gli abbiamo chiesto di farci una breve panoramica sul mondo dei giovani livornesi e sul loro rapporto con fiaschi di vino, superalcolici e “canne”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli adolescenti livornesi e le sostanze stupefacenti: come vanno le cose? Purtroppo a Livorno c’è un sensibile aumento del consumo di cocaina, anche fra i più giovani. La cocaina viene la maggior parte delle volte fumata, e non sniffata. E’ la “nuova moda”. Essi, usando questo metodo, si sentono poi più al sicuro da “occhi indiscreti”, perché con questa tecnica danno l’impressione di fumare una semplice sigaretta. Comunque sia l’utilizzo del “classico” spinello di marijuana e l’abuso di vino e altre sostanze alcoliche sono i fenomeni “da sballo” più diffusi. Come sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardando le statistiche e sentendo i fatti di cronaca verrebbe da dire che fumare spinelli è “una cosa normale…”. Ma davvero è così?! A che età in genere si prova il primo spinello? In linea generale a 15-16 anni si fuma il primo spinello. Premessa doverosa: fumare uno spinello significa assumere una sostanza in qualche modo dannosa alla salute. Detto questo, è importante sottolineare che il vino, che non viene considerato una droga, può essere dannoso così come un semplice spinello. Uno o due tiri di “canna” al giorno hanno lo stesso effetto sulla salute di due/tre bicchieri di vino al pasto. Mi fa ridere chi dice “io non fumo gli spinelli perché so che fa male alla salute”, e poi tranquillamente si beve quattro bicchieri di vino in un pasto! Fare un tiro di “canna” non è più dannoso che bere un bicchiere di vino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dicendo questo però non si rischia di “invogliare” i giovani a spinellarsi ?! O comunque sia, non si facilita di certo la battaglia all’uso dello spinello…Non è assolutamente così invece! Molto spesso si è “demonizzato” l’uso dello spinello fra i giovani. Bisogna innanzitutto fare chiarezza. E’ necessario distinguere in maniera chiara due situazioni ben diverse fra loro: chi fuma spinelli quasi ogni giorno e chi invece ogni tanto si “concede” solamente due tiri. La situazione critica è costituita dal caso in cui un adolescente non possa più fare a meno, per divertirsi, dello spinello. E’ appunto il caso in cui inizia a nascere una sorta di dipendenza. E’ l’abuso di sostanze stupefacenti che deve far preoccupare! Queste sostanze diventano pericolose perché possono “agganciare” chi ne abusa: all’inizio è il giovane che cerca la “canna”, ma dopo che il giovane inizia ad abusarne, sembra che sia la canna stessa che lo vada a cercare! La sostanza “reagisce”, ed è lei che a questo punto “viene verso di te”. L’importante, per la salute dei ragazzi, è che essi siano ben consapevoli del pericolo di “dipendenza” dalle droghe. Ovviamente il non iniziare a fumare canne è la cosa migliore!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa si sente di dire a quei genitori che scoprono che il proprio figlio adolescente ha fumato una canna?! Dico loro di non farne assolutamente un dramma! Troppo spesso si pensa che un adolescente che fuma una canna abbia dei seri problemi: non è così. L’adolescenza è un momento della vita umana che di per sé ci porta a “sbandare”, ed è normale che sia così, perché ci lasciamo definitivamente alle spalle il periodo dell’infanzia, ed iniziamo a conoscere pian piano la dimensione del mondo degli adulti. Alcuni studiosi sostengono che l’adolescenza costituisca infatti una sorta di “seconda nascita”. L’adolescenza è in un certo senso un periodo di “crisi” per ognuno di noi. E’ un periodo in cui i ragazzi sentono il bisogno di iniziare a conoscere il mondo degli adulti, a fare nuove esperienze, e a provare di conseguenza nuove emozioni. Il tiro di canna fatto durante questo particolare periodo della vita del ragazzo diventa perciò un fatto assai comprensibile. Ripeto, in questo particolare momento della vita, qualche “sbandata” è più che normale. Nel periodo dell’adolescenza i ragazzi iniziano a conoscere e a percorrere nuove strade, molte di queste assai pericolose: la cosa importante, nel caso dell’utilizzo di sostanze stupefacenti, è che poi essi siano in grado di dire “devo tornare indietro perché questa è una strada che mi porterà seriamente nei guai!”. Fumare una canna, comunque, non significa che si diventerà automaticamente tossicodipendenti!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molti genitori, quando vengono a scoprire che il figlio ha fumato uno spinello, spesso si scandalizzano, perché non avrebbero mai pensato che il proprio figlio avrebbe mai fatto una cosa simile. Qual è la Sua impressione?! Ben venga che i genitori si scandalizzino e si allarmino! Questa reazione è infatti sintomo di interesse e di apertura verso i propri figli. Questo porta i genitori a dialogare ancora di più con i propri figli, e a far loro conoscere gli stati d’animo, i sentimenti, i malesseri, le frustrazioni, e le aspettative dei propri ragazzi….Insomma, i genitori non parlano mai abbastanza con i loro figli. C’è bisogno di più dialogo fra le parti, questo è fuori discussione. Queste piccole disavventure costituiscono delle ottime “occasioni” per rafforzare il rapporto con i loro ragazzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si dice spesso che i giovani oggi non abbiano più valori edificanti in cui credere. Il disagio giovanile sembra espandersi a macchia d’olio…Non sono assolutamente d’accordo con chi dice che i giovani di oggi non abbiano più valori e idee costruttive. Gli adolescenti fanno parte di questa società, e i loro valori e le loro idee non possono essere analizzate se non in stretta relazione alla società in cui essi vivono. Spesso si tende infatti a “isolare” i giovani dal contesto attuale che li circonda: i giovani fanno parte della società del “Grande Fratello”, di “Saranno Famosi”, di “Io e te 3 metri sopra il cielo”, e risentono dei valori e dei messaggi che questa società trasmette loro, giusti o sbagliati che siano. I valori dei ragazzi di oggi sono i valori trasmessi dal mondo adulto attuale: competitivismo sfrenato, esaltazione della bellezza esteriore, mito del guadagno facile e senza fatica, ecc. Spiegando il malessere degli adolescenti ricorrendo semplicemente al termine astratto “disagio giovanile”, gli adulti cercano di scrollarsi di dosso le loro colpe per la società che essi hanno contribuito a creare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è un rapporto diretto tra l’abuso di sostanze stupefacenti e il periodo storico che stiamo vivendo? A vedere le cose come stanno andando, non viene certo da sorridere…Le sostanze stupefacenti, ma in maniera particolare l’alcool, hanno sempre costituito una sorta di contenitore dell’”ansia sociale”. Stiamo vivendo un periodo in cui stanno emergendo molti problemi che minano il benessere e la serenità dei giovani. La sicurezza di un lavoro stabile che possa permettere al giovane di costruirsi una famiglia, ad esempio, non c’è più: questo è uno dei tanti aspetti che contribuisce ad ingrandire il malessere dei ragazzi. Bisogna capirli in questo. Le sostanze stupefacenti, sin dal momento in cui esse sono nate, hanno sempre avuto una funzione “autocurativa”, di “automedicazione”. Le condizioni critiche della società attuale stanno aumentando l’ansia sociale, e di conseguenza sta aumentando il bisogno da parte dei ragazzi di “contenere” quest’ansia. Purtroppo, come detto, sono proprio le sostanze stupefacenti ad essere molto spesso impiegate per questa funzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul quotidiano Il Corriere di Livorno in data 1 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-5248223119566665220?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/5248223119566665220/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=5248223119566665220' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5248223119566665220'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/5248223119566665220'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/lascolto-contro-lo-sballo.html' title='L&apos;ASCOLTO CONTRO LO SBALLO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-2980321141066750796</id><published>2008-04-22T18:37:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:36.677+02:00</updated><title type='text'>il film di virzì fa litigare cobas e cgil</title><content type='html'>I Cobas di Livorno accusano la SLC-Cgil di propaganda sindacale ingannevole&lt;br /&gt;CGIL BUGIARDA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Boicottate la CGIL”. E’ questo l’appello che alcuni membri della Confederazione Cobas Livorno di via Pieroni 27 hanno lanciato ai lavoratori di Telegate Italia, il call-center di Guasticce che accoglie circa 400 lavoratori. Come mai questo attacco così forte da parte dei Cobas nei confronti della Cgil?! La SLC-Cgil di Livorno (il settore della CGIL che si occupa dei lavoratori delle aziende “che operano nel settore dell'informazione del sistema radiotelevisivo pubblico e privato, delle telecomunicazioni e delle poste”) aveva organizzato lo scorso giovedi 10 aprile una particolare iniziativa al Cinema 4 Mori di Livorno: la visione del film “Tutta la vita davanti”, nuova opera del regista livornese Paolo Virzì (l’autore di Ovosodo) sul mondo del lavoro precario, con uno sguardo particolare al mondo dei call-center. L’ingresso era gratuito per tutti i tesserati del sindacato Cgil, mentre si chiedeva “un piccolo contributo” per tutti coloro che non erano iscritti. A poche ore dall’affissione del volantino dell’iniziativa all’interno della bacheca dei lavoratori del servizio 12.40, compariva già su questo la scritta “Vergognatevi”. Tirava già aria di contestazione, insomma. Qualcuno dei lavoratori non era propriamente d’accordo con l’iniziativa promossa da Nicola Triolo, storico segretario della SLC-Cgil, e da Barbara Celati, rappresentante sindacale Cgil all’interno di Telegate. Due giorni prima della visione del film organizzata dalla Cgil, all’interno di Telegate iniziava già a circolare un altro volantino, questa volta stampato dalla Confederazione Cobas Livorno, in cui si leggeva: “i sindacati confederali (in particolare la Cgil), esaltati dalla commedia del veltroniano Virzì che li erge a paladini delle conquiste dei lavoratori, rivendicano una storia che non li appartiene”. Secondo gli esponenti del Cobas infatti “la storia dei call-center italiani è quella che parte dai precari autorganizzati di Atesia a Roma e arriva a tutti i lavoratori dei grandi gruppi delle telecomunicazioni che hanno più volte respinto gli accordi al ribasso dei confederali anche quando la lotta era all’apice”. Tagliando corto, gli esponenti del Cobas evidenziano che è “tutta un’altra storia rispetto a quella che giovedì la Cgil vorrebbe far vedere al cinema ai propri iscritti”. A qualche simpatizzante dei Cobas è sembrato inoltre che la scelta di rendere libero l’accesso al cinema solamente a chi fosse tesserato Cgil, costituisse una vera e propria mossa di propaganda elettorale, essendo stata messa in atto a pochi giorni dalle elezioni politiche. L’iniziativa della Cgil ha avuto successo? Secondo le parole degli organizzatori, sarebbero state una settantina di persone ad aderire all’iniziativa, tra cui una quarantina di iscritti alla Cgil (la metà dei quali lavoratori Telegate). Ma come ha preso Nicola Triolo, organizzatore dell’evento, il tentativo di boicottaggio sferrato dai Cobas? “Sinceramente”, risponde Triolo, “l’accusa lanciata dai Cobas alla SLC-Cgil di fare una propaganda sindacale ingannevole mi sembra una stupidaggine!”. Triolo va dritto al punto: “non mi sembra proprio che nel film di Virzì ci sia la celebrazione della Cgil, come si legge nel volantino emanato dai Cobas, anzi, trovo che il regista di Ovosodo sia stato abbastanza critico nei confronti del sindacato che rappresento”. Nicola Triolo ci da qualche anticipazione: “quella di giovedì scorso non sarà un’iniziativa isolata: c’è già in programma una serie di film da proporre ai nostri iscritti e a tutti coloro che hanno a cuore i problemi e le varie sfaccetature del mondo del lavoro”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul quotidiano "Il Corriere di Livorno" in data 13 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-2980321141066750796?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/2980321141066750796/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=2980321141066750796' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2980321141066750796'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/2980321141066750796'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/il-film-di-virz-fa-litigare-cobas-e.html' title='il film di virzì fa litigare cobas e cgil'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-7359845330217211259</id><published>2008-04-22T18:34:00.003+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:45.120+02:00</updated><title type='text'>ARRIVA IL GIOCO DEL BARATTO</title><content type='html'>&lt;div&gt;Con il progetto pedagogico “Il gioco del baratto”&lt;br /&gt;I BAMBINI INCONTRANO LE CULTURE DIVERSE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La diversità non è un limite: è invece la grande possibilità di apprendere cose nuove e di crescere”. Con queste parole la dottoressa Donatella Falleni sintetizza il concetto fondamentale che risiede alla base del progetto pedagogico chiamato “Il gioco del baratto”, di cui essa è responsabile. “Questo progetto”, continua Donatella Falleni, “mira a far capire ai bambini di culture diverse che ognuno di loro è differente dagli altri, e che questo aspetto non deve assolutamente creare spavento o diffidenza, ma anzi deve costituire una ghiotta possibilità per apprendere concetti nuovi e per arricchire la propria esistenza”. “Il gioco del baratto” è un progetto educativo realizzato dal Comune di Livorno (settore Attività Educative) all’interno del Piano di Espansione dell’Offerta Formativa 2007-2008 (PEOF), “finalizzato far  incontrare la pluralità dei mondi vicini e lontani per contribuire, attraverso il gioco, a trasformare la multiculturalità  (dato di realtà della presenza nella città di più culture) in interculturalità”. Gli incontri si svolgono presso il Centro Infanzia Alveare, in via dei Floridi 11, e sono condotti dal CESDI (Centro Servizi Donne Immigrate), un’associazione che si è costituita a Livorno alla fine del 1997. La dottoressa Falleni ha evidenziato che “è dal 1991 che stiamo lavorando con molti progetti educativi alla promozione dell’interculturalità nel mondo della scuola”: “quest’anno abbiamo chiamato il progetto Il gioco del baratto perché volevamo mettere in evidenza come proprio dallo scambio di elementi provenienti da culture diverse si può arrivare ad acquisire un bene prezioso”. Con questa iniziativa il Centro Infanzia Alveare diviene perciò “un luogo fondamentale di scambio!”. “Attraverso il gioco”, continua Donatella Falleni, “i bambini riescono ad incontrare e a rapportarsi con molti aspetti provenienti da culture ben diverse dalla propria, e alla fine riescono ad apprezzare ciò che forse all’inizio veniva visto da loro con un po di diffidenza ”. Sentiamo alcuni esempi dei laboratori messi in atto. “I bambini, ad esempio, hanno ascoltato musiche e danze tipiche del Senegal o dell’Albania, oppure sono stati guidati nella costruzione di oggetti tipici del Perù, dell’Egitto o del Marocco”. Continua senza soste la dottoressa Falleni: “spesso ai bambini e ai loro genitori sono stati fatti assaggiare anche cibi tipici di quelle culture”. “La maggior parte delle famiglie aderenti al progetto, direi circa l’80%”, evidenzia la Falleni, “è costituita da famiglie straniere che hanno il desiderio di conoscersi, di scambiarsi idee, di raccontarsi esperienze, di apprezzare insieme ai loro bambini la bellezza e la ricchezza che offre una società multiculturale come la nostra”. Agli inizi di maggio si concluderà il progetto pedagogico, con una grande festa finale e con la mostra fotografica delle opere realizzate durante gli incontri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato il 14 aprile 2008 sul quotidiano Il Corriere di Livorno&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;David Evangelisti&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-7359845330217211259?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/7359845330217211259/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=7359845330217211259' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7359845330217211259'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/7359845330217211259'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/arriva-il-gioco-del-baratto_22.html' title='ARRIVA IL GIOCO DEL BARATTO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-8401210672037857936</id><published>2008-04-22T18:34:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:45.121+02:00</updated><title type='text'>ARRIVA IL GIOCO DEL BARATTO</title><content type='html'>Con il progetto pedagogico “Il gioco del baratto”&lt;br /&gt;I BAMBINI INCONTRANO LE CULTURE DIVERSE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La diversità non è un limite: è invece la grande possibilità di apprendere cose nuove e di crescere”. Con queste parole la dottoressa Donatella Falleni sintetizza il concetto fondamentale che risiede alla base del progetto pedagogico chiamato “Il gioco del baratto”, di cui essa è responsabile. “Questo progetto”, continua Donatella Falleni, “mira a far capire ai bambini di culture diverse che ognuno di loro è differente dagli altri, e che questo aspetto non deve assolutamente creare spavento o diffidenza, ma anzi deve costituire una ghiotta possibilità per apprendere concetti nuovi e per arricchire la propria esistenza”. “Il gioco del baratto” è un progetto educativo realizzato dal Comune di Livorno (settore Attività Educative) all’interno del Piano di Espansione dell’Offerta Formativa 2007-2008 (PEOF), “finalizzato far incontrare la pluralità dei mondi vicini e lontani per contribuire, attraverso il gioco, a trasformare la multiculturalità (dato di realtà della presenza nella città di più culture) in interculturalità”. Gli incontri si svolgono presso il Centro Infanzia Alveare, in via dei Floridi 11, e sono condotti dal CESDI (Centro Servizi Donne Immigrate), un’associazione che si è costituita a Livorno alla fine del 1997. La dottoressa Falleni ha evidenziato che “è dal 1991 che stiamo lavorando con molti progetti educativi alla promozione dell’interculturalità nel mondo della scuola”: “quest’anno abbiamo chiamato il progetto Il gioco del baratto perché volevamo mettere in evidenza come proprio dallo scambio di elementi provenienti da culture diverse si può arrivare ad acquisire un bene prezioso”. Con questa iniziativa il Centro Infanzia Alveare diviene perciò “un luogo fondamentale di scambio!”. “Attraverso il gioco”, continua Donatella Falleni, “i bambini riescono ad incontrare e a rapportarsi con molti aspetti provenienti da culture ben diverse dalla propria, e alla fine riescono ad apprezzare ciò che forse all’inizio veniva visto da loro con un po di diffidenza ”. Sentiamo alcuni esempi dei laboratori messi in atto. “I bambini, ad esempio, hanno ascoltato musiche e danze tipiche del Senegal o dell’Albania, oppure sono stati guidati nella costruzione di oggetti tipici del Perù, dell’Egitto o del Marocco”. Continua senza soste la dottoressa Falleni: “spesso ai bambini e ai loro genitori sono stati fatti assaggiare anche cibi tipici di quelle culture”. “La maggior parte delle famiglie aderenti al progetto, direi circa l’80%”, evidenzia la Falleni, “è costituita da famiglie straniere che hanno il desiderio di conoscersi, di scambiarsi idee, di raccontarsi esperienze, di apprezzare insieme ai loro bambini la bellezza e la ricchezza che offre una società multiculturale come la nostra”. Agli inizi di maggio si concluderà il progetto pedagogico, con una grande festa finale e con la mostra fotografica delle opere realizzate durante gli incontri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato il 14 aprile 2008 sul quotidiano Il Corriere di Livorno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-8401210672037857936?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/8401210672037857936/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=8401210672037857936' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8401210672037857936'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8401210672037857936'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/arriva-il-gioco-del-baratto.html' title='ARRIVA IL GIOCO DEL BARATTO'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-1060035898712399622</id><published>2008-04-09T13:45:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:36.678+02:00</updated><title type='text'>"DIVERSAMENTE LIBERI" SCENDE IN PIAZZA</title><content type='html'>Si avvicina “Diversamente liberi”, la videoindagine sui giovani livornesi&lt;br /&gt;MARTEDI 8 APRILE LABORATORIO TEATRALE GRATUITO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martedi 8 aprile i registi Lamberto Giannini e Michelangelo Ricci condurranno un laboratorio teatrale gratuito, aperto non solo a tutti coloro che sono incuriositi dal mondo del teatro, ma più in generale a tutti coloro che vogliano semplicemente fare un’esperienza divertente e originale. “Ci farebbe piacere che venissero quante più persone possibili”: è questo l’invito alla cittadinanza da parte dei due registi. L’incontro si svolgerà dalle 20 alle 22 presso il Teatro del Porto di Livorno, in via Negrelli 12, e mirerà all’allestimento di una “grande performance di strada” (queste le parole degli organizzatori) che sarà messa in moto il 10 maggio nell’ambito della grande manifestazione culturale cittadina “Diversamente liberi”, una tre-giorni organizzata dal Comune di Livorno e dalla Regione Toscana in collaborazione con l’associazione Teatro del Porto, Nido del cuculo, Arci Solidarietà e Compagnia Anffas-Aamps. “Posso solo dire che al centro della performance di strada”, anticipa Lamberto Giannini, “ci sarà il tema del matrimonio tra spazzatura e borghesia…”. Impossibile scucire al regista qualche informazione in più. Giannini non si sbottona più di tanto, non vuole anticipare nulla di concreto, ma già dalle sue poche parole si capisce che quello del 10 maggio sarà un evento a dir poco originale. “Il matrimonio avverrà tra una bimba down, vestita con dei sacchi della spazzatura, e un ragazzo che la società di oggi definirebbe desiderabile, ben curato e elegante”, incalza Michelangelo Ricci. La performance di strada organizzata dai vulcanici Giannini e Ricci è soltanto uno dei molti eventi programmati all’interno del cartellone di “Diversamente liberi: illusioni e paradossi di una città giovane”, un innovativo progetto culturale che mira a mettere in primo piano la condizione attuale dei giovani livornesi (“il progetto ha lo scopo di video documentare le realtà giovanili della città di Livorno cercando di scoprirne caratteristiche, desideri, paure, ma anche di capire come si muove sul nostro territorio la composizione sociale e quali sono gli spazi e le modalità scelte di relazione”). Il gruppo di lavoro di “Diversamente liberi” ha effettuato centinaia di interviste, ha realizzato più di 60 ore di registrazioni audio/video, e alla fine “tutto è stato compresso in poco più di un’ora di film”. La proiezione della video-indagine (Teatro Goldoni) sarà appunto l’evento centrale attorno al quale gireranno tutti gli altri eventi. Michelangelo Ricci evidenzia che “dalle moltissime interviste realizzate, sono sorte delle cose abbastanza curiose, sulle quali è doveroso riflettere…”. Sentiamo di che si tratta. “Innanzitutto ho avuto l’impressione che il mondo creativo giovanile livornese, pur essendo variegato, bellissimo, e incredibilmente ricco di potenzialità, sia stato fino ad oggi tristemente disunito”. Ma c’è di più. “Ho notato dalle parole dei giovani livornesi soprattutto una rinuncia alle loro ambizioni”, spiega Ricci. “Questo fenomeno”, continua il regista, “è certamente figlio della società in cui viviamo, ma in confronto a quanto succede nelle altre città italiane, questo tipo di disagio a Livorno mi sembra estremamente più sentito”. Michelangelo Ricci ha anche il tempo per levarsi qualche sassolino dalla scarpa: “a Livorno ci sarebbero enormi potenzialità creative nel tessuto giovanile, ma la politica dovrebbe saperle cogliere e valorizare con maggior prontezza, ed essere ancora più sensibile nei confronti di questi spunti creativi”. “Spero vivamente”, conclude Michelangelo Ricci, “che la manifestazione Diversamente Liberi costituisca il punto d’inizio per questo tipo di percorso”. Nel manifesto programmatico dell’evento (www.myspace.com/diversamenteliberi), si legge: “Prendi una città e rivolgi lo sguardo ai suoi giovani: i problemi e i contrasti ma anche i fermenti, le idee frizzanti e la voglia di fare. Con un piccolo gruppo di associazioni culturali dai vita ad un team incaricato di raccogliere testimonianze e interviste al fine di creare una video-indagine. Poi proietti il dvd prodotto e, per presentarlo alla città, organizzi una tre-giorni di eventi, in cui i giovani siano attori in prima persona dell’organizzazione e della partecipazione”. “Diversamente liberi” si snoderà il 9, 10, 11 maggio tra piazza Attias, via Ricasoli, piazza Cavour, piazza Cavallotti e Teatro Goldoni. Arci Solidarietà e Lila P24 saranno presenti con le loro “Unità di strada”. Si terranno inoltre laboratori giornalistici, spettacoli di teatro, fotoproiezioni di concorsi fotografici, “mega-partite di calcio con 5 palloni”, laboratori di disegno in spazi urbani, spazi dove raccogliere striscioni eseguiti da artisti livornesi, laboratori di percussioni a cura della Comunità Senegalese. Senza contare la presenza di alcuni supergruppi musicali livornesi. Qualche nome?! I divertentissimi “Licantropi” e gli storici Ottavo Padiglione capitanati ovviamente da Bobo Rondelli. “Diversamente liberi” sarà un’esplosione di idee, suoni e colori insomma, ma anche una grande occasione per riflettere sulla realtà giovanile livornese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo pubblicato sul quotidiano Il Corriere di Livorno in data 8 aprile 2008&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-1060035898712399622?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/1060035898712399622/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=1060035898712399622' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1060035898712399622'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/1060035898712399622'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/diversamente-liberi-scende-in-piazza.html' title='&quot;DIVERSAMENTE LIBERI&quot; SCENDE IN PIAZZA'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-8654982128238878513</id><published>2008-04-09T13:42:00.003+02:00</published><updated>2008-07-29T14:32:45.122+02:00</updated><title type='text'>CONOSCERE IL CIBO PER SCOPRIRE LA NOSTRA SOCIETA'</title><content type='html'>Due nuovi progetti pedagogici del Ciaf “E. Fagni” di Livorno, recentemente premiato dal Ministero per le Politiche della Famiglia nel corso del “Premio Amico della Famiglia 2007”&lt;br /&gt;IL RAPPORTO CON IL CIBO CONTRIBUISCE A DETERMINARE L’IDENTITA’ DELLE PERSONE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il concetto generale di “alimentazione” e il suo rapporto con lo sviluppo dell’identità dei bambini è al centro dei due recenti progetti pedagogici del Ciaf “E. Fagni” di Livorno: “A scuola di gusto” e “Sapori di film”. Il cibo verrà visto e trattato come elemento fondamentale non soltanto per la crescita e lo sviluppo fisico dei ragazzi, ma anche come elemento indispensabile per la costruzione della loro identità. Lo psicopedagogista del Comune di Livorno, Mauro Pardini, ancora raggiante per il recentissimo conferimento al Ciaf “E. Fagni” di una menzione speciale al Premio Amico della Famiglia 2007 istituito dal Ministero per le Politiche della Famiglia, spiega: “l’alimentazione è atto costitutivo dell’identità non soltanto del singolo individuo, ma anche dell’intera società”. Secondo gli organizzatori dei due progetti pedagogici infatti, la corretta costruzione dell’identità dei bambini avviene anche attraverso tutte le attività connesse all’alimentazione in generale, e alle relazioni che ne seguono. Nel manifesto programmatico del percorso pedagogico infatti si legge: “il cibo è, fin dall’inizio della vita, un veicolo per il passaggio di esperienze emotive e di contenuti relazionali fra le persone, a partire dalla prima relazione genitori/figli”, e “il carico di affettività e socialità che riempie di sé il cibo è componente essenziale della costruzione della persona e della sua identità, e, pertanto, il cibo può essere strumento di crescita e di educazione”. Lo psicopedagogista Pardini evidenzia anche che “c’è un rapporto strettissimo tra i fattori culturali e i modelli di alimentazione: questo rapporto sarà uno dei temi su cui i bambini delle scuole saranno tenuti a riflettere e a discutere”. Il progetto mira, tra le altre cose, a “favorire l’allargamento ed il consolidamento della qualità delle relazioni intrafamiliari attraverso la condivisione, fra genitori e figli, della tematica dell’alimentazione”, e a “sensibilizzare genitori, insegnanti e minori all’importanza delle connessioni affettive del cibo e dell’alimentazione”. Sulla stessa linea Serenella Cipolli, responsabile del Ciaf “E. Fagni” di Livorno: “il rapporto che ognuno di noi ha sin da piccolo con l’alimentazione contribuisce a determinare la nostra identità”. Il progetto “A scuola di gusto” (“progetto sperimentale di educazione alla relazione con gli altri attraverso i cibi e i modelli alimentari”), avviato in collaborazione con alcuni esperti della UNICOOP Tirreno (“che hanno fornito importante materiale”, puntualizza Pardini), cerca di far sviluppare la discussione in classe fra bambini di temi quali “religioni e cibi”, “collocazioni geografiche e stili alimentari”, e “modelli alimentari nella società del benessere”. Il progetto “A scuola di gusto” sta per giungere al termine (“mancano ancora due incontri”, precisa Serenella Cipolli), mentre è appena partito quello denominato “Sapori di film”. Serenella Cipolli evidenzia che “i due progetti pedagogici mirano ad analizzare le stesse tematiche e a mettere in risalto le stesse problematiche partendo da due strumenti ben diversi”. Sentiamo perché. “Con il progetto A scuola di gusto”, continua Serenella Cipolli, “i bambini sono stati impegnati soprattutto in attività laboratoriali, mentre con il nuovissimo progetto Sapori di film essi proseguiranno questo percorso pedagogico attraverso la visione di alcuni film”. Il nuovo progetto “Sapori di film” si articolerà nella proiezione (al Teatro CRAL-ENI di via I. Nievo) di film (Chocolat, Super Size Me, Ratatouille) in cui il cibo avrà un ruolo rilevante, proiezione che sarà appunto l’occasione per aprire un dibattito proprio sul tema del cibo e sulle sue relazioni con la società. Partire dal concetto di cibo per capire la società in cui viviamo, quindi. A questo progetto partecipano gli alunni, i genitori e i docenti delle classi dell’Istituto Comprensivo “G. Micali”. Fanno parte del gruppo di lavoro: Maria Rosaria Sponzilli, docente e coordinatrice del Servizio Psicopedagogico e dello Sportello di Ascolto per alunni e genitori dell’Istituto Comprensivo “G. Micali, Cristina Del Moro, responsabile “Educazione al Consumo Consapevole” della Direzione Politiche Sociali UNICOOP Tirreno e del Centro Soci e Consumatori di Livorno, e i già citati Serenella Cipolli e Mauro Pardini. Giovedì 29 maggio al Nuovo Teatro delle Commedie è previsto “l’incontro e la festa finale con i genitori”, che sarà l’occasione per una discussione finale sui temi emersi dal progetto pedagogico.&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo pubblicato sul quotidiano Il Corriere di Livorno, 4 aprile 2008&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-8654982128238878513?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/8654982128238878513/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=8654982128238878513' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8654982128238878513'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/8654982128238878513'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/conoscere-il-cibo-per-scoprire-la.html' title='CONOSCERE IL CIBO PER SCOPRIRE LA NOSTRA SOCIETA&apos;'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-6256039326438237288</id><published>2008-04-01T14:06:00.002+02:00</published><updated>2008-07-29T14:33:14.111+02:00</updated><title type='text'>CAPITOLO 2: LE RADICI DELLA TEORIA DELLA DEINDIVIDUAZIONE</title><content type='html'>CAPITOLO 2&lt;br /&gt;Le radici della teoria della deindividuazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 L’INDIVIDUO E LA MASSA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.1 Aspetti dionisiaci dello stato di deindividuazione&lt;br /&gt;Il concetto di deindividuazione è indissolubilmente legato al concetto di significato opposto, cioè al concetto di individuazione. Maslach, Stapp e Santee affermano che “individuation is a state in which the person feels differentiated, to some degree, from other people and objects”, mentre “[d]eindividuation [...] is a state in which the person feels differentiated, to some degree, from other people” (Maslach, Stapp &amp;amp; Santee, 1985, pag.730). Lo stato di individuazione favorisce il pieno controllo degli atti personali, ed una corretta valutazione delle conseguenze dei comportamenti effettuati; rappresenta cioè la condizione in cui l’uomo può compiere delle scelte coscienti e rispettose delle norme sociali, favorendo in tal modo il corretto funzionamento dell’intera società in cui vive. L’individuazione garantisce l’ordine dell’attività psichica dell’individuo: essa favorisce la permanenza dei freni inibitori, meccanismi psicologici senza i quali l’uomo agirebbe quasi istintivamente, generando gravi conseguenze sia a causa della valutazione negativa ricevuta dagli altri nei suoi confronti, sia per la salute dell’intera società. Lo stato di deindividuazione invece, genera una situazione ben diversa; quando sopraggiunge la condizione di deindividuazione infatti, nell’uomo si indeboliscono le forze che impedivano l’esecuzione di atti istintivi e nocivi, ed egli diventa capace degli atti più impensabili e meschini. Il controllo dell’azione viene meno, e si genera confusione e caos.&lt;br /&gt;Zimbardo sostiene che i concetti di individuazione e di deindividuazione possano essere accostati a immagini «mitiche ed eterne», e possano inoltre essere pensati come due forze perennemente contrastanti: “What we are setting up as protagonists are not simply Cognition and Action, but more basically the Forces of Individuation versus those of Deindividuation. These forces are hardly new to each other; their antagonism can be traced back through all recorded history, as an integral part of the myth and ritual of people everywhere” (Zimbardo, 1970, pag.248). Egli ad esempio, fa riferimento al concetto di «dionisiaco» e di «apollineo» presente in Nietzsche, e sfrutta questi due concetti per operare un paragone con i fenomeni di individuazione e di deindividuazione. Diener e altri studiosi notano infatti che Zimbardo paragona lo stato di deindividuazione a “«Dionysiac forces» that lead to behavior that is emotional, impulsive, and lacking in discriminative control” (Diener, Westford, Dineen &amp;amp; Fraser, 1973, pag.221). Secondo quanto scrive Nietzsche infatti, la figura di Apollo sarebbe contraddistinta da “quella limitazione piena di misura, quella libertà dalle più selvagge emozioni, quella quiete piena di saggezza del dio plastico” (Nietzsche, 1996, pag.54-55): l’apollineo rappresenta perciò l’ordine, il principiun individuationis, la logica e la razionalità. L’apollineo raffigura l’uomo pienamente consapevole dei divieti sociali, rappresenta la sua costante attenzione e il suo interesse per la valutazione che gli altri uomini daranno del suo comportamento; l’uomo nella condizione di individuazione si affida perciò al ragionamento razionale e all’attenta valutazione degli aspetti positivi e negativi del suo comportamento. Jung sostiene che l’elemento apollineo “è misura, numero, limite e dominio di tutto ciò che è selvaggio e indomito” (Jung, 1921, pag.145): è evidente come in tali parole si ritrovino alcune delle caratteristiche principali dello stato di individuazione. L’uomo che invece si trova in condizione di deindividuazione incarna il dionisiaco, il caos, l’irrazionalità e l’imprevedibilità. Dionisio è “ il dio che, nello scatenamento degli istinti, rompe l’ordine delle gerarchie (sociali, morali, politiche ecc.) e fa dissolvere il principium individuationis”: “Nell’ebbrezza dionisiaca la soggettività si annulla; uomo e natura sono riconciliati” (Nietzsche, 1996, pag.64). L’uomo perciò, in tale stato dionisiaco, si dimentica di sé. Per Jung “il dionisiaco […] è la liberazione dell’istinto insofferente d’ogni limite, lo scatenarsi della sfrenata dynamis animalesca e divina […]. È l’orrore che si prova nella rottura del principio d’individuazione e insieme «l’estasi delirante» perché è infranto. Il dionisiaco è quindi paragonabile all’ebbrezza che dissolve l’elemento individuale negli istinti e nei contenuti collettivi” (Jung, 1921, pag.145): i comportamenti distruttivi delle folle ricordano chiaramente la figura di Dionisio.&lt;br /&gt;Zimbardo paragona perciò la contrapposizione tra «apollineo» e «dionisiaco» alla contrapposizione tra individuazione e deindividuazione, generando un’affascinante e suggestiva immagine: l’eterna lotta tra l’ordine ed il caos. Zimbardo, concludendo, scrive che “Mythically, deindividuation is the ageless life force, the cycle of nature, the blood ties, the tribe, the female principle, the irrational, the impulsive, the anonymous chorus, the vengeful furies. To be singular, to stand apart from other men, to aspire to Godhead, to honor social contracts and man-made commitments above family bonds, is to be individuated” (Zimbardo, 1970, pag.249).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.2 L’entrata del singolo nel gruppo&lt;br /&gt;La teoria della deindividuazione nasce, come teoria organica e distinta, intorno agli inizi degli anni Cinquanta; sono infatti Festinger, Pepitone e Newcomb a formulare una prima definizione specifica del concetto. Successivamente, molti studiosi riprenderanno e analizzeranno tale teoria, permettendo anche degli sviluppi particolari ed in parte contrastanti con la teoria originaria, come ad esempio la emergent norm theory o la self-awareness theory. Tra gli studiosi che si sono dedicati con maggior attenzione al fenomeno della deindividuazione, ci sono soprattutto Zimbardo e Diener, i quali si basano per le loro ricerche sulle intuizioni iniziali di Festinger, Pepitone e Newcomb. È doveroso precisare, comunque, che la specifica teoria della deindividuazione trova le sue premesse in concetti che erano stati oggetto di studio circa mezzo secolo prima, da parte di studiosi interessati al comportamento delle folle. L’analisi della teoria della deindividuazione cioè, non può assolutamente prescindere da uno studio generale delle proprie radici concettuali: i presupposti della teoria si trovano infatti già a fine Ottocento, soprattutto nel prezioso contributo del celeberrimo libro Psychologie des foules, opera scritta da Gustave Le Bon nel 1895. Prentice-Dunn e Rogers, così come gli psicologi interessati al comportamento umano in gruppo, basano le loro analisi scientifiche su molte intuizioni effettuate da parte degli studiosi della psicologia delle folle, riconoscendo inoltre loro di aver messo in evidenza degli aspetti molto importanti del comportamento collettivo: “Investigators as early as Le Bon […] noted that certain group contexts insulate individuals from feelings of social responsibility and fear of reprisals for proscribed acts” (Prentice-Dunn &amp;amp; Rogers, 1982, pag.503). Diener, uno degli studiosi che ha dedicato più attenzione al fenomeno della deindividuazione, così sintetizza il fondamentale apporto di Le Bon per i futuri studi sulla deindividuazione: “What forces lead crowd members to behave at times in uncivilized and violent ways? Le Bon believed that when men are immersed in crowd they are turned into mindless brutes, incapable of reason. Le Bon’s seminal idea was reconceptualized by Festinger, Pepitone and Newcomb” (Diener, 1976, pag.497). Lo stesso Zimbardo “has taken the main thrust of Le Bon's arguments – the idea that men are trasformed into mindless brutes when immersed in a crowd – and recast the approach in scientifically testable terms” (Diener, Dineen, Endresen, Beaman &amp;amp; Fraser, 1975, pag.328).&lt;br /&gt;Le Bon, insieme a studiosi come Sighele, Taine, Tarde e Rossi, ha fornito degli importanti contributi per la comprensione del comportamento delle masse; le ricerche di tali studiosi sono inquadrabili all’interno del paradigma della psicologia delle folle, un orientamento teorico nato appunto negli ultimissimi anni del diciannovesimo secolo. È doveroso premettere che l’appartenenza ad un gruppo, secondo i sostenitori della teoria della deindividuazione, costituisce una delle condizioni principali che favoriscono lo stato di deindividuazione e i relativi effetti comportamentali; è fin troppo evidente, quindi, il comune interesse di tali teorici e di quelli della psicologia delle folle sulla condizione mentale del singolo soggetto appartenente ad una folla. È proprio questo aspetto che unisce le due teorie citate; ed è proprio da questo punto che parte l’analisi di Festinger e degli altri studiosi.&lt;br /&gt;L’avvento delle folle, avvenuto nel periodo di fine Ottocento, è il fenomeno che colpisce gli studiosi di molte discipline diverse, i quali tentano di analizzarne gli aspetti principali e le caratteristiche peculiari. Robertson sostiene che la folla è “una moltitudine di persone che si trovano insieme per un certo periodo di tempo”, aggiungendo inoltre: “Tuttavia è qualcosa di più di una semplice massa di persone. La vicinanza fisica spinge all'interazione sociale anche quando i membri della folla cercano concretamente di evitare il contatto con gli altri” (Robertson, 1988, pag.605). Gli studiosi in maniera particolare si concentrano sulla condizione personale del singolo individuo appartenente ad una folla, evidenziando come il suo agire sia notevolmente influenzato dal fatto di trovarsi in quella precisa circostanza. Sofsky in una sua analisi della relazione tra la folla e l’individuo, afferma: “La folla assorbe l’individuo, che si fonde nei suoi movimenti. Questo processo richiede un’analisi graduale. Non è in alcun modo da identificare con ciò che la critica culturale è solita definire «massificazione». Qui non si tratta di conformità o adattamento a determinati modelli di comportamento collettivo, della fine del «sacro» individuo […]; l’inglobamento dello spettatore nel corpo della massa va molto più in profondità: questa situazione afferra l’individuo interamente, con il corpo e con l’anima. L’emozione collettiva della folla è una forza indipendente, un potere coercitivo autonomo che assale l’essere umano e lo spinge a modalità comportamentali alle quali difficilmente sospettava di poter cedere” (Sofsky, 1998, pag.94). Sono proprio le ultime parole di Sofsky che assumono grande importanza: il singolo, una volta che si trova a far parte di una folla, viene spinto a comportarsi in una maniera nettamente diversa da come egli si comporterebbe se non si trovasse a far parte di una folla.&lt;br /&gt;Park, uno degli studiosi che si è dedicato maggiormente all’analisi dei fenomeni collettivi, sostiene: “L’esperienza comune dimostra che le persone, sotto l’influsso di uno stimolo collettivo, compiono spesso azioni che come individui non potrebbero nè vorrebbero fare. Esponenti della scuola di psicologia collettiva usano frequentemente la massima: «Senatores boni viri; senatus autem mala besti». In realtà sono la tendenza del tumulto popolare alla rabbia irrazionale e il suo cieco spirito distruttivo che va al di là di tutte le passioni individuali a catturare prima di tutto l’attenzione della psicologia collettiva” (Park, 1996, pag.37-38). Le prime osservazioni su tali fenomeni evidenziano proprio i fattori che interverrebbero nel comportamento della folla e dei suoi membri; la psicologia delle folle perciò costituisce la base dalla quale gli studiosi della deindividuazione sono partiti, spinti dall’interesse di analizzare gli effetti causati dall’appartenenza ad un gruppo di persone, sullo stato mentale e sul comportamento dell’individuo singolo.&lt;br /&gt;Anche studiosi come Mc Dougall e Freud si sono concentrati su tali oggetti di studio, fornendo a loro volta una propria interpretazione del fenomeno; la specifica posizione dell’uomo «immerso» in una folla, inizia ad essere oggetto di numerose trattazioni, che ricorreranno spesso anche ai concetti di inconscio, contagio e ipnosi, concetti che appunto cercheranno di spiegare la particolare condizione mentale del singolo. Soprattutto Freud, nel suo libro Psicologia delle masse e analisi dell’Io, tenta di fornire una spiegazione dei fenomeni psicologici che si osservano tra gli appartenenti ad una massa; egli concorda con Le Bon nell’assegnare un ruolo determinante ai fattori inconsci, ma sostiene che una massa è tenuta insieme non tanto grazie a fenomeni di suggestione o di ipnosi, bensì grazie a legami di origine libidica e al processo di identificazione. Freud percepisce che l’individuo facente parte di una massa è soggetto ad alcune limitazioni, che gli impediscono il corretto svolgimento dell’attività psichica, e inoltre lo liberano dalle consuete rimozioni: Freud capisce e afferma che “quest’individuo […] sente, pensa e agisce in maniera affatto diversa da quella che da lui dovremmo attenderci”, aggiungendo inoltre che “tale circostanza è costituita dalla sua inclusione in una moltitudine umana che ha acquisito la qualità di una «massa psicologica” (Freud, 1971, pag.67).&lt;br /&gt;Anche se la trattazione di Freud è decisamente incomparabile a quella dei teorici della deindividuazione, trovandosi infatti all’interno del paradigma psicoanalitico, si notano comunque subito delle piccole analogie con quelle che saranno le analisi degli studiosi della teoria della deindividuazione; sia questi ultimi che Freud, intuiscono come l’uomo della folla sia più aggressivo, crudele e violento di quanto accade quando egli è lontano da questa. Entrambe le impostazioni notano cioè che ogni individuo, “quando è associato ad altri in gruppi di vaste dimensioni, subisce trasformazioni anche impressionanti” (Palmonari, 1982, pag.93). Freud infatti dice che “nello stare insieme degli individui riuniti in una massa, tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti inumani, crudeli, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano e aspirano al libero soddisfacimento pulsionale” (Freud, 1971, pag.74); in un altro passo della sua trattazione, Freud continua a caratterizzare la situazione psicologica dell’uomo della folla, sostenendo che all’interno di questa è facile notare “la scomparsa della personalità singola cosciente, l’orientarsi di pensieri e sentimenti nelle medesime direzioni, il predominio dell’affettività e dello psichismo inconscio, la tendenza all’attuazione immediata delle intenzioni via via che affiorano” (ivi, pag.120). Koestler afferma che “[l]e folle tendono a comportarsi in modo «fanatico» (o «eroico»), cioè unilaterale, perchè le differenze individuali fra i loro membri sono temporaneamente sospese e le facoltà critiche anestetizzate” (Koestler, 1970, pag.338). È comunque importante precisare che i teorici della deindividuazione non si avvalgono del «fattore» inconscio per le loro spiegazioni e teorie; lo stesso si può dire per quanto riguarda il fenomeno dell’ipnosi. Festinger e gli altri studiosi, infatti, non si interessano affatto dell’analisi dell’inconscio delle persone, bensì sviluppano le loro teorie utilizzando strumenti concettuali ben diversi da quelli utilizzati da parte di Le Bon o Freud.&lt;br /&gt;Lo psicanalista Jung, nel suo studio sullo sviluppo della personalità, dedica ampio spazio al concetto di «individuazione». Jung definisce la nozione di individuazione “il processo di formazione e di caratterizzazione dei singoli individui, e in particolare lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto dalla generalità, dalla psicologia collettiva”; inoltre, il grande allievo di Freud, afferma: “L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale. La necessità dell’individuazione è una necessità naturale, in quanto che impedire l’individuazione, mercè il tentativo di stabilire delle norme ispirate prevalentemente o addirittura a criteri collettivi, significa pregiudicare l’attività vitale dell’individuo […]. Per il fatto stesso che l’individuo non è soltanto un essere singolo, ma presuppone anche dei rapporti collettivi per poter esistere, il processo di individuazione non porta all’isolamento, bensì a una coesione collettiva più intensa e generale ” (Jung, 1921, pag.463). L’attenzione in questo caso deve esser posta sul concetto di differenziazione: l’individuazione è il risultato perciò di un corretto processo di differenziazione e autorealizzazione, risultato raggiungibile attraverso il superamento di determinate tappe, nelle quali la personalità deve confrontarsi con determinate esperienze, denominate Ombra, Animus/Anima, Vecchio Saggio, Sé. Taborra, in una sua analisi del pensiero dello psicanalista svizzero, sostiene che “il processo d’individuazione non è un percorso che sottrae l’uomo dal confronto con il mondo esterno”, aggiungendo inoltre che “esso ha due aspetti fondamentali: da un lato è un processo d’integrazione interiore, soggettivo e dall’altro è un processo oggettivo di relazione”. La stessa studiosa evidenzia che “il senso della propria identità implica la relazione con l’altro come diverso da sé”, precisando che “esso [...] si struttura confrontandosi, scontrandosi e misurandosi nei rapporti interrelazionali”: “Il processo d’individuazione rappresenta un percorso analitico intensivo che, rispettando l’integrità della coscienza, conduce fino al Sé, sorgente e ragione ultima del nostro essere psichico” (Taborra, 2001). La deindividuazione consiste in una perdita temporanea della propria individualità e della propria facoltà di sentirsi un essere completamente autonomo, in grado cioè di compiere scelte indipendentemente dall’influenza degli altri. Jung evidenzia bene la peculiarità del fenomeno dell’individuazione, sottolineando la capacità del soggetto di auto-realizzarsi, e quindi di valorizzare il proprio Sé. Caprara e Gennaro sostengono che “[s]econdo Jung individuarsi significa diventare un essere singolo e, intendendo noi per individualità la nostra più intima, ultima, incomparabile e singolare peculiarità, diventare se stessi, attuare il proprio Sé” (Caprara &amp;amp; Gennaro, 1994, pag.217). Dipboye sostiene infatti che “[i]ndividuation has been equated with maturity and self-actualization, whereas deindividuation, the process of losing one’s distinctiveness or individuality, has been described as dysfunctional for both the individual and society” (Dipboye,1977, pag.1057).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.3 La comparsa delle folle e delle masse&lt;br /&gt;La psicologia delle folle e la psicologia dei popoli (Voelkerpsichologie) costituiscono le discipline che segnano lo sviluppo della psicologia sociale europea; mentre l’impostazione della psicologia americana si centrava soprattutto sugli aspetti individuali e personalistici, le due teorie europee si impegnavano maggiormente ad uno studio più approfondito dell’interazione tra gli individui, e dei risultati di tale interazione (negli studi della Voelkerpsichologie ad esempio, sarà centrale il concetto di «spirito del popolo»). La psicologia delle folle è un orientamento teorico che nasce in conseguenza ad un preciso fenomeno storico-sociale, vale a dire la crescita e la diffusione sempre più grande nell’Ottocento, di episodi nei quali è la folla «barbara» a rivestire un ruolo di primo piano, soprattutto nell’ambito del panorama europeo. Le folle, protagoniste di continue rivolte e distruzioni, diventano presto oggetto di attenzione anche dei romanzieri, i quali le descrivono in tutta la loro crudeltà e incontrollabilità: esse vengono paragonate infatti a orde di cannibali e selvaggi, “affioranti improvvisamente dalle profondità della terra e capaci di divorare la civiltà occidentale in un ultimo, estremo rituale antropofago” (Palano, 2002, pag.4). I violenti e sanguinari avvenimenti della Comune di Parigi costituiscono, alla fine del XIX secolo, l’esempio fondamentale della ferocia delle devastazioni e delle insurrezioni della folla, e accelerano il bisogno e la necessità di trattare i diversi aspetti di questa, in termini più scientifici e accurati, ricercandone le leggi ed i fenomeni che si manifestano all’interno di esse. È proprio dall’osservazione di tale rivolte, e dal turbamento che ne conseguiva, che nasce l’interesse di studiosi come Le Bon, Taine, Sighele e Tarde ad analizzare in maniera dettagliata le caratteristiche fondamentali delle folle, e i processi psicologici che guidano e caratterizzano le loro azioni irrefrenabili e violente: le folle oggetto di tali studi sono delle «creature feroci», attive, desiderose di devastazioni e distruzioni, spinte da istinti primordiali e selvaggi. Le folle osservate sono delle entità sanguinarie e incontrollabili, e da ciò derivavano le preoccupazioni di coloro che vedevano nelle folle uno strumento di sovversione delle gerarchie sociali; gli aristocratici e i conservatori dell’Ottocento perciò, attraverso i loro libri, manifestavano tutta la loro preoccupazione per il possibile ribaltamento dell’ordine sociale tradizionale, ordine che le folle avrebbero contribuito a sgretolare. Bianchi e Di Giovanni sostengono infatti che “[l]a psicologia delle folle [...] ha rappresentato in gran parte una reazione aristocratica ai moti che hanno accompagnato l’ottocento” (Bianchi &amp;amp; Di Giovanni, pag.190). Gallini sostiene che la psicologia della folla “[n]asce soprattutto come appello alla mobilitazione da parte di una borghesia che avverte l’esigenza di ricompattarsi e di guardar dentro le grandi trasformazioni, di ordine sociale e culturale, che hanno segnato l’avvento dell’età contemporanea, sotto forma di lotta di classe da un lato e di massificazione dei costumi dall’altro”, aggiungendo inoltre che “[n]egli studi di psicologia della folla troviamo l’espressione di un profondo disprezzo per tutto quanto non appartenga all’ordine borghese sia per classe che per cultura” (Gallini, 1985, pag.7-8).&lt;br /&gt;Poco a poco però, la stagione teorica della psicologia collettiva “si esaurì molto prima che la disciplina avesse potuto mettere radici e affinare i propri strumenti di analisi”: “Contemporaneamente al tramonto della prima psicologia collettiva, si sarebbe prodotto anche nell’oggetto della disciplina un mutamento […]. Le «folle» su cui tanto avevano insistito Taine, Sighele o, più ambiguamente, Le Bon, iniziarono a mutare il loro volto […], avrebbero iniziato a tramutare le loro fattezze e a tramutarsi sempre più in una massa inerme, manovrabile da parte del potere e rapita nel vortice della seducente vita metropolitana” (Palano, 2002, pag.7). Le folle iniziano a perdere il loro carattere attivo e incontrollabile, e appaiono sempre di più «passive» e desiderose di essere controllate e gestite da qualche autorità che le comandi e che prenda le decisioni al posto loro: il nuovo oggetto di indagine della psicologia, diviene perciò la massa inerme e manovrabile, che diventerà il bersaglio preferito degli slogan propagandistici e delle manipolazioni effettuate dai leader totalitari. Il concetto di massa indica infatti “coloro che non sanno governarsi rispetto a chi conosce l’arte del dirigere, l’impasto molle rispetto al suo manipolatore” (Marchese, Mancini, Greco &amp;amp; Assini, 1991, pag.246). Le masse rivestiranno un ruolo fondamentale nei regimi totalitari del XX secolo, arrivando a sottomettersi e ad obbedire ai folli ordini di abili «ipnotizzatori», i quali riusciranno a far commettere alle proprie masse i crimini più orribili. Già nella prima metà dell’Ottocento, Tocqueville profetizza e intravede le conseguenze alle quali andrà in contro la società consumistica occidentale: quest’ultima, secondo tale studioso, sarà manovrata da un potere superiore e pervasivo, paternalistico e assoluto, che sarà in grado di manipolare e gestire i desideri e le volontà dell’uomo-massa: “Vedo una folla innumerevole di uomini simili ed uguali […]. Ciascuno di questi uomini vive per conto suo ed è estraneo al destino di tutti gli altri […], egli vive al loro fianco ma non li vede; li tocca ma non li sente; non esiste che in se stesso e per se stesso. Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia […]; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri […]; perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?” (Tocqueville, 1968, pag.812). Horkheimer e Adorno evidenziano bene lo stretto legame tra lo sviluppo dei regimi autoritari e l’acquisizione del potere sulle masse, grazie allo sfruttamento dei dittatori dell’alienazione e dell’impotenza dei cittadini, causata dalla società. Ortega y Gasset nel libro La ribellione delle masse, sostiene: “C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale” (Ortega y Gasset, 1962, pag.3). Intorno al 1930, anno di pubblicazione del libro, il fenomeno dello sviluppo e del potere delle masse diviene estremamente evidente, e molti studiosi paragonano l’affermazione delle masse ad un regresso nel processo di civilizzazione dell’uomo; il filosofo madrileno inoltre, sottolinea come la condizione di regresso che stava vivendo la civiltà europea nei primi decenni del Novecento era rappresentata soprattutto da due fenomeni precisi: la rivoluzione bolscevica e il fascismo. Questi due fenomeni evidenziavano, secondo Ortega y Gasset, l’affermazione sulla scena europea del forte potere delle masse.&lt;br /&gt;Spesso il concetto di massa è confuso con quello di folla: si noti, ad esempio, che il libro di Le Bon Psychologie des foules nel 1912 veniva tradotto in tedesco Psychologie der Massen: Kernberg afferma che “il termine folla [...] ha una connotazione dispregiativa che manca nel tedesco Masse” (Kernberg, 1999, pag.41). Lo stesso Freud nel suo Massenpsychologie und Ich-Analyse fa riferimento alla traduzione eseguita da Eisler, sebbene in un punto della sua opera effettui una distinzione che evidenzia il carattere di transitorietà e breve durata delle masse descritte da Le Bon e Sighele. I due termini, folla e massa, comunque, hanno una sfumatura di significato precisa: il termine folla “indica un raggruppamento di individui in uno spazio ristretto, un insieme reso omogeneo da un identico sentire e da una reattività elementare[…]. La folla è un’entità fisica, occasionale e dinamica”, mentre la massa “è un modo d’essere, un’attitudine stabile e statica” (Marchese, Mancini, Greco &amp;amp; Assini, 1991, pag.246); inoltre, esaminando l’etimologia dei due termini, dobbiamo notare che “Folla deriva dal verbo latino follare, lavare i panni, e contiene come l’inglese crowd, l’idea del premere, dello stringere; massa deriva invece dal greco μαζα, «pasta del pane», e si riferisce quindi a un elemento informe, malleabile ed elastico” (Mucchi Faina, 2002, pag.15). Considerando l’etimologia dei due termini perciò, si vede come il termine folla richiama l’attenzione su qualcosa di circoscritto e ben delimitabile, mentre il termine massa evidenzia qualcosa di non ben differenziato e senza una forma specifica e delimitabile. Quando si parla di una folla, generalmente, intendiamo sottolineare la posizione specifica di diversi soggetti che si trovano riuniti, la maggior parte delle volte per ragioni casuali, in un determinato luogo e in un determinato tempo; ciò che caratterizza la folla dunque, è il suo carattere di concretezza e tangibilità. Anche la temporaneità è uno degli aspetti fondamentali del concetto di folla: molti studiosi definiscono infatti la folla come un’aggregazione temporanea di individui. Brown afferma: “Crowds are collectivities that are congregate and polarized on a temporary-irregular basis and which usually involve only temporary identification. That means they will tend to be co-acting, shoulder-to-shoulder, anonymous, casual, temporary, and unorganized collectivities” (Brown, 1954, pag.840). Kinch afferma che “[l]a folla è caratterizzata dalla sua esistenza di breve durata, dalla stretta prossimità reciproca degli individui che la compongono, dalla mancanza di organizzazione e di struttura che porta ad una interazione spontanea piuttosto che calcolata” (Kinch, 1978, pag.147). Quando parliamo invece di massa, ci riferiamo di solito alla maggioranza di un popolo, sottolineandone quindi l’astrattezza e l’indifferenziazione, e soprattutto il suo carattere di omogeneità e appiattimento; nella massa ad esempio, le differenze di rango, che generano delle «distanze» tangibili quando gli individui sono isolati, vengono invece percepite come annullate: “Solo tutti insieme gli uomini possono liberarsi dalle loro distanze. È precisamente ciò che avviene nella massa” (Canetti, 1997, pag.21). Generalmente poi, soprattutto da parte dei pensatori conservatori e aristocratici, la massa viene contrapposta ad una élite che la domina: il concetto di massa, secondo una tale ottica, sta perciò “a indicare i più rispetto ai pochi, la mediocrità rispetto all’eccellenza” (Marchese, Mancini, Greco &amp;amp; Assini, 1991, pag.246). Anche se la sfumatura di significato esistente tra il concetto di massa e quello di folla potrebbe far pensare ad una netta distinzione tra i due concetti, in realtà è necessario precisare che esistono diversi aspetti in comune tra le due nozioni ed una forte relazione tra la massa e la folla; dunque esse non sono nettamente separabili o contrapponibili. Mucchi Faina ad esempio, sostiene: “In realtà, profonde sono le connessioni tra massa e folla. Innanzitutto, ed è fattore di grosso rilievo, la folla ha storicamente rappresentato una delle modalità con cui le masse si sono espresse.[…]. La folla compare nel momento in cui la massa vuole rompere la gerarchia per comunicare direttamente con il potere: vuole acclamare il suo idolo, avvertirlo delle ingiustizie di cui essa è vittima, o al contrario minacciare e distruggere il suo nemico. La folla è la forma più diretta e immediata di cui la massa dispone per potersi rivolgere a chi la governa o la domina. In secondo luogo la folla riproduce in una situazione concreta alcuni tratti caratteristici della massa: la sua estensione numerica, la sua indifferenziazione che crea un senso di totale anonimato in chi ne partecipa” (Mucchi Faina, 2002, pag.15).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.4 La psicologia delle folle: la base della teoria della deindividuazione&lt;br /&gt;Le masse iniziano ad essere, con sempre maggior frequenza, l’oggetto di una vasta serie di studi, che specialmente agli inizi del Novecento appassionano e incuriosiscono un sempre più grande numero di studiosi, tra cui psicologi e sociologi, oltre che storici. Il rapporto tra la teoria della deindividuazione e l’emergere dell’uomo-massa è molto stretto, poiché è proprio in questo contesto che si inizia a formare l’interesse per lo stato psicologico dell’individuo presente in una folla. Le prime osservazioni mirano ad evidenziare il fatto che l’individuo che si trova all’interno di una folla, reagisce e si comporta in maniera ben diversa da come farebbe se si trovasse da solo; la folla cioè, secondo le varie analisi, costituisce una variabile situazionale che è in grado di influire in maniera determinante sul comportamento degli individui che si trovano al suo interno. Anche se gli studiosi di psicologia delle folle non denominano «deindividuazione» il particolare stato mentale del singolo, e cercano spiegazioni che ricorrono a fattori inconsci e alle pratiche dell’ipnosi, tali studiosi certamente contribuiscono a mettere in risalto la particolare condizione psicologica dell’uomo della folla. Le Bon credeva infatti che “nel momento in cui una persona viene catturata nella chimica del gruppo, abbia con ciò perduto sè stessa” (Sennet, 1981, pag.14). La folla dunque, non viene concepita come una mera somma di individui: la folla costituisce un’entità con caratteristiche proprie, e il fatto importante, su cui gli psicologi delle folle si soffermano, è che essa favorisce, tramite ad esempio la suggestione o fenomeni di tipo ipnotico, la perdita della consapevolezza di sé di ogni suo appartenente, il quale più facilmente perde le proprie inibizioni; da ciò ne deriva che i comportamenti anti-sociali e quelli più impulsivi si presentano con maggior frequenza. Spesso alla figura della folla «ipnotizzata», quindi dominata, si aggiunge la figura dell’«ipnotizzatore», colui che riesce cioè, grazie a doti personali, a sottomettere la folla alla propria volontà: si evidenzia in tale maniera il rapporto dominatore-dominato, oggetto di molte ricerche di Le Bon e Sighele. Moscovici, a proposito del meneur de foule, scrive: “Il transforme la foule suggestible en mouvement collectif, soudé par une foi, agissant en vue d’un but. Il est l’artiste de la vie sociale [...]. C’est lui qui, taillant dans le concret, au plus vif de la masse, la prépare pour une idée avec qui elle devient comme chair et ongle” (Moscovici, 1981, pag.168). A proposito di tale relazione, Amerio scrive che “il rapporto è facilmente identificabile in un tipico rapporto di suggestione ipnotica che priva della coscienza e del controllo emotivo e permette all’istinto di scatenarsi”, sostenendo inoltre che “nella folla agisce, amplificato e dilatato, lo stesso meccanismo”, e giungendo alla conclusione che “[i] comportamenti della folla sono quindi dominati dall’irrazionalità, dalle passioni”, essendo infatti “privi di controllo e socialmente pericolosi” (Amerio, 1982, pag.62). Nye afferma: “As in L’Homme et les Sociétés, Le Bon used suggestion primarily as a device to explain the authoritarian relationship between the hypnotist and his subject. This relationship, transposed to collective psychology, became the leader and the crowd” (Nye, 1975, pag.70-71). È evidente come questi interessi si possono ritrovare, con le dovute modifiche, cinquant’anni dopo, nelle elaborazioni teorizzate dai sostenitori della teoria della deindividuazione.&lt;br /&gt;Molti studiosi, per loro stessa ammissione, hanno fatto tesoro delle intuizioni di Le Bon, e lo considerano come colui che ha aperto la strada per dare una seria interpretazione di alcuni aspetti dei fenomeni di massa; gli stessi Mann, Newton e Innes, sostengono come “In his classic, The Crowd, Gustave Le Bon maintained that the anonymity of individuals within a crowd protects them against external sanctions and frees them psychologically to engage in extreme behavior – the expression of «savage, destructive instincts» – and (less commonly) acts of heroism” (Mann L., Newton &amp;amp; Innes, 1982, pag.260). Orive afferma che “Le Bon [...] was the first to argue that a person, when in a crowd or group, loses his or her sense of individuality, self-consciousness, and critical judgment” (Orive, 1984, pag.727). Le Bon dunque, compie delle importanti osservazioni, che evidenziano come l’anonimato e il fatto di sentirsi immerso in una folla, favoriscono l’individuo ad ignorare i divieti sociali e a comportarsi in maniera impulsiva e anti-sociale. Prentice-Dunn e Rogers, studiando il cambiamento dell’atteggiamento degli uomini presenti nella folla, e riferendosi alla «duplice» natura umana, dichiarano: “Le Bon confronted our dualistic nature in his study of crowds, in which our humanitarian quality can be submerged by the bestial. Characterized in terms more palatable to the times, the image of Minotaur became the «group mind», part rational (humanistic) and part primordial, destructive instincts (animalistic)” (Prentice-Dunn &amp;amp; Rogers, 1980, pag.104). Alcuni studiosi sostengono che “Le Bon’s […] analysis can probably still be regarded as the most important attempt to analyze the behaviour of crowds and other collectives” (Cannavale, Scarr &amp;amp; Pepitone, 1970, pag.141).&lt;br /&gt;Livorsi, a proposito di Le Bon, afferma: “Questo pensatore, francese, era stato assai colpito dalle folle rivoluzionarie: da quelle del 1789 a quelle della Parigi della Comune del 1871 e degli anni successivi. Egli notava nella folla spontanea un fenomeno di enorme suggestionabilitá reciproca, di tipo ipnotico, con l’emergere conseguente di tratti di atavismo o primitivismo, da branco o meglio orda primordiale, in cui tutte le emozioni e sentimenti venivano esasperati: si trattasse di paure, di forme di entusiasmo, di manifestazioni di aggressivitá o di coraggio di fronte al pericolo” (Livorsi, 1998). In ciò che dice Livorsi si ritrovano le idee-base di tutta la psicologia delle folle, al cui sviluppo Le Bon ha contribuito in maniera fondamentale; l’idea della suggestionabilità e del ricorso ai fenomeni ipnotici, l’idea dell’atavismo e dei fattori inconsci costituiscono inoltre l’universo concettuale all’interno del quale si concentrano le ricerche di Sighele, Tarde e Taine. Alcuni dei più grandi studiosi della psicologia delle folle, come Le Bon, Tarde e appunto Taine, sono francesi; questo perché essi sono vissuti in un ambiente e in un periodo che ha risentito fortemente degli effetti e del clamore suscitati dalla Rivoluzione del 1789, e inoltre hanno vissuto in prima persona le vicende della Comune di Parigi del 1871.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.5 Le Bon e gli altri psicologi delle folle&lt;br /&gt;Il libro di Le Bon Psychologie des foules rappresenta senza dubbio il manifesto della corrente teorica definita psicologia delle folle; il libro contiene le idee principali di tale impostazione teorica, ed è stato considerato da alcuni studiosi, come uno dei libri più importanti dell’intera psicologia europea. Molti dittatori totalitari come Lenin, Hitler e Mussolini hanno fanno tesoro dei consigli e delle indicazioni di Le Bon, al fine di imparare tecniche per la persuasione ed il controllo delle masse, sostenendo loro stessi di aver letto attentamente il libro molte volte. Nye afferma: “A review of Mein Kampf reveals Adolph Hitler’s familiarity with the kind of crowd terminology that originated with Psychologie des Foules. In a speculative essay Alfred Stein has explored the many apparent parallels between Hitler’s and Le Bon’s understanding of collective behavior and emphasizes that Hitler’s ultimate belief in the possibility of social revolution derived from the notions of «Massenpsychologie» he found in the German translation of Le Bon’s little book” (Nye, 1975, pag.179). Anche Horkheimer e Adorno eseguono un’attenta analisi dello scritto di Le Bon, e sostengono che “la psicologia delle masse, postulando a priori il carattere malefico della massa e proclamando la necessità di un potere che valga a tenerla a freno, si fa strumento della seduzione totalitaria”, aggiungendo inoltre che “[s]e le declamazioni di Hitler sulla massa e i modi in cui questa si lascia influenzare suonano al lettore come una risciacquatura di Le Bon, non è men vero che i luoghi comuni della psicologia delle masse servono a coprire la demagogia che manipola realmente le masse, e che di quei luoghi comuni si fa strumento” (Horkheimer &amp;amp; Adorno, 1966, pag.92).&lt;br /&gt;Le Bon vede nelle folle un arresto del processo evolutivo e una minaccia di ritorno della barbarie. È importante evidenziare come il suo pensiero sia ricco anche di implicazioni ideologiche; egli infatti sostiene la necessità di una «guida», di un meneur de foules, il quale conduca e diriga la massa verso la giusta strada. La massa viene vista come dominata soprattutto da istinti, e gli uomini al suo interno vengono visti come dei soggetti regrediti ad uno stato evolutivo inferiore, incapaci di pensare e agire seguendo la ragione. Gli uomini dunque, secondo una tale ottica, perdono il senso della loro individualità e la loro capacità di essere totalmente liberi di effettuare scelte autonome. Unia afferma: “Di tale involuzione Le Bon trovava conferme anche analizzando il comportamento stesso della massa, che era guidato dall’istinto e dall’emotività piuttosto che dalla logica e dalla ragione. La folla gli appariva agire sulla base dei sentimenti più primitivi, quelli che dal punto di vista dell’evoluzione costituiscono le prime tappe dello sviluppo dell’umanità, mentre in questi raggruppamenti ciò che andava smarrita era la più grande conquista degli uomini moderni, ovvero la razionalità e l’uso delle superiori capacità intellettive.” (Unia, 2003). L’identità dell’uomo viene perciò sommersa da una identità collettiva, la quale favorisce l’esecuzione di comportamenti totalmente diversi da quelli che l’uomo compierebbe se non si trovasse a far parte della folla; sembra proprio che tale condizione abbia il potere di distogliere l’attenzione del singolo, ormai diventato uomo-massa, dalle possibili conseguenze e valutazioni del comportamento messo in mostra. L’anima dei singoli componenti appartenenti ad una massa diviene un’anima unica, un’anima collettiva, come la definisce lo stesso Le Bon: “Tale anima li fa sentire, pensare ed agire in un modo del tutto diverso da come ciascuno di loro – isolatamente – sentirebbe, penserebbe ed agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui costituenti una folla” (Le Bon, 1980, pag.49). Il fatto che le capacità intellettuali, in tale condizione particolare, diminuiscano, era stato preso sotto esame anche da Sighele nell’opera L’intelligenza della folla. Le Bon evidenzia tale diminuzione, rimarcando anche la conseguente soggezione della folla alle forze dell’inconscio: “Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza le loro individualità, si annullano” (ivi, pag.52).&lt;br /&gt;La perdita di individualità dei singoli, causa come conseguenza l’asservimento dell’uomo al volere di un comando esterno; l’uomo cioè non si trova più nella possibilità di essere autonomo, bensì si trova in una condizione simile a quella della persona ipnotizzata, trovandosi cioè disposto ad esaudire i comandi del proprio ipnotizzatore. Tarde afferma che “[l]a foule est [...], sous toutes ses formes, debout ou assise, immobile ou en marche, incapable de s’étendre au-delà d’un faible rayon”, e aggiunge che “quand ses meneurs cessent de la tenir in manu, quand elle cesse d’entendre leur voix, elle s’échappe” (Tarde, 1989, pag.38). Tarde, a proposito della particolare condizione ipnotica in cui si troverebbero gli uomini della folla, sostiene che essi sono come “unconscious puppets whose strings were pulled by their ancestors or political leaders or prophets” (Tarde, 1903, pag.77). Le facoltà critiche e razionali si offuscano notevolmente, la disponibilità ad essere sottomessi da colui che sfrutta i loro impulsi inconsci aumenta sensibilmente: la massa perciò è pronta a porsi al servizio del capo. Le Bon afferma infatti che “un individuo può essere messo in condizioni tali che, avendo perso la personalità cosciente, obbedisca a tutti i suggerimenti di chi appunto tale coscienza gli ha sottratta, e commetta le azioni più contrarie al proprio temperamento ed alle proprie abitudini”, sostenendo inoltre che “osservazioni attente sembrano provare che l’individuo immerso da qualche tempo nel mezzo di una folla attiva cada – grazie agli effluvi che dalla folla si sprigionano, o per altre cause ancora ignote – in uno stato particolare, assai simile a quello dell’ipnotizzato nelle mani dell’ipnotizzatore”. Le Bon conclude affermando che “[l]a personalità cosciente è svanita”: “Tale è press’a poco la condizione dell’individuo che faccia parte di una folla. Non è più consapevole di quello che fa” (Le Bon, 1980, pag.54).&lt;br /&gt;Nell’esposizione di Le Bon, si ritrova anche la base per quello che costituirà un aspetto essenziale della teoria della deindividuazione: il concetto di diffusione di responsabilità. Mathes e Kahn scrivono che “[t]he diffusion of responsibility hypothesis states that antisocial behavior will occur whenever individuals are motivated to engage in socially taboo behavior and find themselves in a group of similarly motivated individuals” (Mathes &amp;amp; Kahn, 1975, pag.881). La tragica vicenda di Kitty Genovese, accaduta nel 1964 a New York, viene assunta come uno degli esempi principali del suddetto fenomeno. Le Bon sostiene: “La violenza dei sentimenti è ancor più accresciuta, soprattutto nelle folle eterogenee, dall’assenza di responsabilità. La certezza dell’impunità, tanto più forte quanto più la folla è numerosa, e la coscienza del grande e momentaneo potere dovuto al numero, rendono possibili alla collettività sentimenti ed atti impossibili all’individuo isolato […]. Purtroppo l’esagerazione, nelle folle, spinge spesso a cattivi sentimenti, residuo atavico degli istinti dell’uomo primitivo, raffrenati invece dal timore della punizione nell’individuo isolato e responsabile. Così si spiega perché le folle siano portate facilmente ai peggiori eccessi” (Le Bon, 1980, pag.75-76). Ritorna l’immagine dell’uomo della folla come uomo primitivo, mosso da istinti simili a quelli di un animale; è evidente come per Le Bon, nella folla non ci sia spazio per la razionalità e la logica, ma solo per istinti di origine primordiale.&lt;br /&gt;Le Bon, per spiegare la psicologia della folla, non ricorre agli strumenti che saranno utilizzati da Festinger, Diener e gli altri teorici della deindividuazione, bensì si basa su due concetti ben diversi: il concetto di «contagio mentale» e quello di «suggestionabilità». Entrambi possono venir trattati ricorrendo alla spiegazione dei fenomeni ipnotici: è su tali argomenti che, infatti, si regge tutto il costrutto teorico e concettuale di Le Bon. Bogardus dedica ampio spazio alla trattazione del fenomeno della suggestionabilità, mettendone in risalto alcuni aspetti specifici: “Suggestibility depends on degree of fatigue. The fatigue toxins which circulate through the system dull the brain centers and decrease the ability to make rational judgments. A person is more suggestible in tired than in refreshened hours. Suggestibility increases with fatigue” (Bogardus, 1920, pag.126-127). Bogardus mette in risalto anche il rapporto tra suggestionabilità e leader carismatico: “Suggestibility depends on the prestige of the sources of suggestion. The average person is very suggestible in the presence of a leading authority [...]. Prestige slows up the processes of reason. Suggestibility depends upon the degree of crowd or group emotion that prevails. In a large crowd it is natural to feel insignificant and to act with the crowd rather than to follow the mandate of cognition. In fact, cognition may be prevented” (ivi, pag.127). Cannavale, Scarr e Pepitone, nell’analizzare le intuizioni di Le Bon, sostengono a proposito del fenomeno della suggestione, che “the individual enters a trance-like state, in which he loses his sense of responsibility and adopts the [...] consciousness of the crowd” (Cannavale, Scarr &amp;amp; Pepitone, 1970, pag.141). Asch, trattando della psicologia delle folle, definisce la persona soggetta a suggestione come “una persona priva di autonomia, le cui azioni avevano origine non da un impulso o determinazione interni, ma da influenze esterne che le si imponevano e ne prendevano il comando indipendentemente da essa”. Asch precisa: “L’iniziativa apparteneva ad un suggeritore autocratico, persona influente o massa di persone. I fenomeni, che si ritenevano centrali nell’azione sociale, erano caratterizzati da mancanza di pensiero e di ragionamento [...]. Divenne postulato indiscusso che, di regola, gli uomini possono venir indotti a [...] sostenere punti di vista opposti con eguale convinzione” (Asch, 1973, pag.435). Festinger, Diener e Zimbardo rifiuteranno, nelle loro trattazioni, di spiegare i comportamenti della folla tramite i concetti di contagio mentale e di suggestionabilità, ma faranno tesoro di molte osservazioni di Le Bon.&lt;br /&gt;Lo specifico pensiero di Le Bon, il più influente studioso tra quelli ascrivibili alla psicologia delle folle, deve essere inquadrato in un contesto culturale nel quale altri eminenti studiosi hanno prodotto delle interessanti osservazioni sul comportamento delle folle; è importante menzionarne alcuni di quelli studiosi, anch’essi appartenenti a quel ramo teorico che chiamiamo psicologia delle folle, che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento hanno contribuito, insieme alle osservazioni di Le Bon, ad analizzare aspetti importanti del comportamento delle folle. Sighele ad esempio, nel suo scritto La folla delinquente, elabora già dei concetti che staranno alla base degli studi di Le Bon; per esempio, egli nota come le qualità intellettuali dei singoli che si trovano all’interno di una folla, si indeboliscono notevolmente. Bisogna ricordare che Sighele analizza il comportamento dei membri di una folla, anche da un punto di vista strettamente giuridico; Park sostiene infatti che “Sighele osservava il fenomeno della folla dalla prospettiva particolare della sua Scuola, e perciò tendeva a considerare anormale il fatto che individui che abitualmente non si ribellano alle restrizioni imposte dalle convenzioni sociali e dalle leggi perdano la propria consueta stabilità morale e il proprio autocontrollo sotto l’influenza dell’eccitazione della folla e si comportino non come uomini, ma come animali rabbiosi” (Park, 1996, pag.27). Sighele si chiede infatti quale grado di responsabilità sia ascrivibile, in seguito ad un reato commesso, al soggetto deviante appartenente ad una folla; da ciò nasce l’interesse per l’analisi dello stato mentale del soggetto. L’influenza della scuola criminologia positiva, fondata da Lombroso, è evidente; tale scuola si fa promotrice di una riforma del diritto penale, volendo porre l’attenzione sulle specifiche circostanze situazionali che erano connesse al delitto. Mucchi Faina sostiene che “apparve subito chiaro a questi studiosi che una situazione di folla e di eccitazione collettiva induceva nei partecipanti processi psicologici e comportamentali particolari”, precisando che di conseguenza, “nell’attribuzione di responsabilità per un reato, era necessario tenere conto di questi fattori”. Mucchi Faina conclude: “Gli avvocati che appoggiavano questa posizione cominciarono richiedere riduzioni di pena per i delitti commessi in situazione di folla” (Mucchi Faina, 2002, pag.25). Sighele successivamente compì degli studi che lo indussero ad ammettere, per la spiegazione del comportamento collettivo, il ruolo fondamentale del processo di imitazione e di quello di suggestione. Sighele evidenzia il particolare stato psicologico del singolo immerso in una folla, e sottolinea il carattere dannoso e bruto di quest’ultima: “La folla è senza dubbio un terreno in cui il microbo del male si sviluppa assai facilmente, e in cui viceversa il microbo del bene quasi sempre muore, non trovandovi le condizioni di vita [...]. L’opera della folla fu nella storia più un’opera di odio e di distruzione che non di creazione e d’amore, perché la folla, organismo incosciente e impulsivo, fatalmente agisce più cogli istinti del selvaggio e del brutto che non con quelli dell’uomo civile” (Sighele, 1999, pag.62). Lo stesso studioso evidenziava inoltre che “cento, mille uomini riuniti possono compiere degli atti che nessuno di quei cento o di quei mille uomini avrebbe compiuto da solo”, e che “da una riunione di buoni, voi non avrete quasi mai un risultato ottimo: avrete spesso un risultato mediocre, talvolta un risultato pessimo” (Sighele, 1985, pag.76). Sighele definisce la folla come un’entità barbara e feroce, in grado di trasformare un individuo rispettoso delle norme sociali, in un soggetto pericoloso: “Gli individui che compongono una folla od un pubblico – presi uno per uno – sono, in generale, buone e brave persone: riuniti insieme, si direbbe che le loro qualità migliori si elidono e si nascondono per lasciare scorgere e sopravanzare le qualità peggiori. Si svegliano, cioè, nella collettività […] gli istinti più bassi, e delle stratificazioni del carattere salgono alla superficie le prime, le più animali e le più selvagge” (Sighele, 1999, pag.102).&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il significato specifico del termine «folla», e l’utilizzo che di tale termine ne hanno fatto gli studiosi, Park afferma: “Tarde usa il concetto di folla in un senso più circoscritto rispetto a Le Bon e ad altri studiosi. Egli distingue, per esempio, tra folla e pubblico e non considera la setta come un tipo particolare di folla. Sighele si colloca a metà strada tra Tarde e Le Bon, dando della folla prima una definizione più limitata, e poi allargandola. Rossi si distingue dagli altri affermando che la folla e il gruppo sociale sono fondamentalmente la stessa cosa. Ma nonostante queste differenze, tutti gli esponenti di questa scuola insistono su una ipotesi: la caratteristica che definisce una folla non è la contiguità nello spazio, ma la reciprocità psichica” (Park, 1996, pag.40). Secondo l’opinione di Gallini: “È con Tarde che la psicologia sociale scopre le proprie leggi. Tarde distingue tra individuo e società, ma pone una connessione tra loro. Essenza del sociale è il fatto comunicativo: è nella comunicazione interindividuale – che opera secondo canali più affettivi che razionali, più inconsci che consci – che si riproducono imitativamente i modelli di comportamento, suggestivamente indotti mediante condizionamento di tipo ipnotico, i quali presuppongono un agente creatore e un soggetto passivo ricevente” (Gallini, 1985, pag.12).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.6 La «mente collettiva» e il fenomeno del «contagio mentale»&lt;br /&gt;Ai fini dell’analisi del rapporto tra comportamento aggressivo e deindividuazione, possiamo sostenere che l’opera di Le Bon, Psychologie des foules, è stata di importanza fondamentale. Tale opera focalizza l’attenzione soprattutto su tre concetti principali, i quali costituiscono le profonde radici della teoria della deindividuazione: la «mente collettiva», il «contagio mentale» e la «suggestionabilità». Ciò che per Le Bon costituisce un aspetto importante della folla, è il fatto che quest’ultima costituisce un’entità diversa dalla mera somma delle menti degli individui singoli che la compongono; ”the sentiments and ideas of all the persons in the gathering take one and the same direction, and their conscious personality vanishes” (Ross E.A., 1959, pag.431). Secondo Le Bon perciò, esistono delle circostanze che trasformano un gruppo di individui in una «massa psicologica»; la folla cioè, secondo tale studioso, una volta che si è costituita, arriva a possedere una «mente collettiva», cioè diviene un oggetto studiabile ed analizzabile in sé. Robertson afferma: “Le Bon era convinto che coloro che compongono la folla fossero dominati da un solo, singolo impulso e che agissero tutti quasi nello stesso modo. Una volta presi dalla frenesia della folla, gli individui perdono la capacità di ragionare razionalmente, per cui in realtà la «mentalità collettiva» altro non è che il minimo comun denominatore delle emozioni degli individui che fanno parte della folla” (Robertson, 1988, pag.608). Cannavale, Scarr e Pepitone sostengono che “Le Bon attributed the violent excesses of the street throng in the French Revolution to the group mind. It is the emergence of the group mind that accounts for the fact that the different individuals who comprise a collective lose their distinct personalities and become a homogeneous and highly emotional mass” (Cannavale, Scarr &amp;amp; Pepitone, 1970, pag.141). Asch sintetizza bene il pensiero dei teorici della mentalità di gruppo, affermando che “quando gli uomini vivono ed agiscono in gruppi, sorgono forze e fenomeni che seguono loro proprie leggi e che non possono venir descritti in termini di psicologia individuale, col puro riferimento alle proprietà dei singoli che tali gruppi compongono” (Asch, 1973, pag.261). Le Bon quindi, sebbene dedichi spazio alla figura del singolo immerso in una folla, concentra la sua trattazione soprattutto sull’intera «anima collettiva» che si è venuta a formare.&lt;br /&gt;Floyd Allport critica la teoria di Le Bon e di tutti quelli studiosi che ipotizzano l’esistenza di un «group mind», sostenendo invece la necessità di spiegare il comportamento di una folla ricorrendo all’analisi del singolo individuo. Emiliani e Zani affermano che “[q]uesto autore fece diventare la psicologia sociale una scienza del comportamento con la convinzione dunque che il gruppo o ciò che è collettivo non abbia bisogno di un modello suo proprio di analisi, poiché ogni gruppo può essere spiegato in termini individuali” (Emiliani &amp;amp; Zani, 1998, pag.17). Per Floyd Allport infatti, la differenza tra il comportamento dell’uomo immerso in una folla e il comportamento dell’uomo che non vi appartiene, è una differenza non qualitativa, come sostenevano Le Bon e McDougall, bensì solo quantitativa: “The individual in the crowd behaves just as he would behave alone, only more so.” (Allport, 1924, pag.295). La critica di Floyd Allport evidenzia l’altro approccio possibile allo studio del comportamento collettivo: Le Bon si concentra soprattutto sulla folla come entità a sé, mentre Allport, così come faranno Festinger, Zimbardo e Diener, si concentra soprattutto sullo stato del singolo. Una tale discussione evidenzia i due possibili livelli di approccio nell’analisi del comportamento umano: Individual-Level Approach o Group-Level Approach. I sostenitori della teoria della deindividuazione, concordando con un approccio «individualista» come quello di Floyd Allport, non pongono tanto l’attenzione sulla folla intesa come entità a sé, quanto sugli stati interni e sulle condizioni psicologiche degli appartenenti a tale folla; l’attenzione viene cioè riversata più sull’effetto prodotto dalla folla stessa sulla singola persona che vi appartiene, che sulla condizione mentale unitaria dell’«anima collettiva» ipotizzata da Le Bon.&lt;br /&gt;Le opere degli psicologi delle folle hanno aperto la strada per un gran numero di osservazioni dalle quali partire per compiere ulteriori analisi del comportamento collettivo. Le Bon conferisce un ruolo fondamentale al fenomeno della suggestione e del contagio mentale. Il fenomeno del contagio mentale risulterebbe dalla costante interazione tra i membri della folla; il fatto di trovarsi nelle condizioni di una «massa psicologica» infatti, fa sì che la suggestione originaria venga notevolmente amplificata, e si arrivi così alle manifestazioni più esasperate del comportamento di massa. Come scrive Nye: “The origins of the term mental contagion stem from a definition of the mid-century clinical psychologist Déspine, who used it as a pathological explanation in accounting for the spread of identical symptoms of mental illness from a diseased individual to a healthy one. The concept became popular with French psychiatrists, and was later know more commonly as «folie à deux»” (Nye, 1975, pag.68). La teoria del contagio mentale offre una suggestiva spiegazione del comportamento omogeneo di una massa psicologica; le persone che appartengono a questa, vengono dunque pensate come «persone che contagiano chi sta loro vicino», e come persone dominate da spinte inconsce e da istinti primitivi. Ciascun stato emotivo all’interno della folla si amplifica e si diffonde velocemente a tutti i presenti, e ciò a causa del grande numero di persone e della loro vicinanza reciproca. L’ipotesi che a regolare il comportamento di una folla stesse il fenomeno del contagio mentale, è anche la posizione di McDougall, il quale evidenzia, così come fa Le Bon, l’esaltazione, in ogni singolo componente della folla, della componente affettiva. Per McDougall, tale stato affettivo è da ricondurre al “principle of direct induction of emotion by way of the primitive sympathetic response” (McDougall, 1920, pag.25). L’ottica di Le Bon, così come quella di McDougall, è dunque ascrivibile alla contagion-theory, un indirizzo teorico che si basa appunto sul fenomeno del contagio mentale per fornire una spiegazione del comportamento collettivo. Parlare di «contagio» riporta l’attenzione al contagio effettuato da una malattia: il sentimento e lo stato d’animo che si sprigionano all’interno di un gruppo di individui infatti, è paragonabile secondo i diversi studiosi, al diffondersi di una malattia, la quale genera all’interno della folla il desiderio di attuare dei comportamenti simili, esasperati, e molto frequentemente anti-sociali.&lt;br /&gt;La nozione di «contagio» è stata al centro di particolare attenzione, e moltissimi studiosi, partendo dalla teoria di Le Bon, hanno cercato di darne una interpretazione propria. Lo storico Keegan scrive che una folla è caratterizzata da “inconstant and potentially infectious emotion which, if it spreads, is fatal” (Keegan,1978, pag.175); ancora più interessante è l’osservazione di Twain, il quale sostiene che “men in a crowd […] don’t think for themselves, but become impregnated by contagious sentiments uppermost in the minds of all who happen to be en masse” (Mills, 1986, pag. 69). La folla sembra dunque possedere una capacità di influenzare in maniera omogenea tutti coloro che ne fanno parte, privandoli della propria capacità autonoma di pensare e di agire; proprio come un morbo contagioso, ogni stato d’animo e sentimento aggressivo si diffonde all’interno della folla con grande facilità, facendo «ammalare» i suoi componenti. Raney analizza il fenomeno della conformità del pensiero nelle folle, mettendo in evidenza lo stato psichico e i sentimenti di coloro che fanno parte di una folla, e ricorrendo alla metafora del contagio di una malattia: “What is at stake here is not so much behavior as identity: madness, fever, and uncontrolled emotions take us out of ourselves, whether violence follows or not. Expressing that identity purge as a contagious phenomenon acknowledges that contagious disease, like the engulfing crowd, dissolves the fragile membranes by which we distinguish ourselves from others” (Raney, 2002).&lt;br /&gt;Altri studiosi, recentemente, partendo dalle intuizioni di Le Bon, cercano di dare delle diverse definizioni del fenomeno del contagio: Sutherland definisce il contagio “the spread of ideas, feelings and, some think, neuroses through a community or group by suggestion, gossip, imitation” (Sutherland, 1995). Wheeler è uno degli studiosi che ha dedicato maggiore attenzione al legame tra diffusione del contagio e conseguente comportamento aggressivo. Wheeler scrive: “If the set of test conditions T1 exists, then contagion has occurred if and only if Person X (the observer) performs behaviour N (Bn) where T1 is specified as follows: (a) A set of operations has been performed on Person X which is known to produce instigation toward Bn in members of the class to which X belongs: (b) Bn exists in the response repertoire of X, and there are no physical restraints or barriers to prevent the performance of Bn; (c) X is not performing Bn; (d) X observes the performance of Bn by Person Y” (Wheeler, 1966, pag.180).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 SOME CONSEQUENCES OF DE-INDIVIDUATION IN A GROUP&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2.1 L’individuo «sommerso» nel gruppo&lt;br /&gt;La prima trattazione scientifica del concetto di deindividuazione appare nel 1952, in un articolo scritto da Festinger, Pepitone e Newcomb, articolo contenuto nella rivista Journal of Abnormal and Social Psichology. L’articolo tratta in maniera specifica dell’esperimento scientifico compiuto da tali autori al Research Center for Group Dynamics dell’Università di Michigan, esperimento a cui presero parte degli studenti volontari iscritti a tale Università. L’articolo si intitola “Some consequences of de-individuation in a group”, e contiene, oltre all’esposizione della procedura seguita e dei risultati ottenuti, una prima chiara definizione del concetto di deindividuazione. L’articolo di Festinger, Pepitone e Newcomb è molto importante, poichè segna l’inizio dell’interesse concreto degli studiosi di psicologia per il fenomeno della deindividuazione e per la sua relazione con il comportamento aggressivo; precedentemente nessuna precisa definizione del concetto di deindividuazione era stata fornita, e soprattutto nessuno studio autonomo e scientifico si era concentrato esclusivamente su questo fenomeno. Sicuramente, alcuni degli aspetti del concetto erano stati già intuiti, sebbene solo tramite speculazioni filosofiche o argomentazioni astratte, ma nessuno studio sperimentale era stato eseguito a proposito. Gli studiosi che hanno approfondito in maniera scientifica e organica il tema della deindividuazione dunque, si sono basati per i propri studi soprattutto sui risultati dell’esperimento e sulla definizione fornita nel 1952 da Festinger, Pepitone e Newcomb.&lt;br /&gt;Festinger e i suoi colleghi partono da un evidenza ben nota: gli individui quando si trovano in gruppo compiono degli atti che non compierebbero affatto se si trovassero da soli, in quanto la presenza del gruppo favorisce la disinibizione del comportamento del singolo. Festinger, Pepitone e Newcomb affermano: “Anyone who observes persons in groups and the same person individually is forced to conclude that they often behave differently in these two general kinds of situations. Casual observation would seem to indicate that one kind of behavior difference stems from the fact that people obtain release in groups, that is, are sometimes more free from restraints, less inhibited, and able to indulge in forms of behavior in which, when alone, they would not indulge. The most often instance of such freedom from restraint is the behavior of persons in crowds. In a crowd, persons will frequently do things which they would not allow themselves to do under other circumstances” (Festinger, Pepitone &amp;amp; Newcomb, 1952, pag.382). È importante notare come Festinger, Pepitone e Newcomb, sottolineino l’esistenza di due possibili situazioni all’interno delle quali l’uomo può agire nella vita di tutti i giorni: l’una rappresenta la situazione in cui l’uomo si trova da solo, o meglio, non partecipante ad una folla di persone; l’altra situazione rappresenta invece la possibilità che egli si trovi a far parte di un gruppo di persone. Questo aspetto deve essere preso in grande considerazione, proprio perché evidenzia l’importanza delle variabili situazionali; troppo spesso, come si è visto a proposito degli approcci disposizionali, si è cercato di studiare il comportamento dell’uomo prescindendo dal contesto in cui si trova. Adottando una visione che ha le sue radici nella Gestalttheorie e in maniera più specifica nel pensiero di Kurt Lewin, l’importanza di prendere in considerazione ciò che avviene intorno all’individuo diventa la base per capire comportamenti che altrimenti verrebbero spiegati ricorrendo ai modelli disposizionali: “The concept of deindividuation was derived from the Gestalt idea of perception of whole figures […]. Festinger and his colleagues maintained that just as visual attention can be directed by the characteristics of visual figures, so one’s attention to persons and oneself when one is in a group may be directed by the characteristics of the group” (Diener, Lusk, DeFour &amp;amp; Flax, 1980, pag. 449). Ecco perciò l’interesse a considerare l’uomo all’interno delle sue relazioni e «scambi» con l’ambiente circostante; analizzare l’uomo nella particolare situazione in cui si trova a far parte di una folla o di una massa è il punto di partenza per dare interpretazioni più corrette dei frequenti comportamenti aggressivi di gruppo. Da queste premesse perciò, la relazione tra comportamento aggressivo e appartenenza ad un gruppo risulta quindi subito facilmente intuibile: l’appartenenza ad un gruppo libera l’individuo dalle sue inibizioni, e ciò favorisce l’esercizio di comportamenti solitamente inibiti, come ad esempio il comportamento aggressivo. È molto importante comunque evidenziare subito e premettere che Festinger, Pepitone e Newcomb non trattano in maniera specifica la relazione tra deindividuazione e comportamento aggressivo, bensì studiano in generale la relazione tra deindividuazione e comportamenti disinibiti; saranno gli studiosi successivi (come ad esempio Diener e Zimbardo) a trattare attentamente il comportamento aggressivo e la sua più facile espressione in situazione di deindividuazione. Comunque, ai tre studiosi citati, bisogna dare il merito di aver analizzato in termini scientifici le cause di una possibile disinibizione del comportamento, mettendo il evidenza appunto il fondamentale processo di liberazione dai «freni» inibitori che si oppongono normalmente a comportamenti disinibiti.&lt;br /&gt;Festinger, Pepitone e Newcomb sostengono: “There occurs sometimes in groups a state of affairs in which the individuals act as if they were «submerged in the group». Such a state of affairs may be described as one of de-individuation; that is, individuals are not seen or paid attention to as individuals. The members do not feel that they stand out as individuals. Others are not singling a person out for attention nor is the person singling out others” (Festinger, Pepitone &amp;amp; Newcomb, 1952, pag. 382). Ecco dunque la definizione di deindividuazione fornita dai tre studiosi. Il primo aspetto di tale definizione sottolinea dunque come il singolo si comporti come se fosse «sommerso» in un gruppo, cioè come se agisse indipendentemente dalla consapevolezza della responsabilità per i propri atti, come se egli non si rendesse bene conto di ciò che stesse facendo. L’uomo in gruppo cioè, mette più facilmente in atto dei comportamenti disinibiti e la presenza stessa del gruppo lo fa sentire non del tutto responsabile degli atti che compie; la presenza del gruppo garantisce agli occhi dell’uomo singolo la non completa identificabilità e quindi favorisce la conseguente libertà di agire senza le restrizioni morali che normalmente gli impediscono di comportarsi in maniera disinibita. La non identificabilità e la condizione di anonimato costituiscono alcune delle cause che favoriscono lo stato di deindividuazione: dell’analisi di tali «input» si servirà soprattutto il professor Zimbardo nel corso delle sue ricerche. L’uomo dunque si sente come «protetto» dal fatto di essere in una situazione nella quale oltre a lui si trovano altre persone, percependo che la responsabilità dei suoi atti è attribuibile per grande parte al gruppo di cui egli fa parte: non ad altri individui in particolare, bensì all’intero gruppo in generale. Tutto ciò che viene attuato dai membri del gruppo, viene perciò percepito come atti commessi dal gruppo.&lt;br /&gt;Il secondo aspetto della disamina effettuata da Festinger, Pepitone e Newcomb riguarda il fatto che gli individui in gruppo non pongono abbastanza attenzione nei confronti degli altri come a individui specifici, dotati delle proprie caratteristiche che gli conferiscono la loro identità personale: l’attenzione è invece rivolta agli altri in quanto semplici componenti di un gruppo ben definito, senza perciò una particolare attenzione alla loro identità specifica. Coloro che appartengono al gruppo dunque, secondo la teoria sviluppata da Festinger, Pepitone e Newcomb, risultano uomini con una identità non ben specificata, non considerata rilevante e importante; i partecipanti di un gruppo sono esseri anonimi e non considerati nella specificità delle loro caratteristiche distintive, e perciò i loro comportamenti all’interno del gruppo vengono considerati rilevanti in quanto sono stati messi in atto da uomini-del-gruppo e non da uomini specifici e individuabili. Dalle parole dei tre studiosi perciò, si delinea una particolare immagine degli uomini appartenenti al gruppo, immagine che appunto rappresenta tali uomini come esseri indistinti e non identificabili; tale rappresentazione costituisce perciò il punto di partenza fondamentale per capire le cause della disinibizione del comportamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2.2 Scopi dell’esperimento e svolgimento&lt;br /&gt;Festinger, Pepitone e Newcomb, con il loro esperimento, vogliono arrivare a dimostrare fondamentalmente due cose: la prima, riguarda la conseguenza dello stato di deindividuazione all’interno di un gruppo, e cioè la possibilità di mettere in atto dei comportamenti che in uno stato di individuazione non verrebbero messi in opera, a causa delle comuni inibizioni. Il secondo aspetto su cui i tre studiosi si concentrano, riguarda l’attrazione esercitata nei confronti del singolo, dal gruppo che permette la deindividuazione; il gruppo che genera la deindividuazione facilita cioè, secondo la teoria di Festinger e colleghi, l’attuazione di comportamenti generalmente inibiti, e quindi permette al singolo di soddisfare i propri bisogni, i quali non sarebbero stati appagati nel caso in cui l’individuo si fosse trovato da solo, o in un gruppo che non avesse permesso la deindividuazione. Questo fatto perciò renderebbe, secondo Festinger, Pepitone e Newcomb, più attraente il gruppo specifico che permette la deindividuazione: “If individuals, then, have needs which they are generally unable to satisfy because of the existence of inner restraints against doing certain things, a state of de-individuation in a group makes it possible for them to obtain satisfaction of these needs. A group situation where de-individuation does occur will consequently be more satisfying, other things being equal, than one where de-individuation never takes place. We would expect groups which do occasionally provide conditions of de-individuation to be more attractive to their members” (ibidem).&lt;br /&gt;L’esperimento prevedeva che i volontari venissero suddivisi in gruppi formati da un minimo di 4 ad un massimo di 7 persone, e che, una volta formati i gruppi (se ne formarono 23), ognuno di questi, separatamente, discutesse del proprio rapporto con i genitori, basandosi su esperienze e sentimenti personali; ogni individuo cioè, doveva parlare del proprio rapporto con i genitori, spinto al dialogo anche da una lettura iniziale dei ricercatori, in cui si sosteneva che in base ad uno studio (fittizio) effettuato su più di 2300 studenti, l’87% dei soggetti interpellati nutriva sentimenti di odio nei confronti dei genitori, sentimenti che potevano consistere o in una semplice ostilità, oppure potevano arrivare ad un desiderio di violenza e addirittura di omicidio. I ricercatori usarono la lettura del falso studio effettuato, come pretesto per generare una discussione sul rapporto tra genitori e figli; tale argomento venne scelto come base per la discussione, proprio perchè si riteneva che molti soggetti avessero delle inibizioni ad ammettere il loro odio nei confronti dei loro genitori. Le discussioni all’interno di ciascun gruppo venivano segretamente registrate dai ricercatori, e veniva compiuto un verbale in cui si specificava l’autore e il contenuto di ogni dichiarazione. Il fine di Festinger e colleghi doveva esser quello di generare, prima che la discussione avvenisse, una situazione di deindividuazione all’interno del gruppo, e poi verificare se all’interno di questo, i partecipanti si comportassero in maniera più o meno disinibita.&lt;br /&gt;Il comportamento disinibito veniva studiato in base al tipo di affermazioni che i soggetti facevano. Secondo la teoria di Festinger, Pepitone e Newcomb, quanto più un soggetto si trovava in uno stato di deindividuazione, tanto più eseguiva delle dichiarazioni in cui manifestava il suo odio nei confronti dei genitori: si pensava cioè che, normalmente, il soggetto avrebbe avuto delle inibizioni a parlare del suo rapporto di odio nei confronti dei genitori, e che se non si fosse trovato nelle condizioni di deindividuazione, avrebbe preferito nascondere questa conflittualità. Il grado di liberazione dalle inibizioni veniva misurato calcolando, per ogni gruppo, la differenza tra le dichiarazioni che ammettevano l’odio e quelle che negavano un simile sentimento. Festinger e colleghi credevano infatti che la mancata disinibizione consistesse appunto nel nascondere l’odio nei confronti dei genitori: To represent the degree to which inner restraint against expressing «hatred of parents» was reduced in the group, we calculated the difference between the number of contributions which expressed negative attitudes (categorized as N) and the number of contributions which expressed positive attitudes (categorized as P). The number of P contributions was subtracted from the number of N contributions because it was felt that P contributions were indications of the nonreduction of restraint. The larger the difference, the more successful the group had been in reducing restraint against the expression of negative attitudes toward their parents” (ivi, pag.384-385).&lt;br /&gt;Il grado di deindividuazione raggiunto all’interno di un gruppo invece, veniva misurato facendo riferimento a delle domande poste, una volta terminata la discussione, dai ricercatori agli appartenenti al gruppo: venivano poste ad ogni membro, in seguito alla discussione di gruppo (la quale durava circa 40 minuti), delle domande riguardanti le dichiarazioni effettuate dal proprio gruppo. Più precisamente, ad ogni componente venivano lette 15 dichiarazioni (5 delle quali non erano assolutamente state effettuate dal gruppo), e gli si chiedeva se la dichiarazione ascoltata fosse stata effettivamente compiuta dal gruppo, e in caso di risposta affermativa, gli si chiedeva chi fosse stato il membro che avesse effettuato tale dichiarazione. Dato che Festinger, Pepitone e Newcomb sostengono che nel caso della deindividuazione, gli appartenenti al proprio gruppo non vengono percepiti e distinti come individui specifici, allora il numero di errori alle domande riguardanti l’autore delle dichiarazioni, avrebbe costituito una buon punto di partenza per definire il grado di deindividuazione raggiunto all’interno del gruppo, proprio perchè “during such periods of de-individuation individuals in the group would not be paying particular attention to other individuals qua individuals”: “If this were true then, while being attentive to, and consequently well able to remember, what was done in the group, they should be less attentive to and less well able to remember which particular member had done what” (ivi, pag.383). In maniera più dettagliata, il grado di deindividuazione raggiunto veniva misurato tramite la differenza fra gli errori riguardanti l’identificazione degli autori (denominati I-Errors) e gli errori riguardanti le frasi dette o meno all’interno del gruppo (denominati M-Errors), cioè errori di memoria generale. Il grado di deindividuazione raggiunto all’interno di un gruppo quindi, veniva calcolato sulla base della seguente operazione: «I-Errors» meno «M-Errors».&lt;br /&gt;L’interesse dei tre ricercatori era rivolto anche al grado di attraenza esercitato sui soggetti dal loro specifico gruppo di appartenenza: “Secondo Festinger e collaboratori [...] la possibilità di deindividuazione è motivo di attrazione per certi gruppi, appunto per l’occasione che offrono ad azioni altrimenti vietate” (Minguzzi, 1973, pag.158). A questo scopo, venne somministrato a tutti i partecipanti un questionario, nel quale si chiedeva se, ad esempio, avessero gradito ripetere delle discussioni su argomenti simili prendendo parte al solito gruppo. I ricercatori assegnarono ad ogni risposta un valore numerico (da 1 a 5), che evidenziava la più o meno soddisfazione del soggetto per aver fatto parte di un gruppo specifico. La somma dei punteggi individuali di ciascun gruppo venne sommata, e quindi ogni gruppo ottenne un determinato punteggio generale, che indicava appunto il suo grado di attraenza nei confronti dei soggetti che vi facevano parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2.3 Risultati e considerazioni finali. La replica del 1969&lt;br /&gt;Perchè la teoria di Festinger, Pepitone e Newcomb venisse convalidata, si doveva trovare dai risultati dell’esperimento una correlazione positiva tra comportamenti disinibiti e grado di deindividuazione raggiunto all’interno del gruppo: “If [...] we find a positive correlation between the extent to which the behavior in question was produced and the extent to which they were unable to identify who did what, this would be evidence supporting our theory of de-individuation in the group” (Festinger, Pepitone &amp;amp; Newcomb, 1952, pag.383). Più precisamente, la correlazione positiva doveva essere calcolata tra 2 variabili specifiche: la variabile indipendente era costituita dal grado di deindividuazione raggiunto all’interno di ciascun gruppo, grado che veniva misurato in base alla differenza tra «I-Errors» e «M-Errors», mentre la variabile dipendente veniva considerato il comportamento disinibito messo in atto, misurato in base alla differenza N-P.&lt;br /&gt;I risultati dell’esperimento confermavano la tesi dei tre studiosi: esiste cioè una correlazione positiva tra il grado di deindividuazione raggiunto all’interno del gruppo e la disinibizione del comportamento. Al termine delle elaborazioni effettuate infatti, venne trovata una correlazione tra le 2 variabili dello 0.57, risultato significativo ad un livello di confidenza dello 0,01. Dai risultati dell’esperimento risultava perciò che “le persone che avevano fatto molte affermazioni negative sui loro genitori erano le persone che tendevano a ricordare di meno chi aveva parlato e che cosa aveva detto” (Scilligo, 1973, pag.90). Per quanto riguarda la relazione tra riduzione delle inibizioni e attraenza del gruppo, le 2 variabili considerate erano misurate l’una, come abbiamo già visto, attraverso la differenza tra N e P, mentre l’altra variabile invece veniva operazionalizzata tramite la somma, per ogni gruppo, dei punteggi individuali riguardanti il questionario. A conferma della tesi di Festinger e colleghi, tra le 2 variabili venne trovata una correlazione positiva pari a 0,36: risultato significativo ad un livello di confidenza uguale a 0,1. Lo stato di deindividuazione favorisce perciò la disinibizione del comportamento, ed il gruppo che permette ciò, viene valutato dai suoi componenti più o meno positivamente, in base al grado di deindividuazione che tale gruppo permette di raggiungere. Il lavoro di Festinger e colleghi evidenzia il grande potere della deindividuazione sul comportamento dell’uomo; le inibizioni diminuiscono notevolmente, e gli atti che in condizione di individuazione sarebbero inibiti, nella situazione di deindividuazione vengono messi in opera. L’esperimento dei tre studiosi prende in considerazione l’esternazione, da parte dei soggetti, di un sentimento conflittuale o addirittura di odio nei confronti dei propri genitori: questo è il comportamento che viene considerato come risultato della disinibizione. Altri tipi di comportamenti comunque sono stati analizzati da altri studiosi, al fine di cercare la conferma dell’esistenza della relazione tra atti disinibiti e deindividuazione, come ad esempio truffare, rubare o parlare con termini osceni. Un altro risultato importante dell’esperimento di Festinger, Pepitone e Newcomb, riguarda la relazione trovata fra grado di deindividuazione e attraenza del gruppo; ciò significa che la presenza di un gruppo che favorisce la deindividuazione è considerata positivamente dal soggetto, proprio perché quest’ultimo riesce attraverso il gruppo a compiere degli atti che altrimenti non egli avrebbe potuto eseguire.&lt;br /&gt;Un aspetto assai importante della trattazione di Festinger, Pepitone e Newcomb riguarda la considerazione del fenomeno della deindividuazione come fenomeno di gruppo e non come fenomeno intraindividuale: secondo i tre studiosi cioè, i risultati ricavati dall’esperimento non potevano assolutamente essere interpretati in termini di reazioni individuali dei soggetti. Secondo Festinger, Pepitone e Newcomb, il rapporto tra I-M e N-P non era cioè spiegabile come una relazione strettamente intraindividuale e indipendente dal contesto e dall’interazione tra i soggetti. I tre studiosi infatti, per verificare la possibile origine intraindividuale della deindividuazione, eseguirono una ulteriore analisi della correlazione tra deindividuazione e disinibizione del comportamento, considerando questa volta come unità di analisi i singoli individui, e non i diversi gruppi: “The Festinger et al. approach […] was to examine the I-M and N-P relationship in individuals, irrespective of the particular discussion group in which they participated. If the deindividuation effect is reducible to an individual phenomenon, the positive correlation between I-M and N-P should obtain when the individual is used as the unit of analysis” (Cannavale, Scarr &amp;amp; Pepitone, 1970, pag.144). Festinger e colleghi raggrupparono tutti i soggetti in base al loro punteggio relativo alla disinibizione del comportamento (N-P), considerando tre livelli specifici di analisi: N-P &gt; 0, N-P = 0, N-P &lt; href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;All rights reserved&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-6256039326438237288?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/6256039326438237288/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=6256039326438237288' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6256039326438237288'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/6256039326438237288'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/capitolo-2-le-radici-della-teoria-della.html' title='CAPITOLO 2: LE RADICI DELLA TEORIA DELLA DEINDIVIDUAZIONE'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-3873944532768733473</id><published>2008-04-01T13:53:00.009+02:00</published><updated>2008-12-25T10:56:07.804+01:00</updated><title type='text'>Indice della mia tesi di laurea</title><content type='html'>INDICE "Good People make bad things": dal comportamento aggressivo alla psicologia del male&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/capitolo-1-due-diverse-spiegazioni-del.html"&gt;Capitolo 1: Due diverse spiegazioni del comportamento aggressivo &lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 Comportamento aggressivo: aspetti generali&lt;br /&gt;1.1 Aggressività, comportamento aggressivo, distruttività&lt;br /&gt;1.2 Aspetti specifici del comportamento aggressivo&lt;br /&gt;1.3 Teorie situazioniste e teorie disposizionali&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 Le teorie disposizionali&lt;br /&gt;2.1 La lotta per la sopravvivenza&lt;br /&gt;2.2 L’aggressività come pulsione&lt;br /&gt;2.3 Lorenz e il modello idraulico&lt;br /&gt;2.4 La sociobiologia di Wilson&lt;br /&gt;2.5 La personalità aggressiva&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3 Il rifiuto delle teorie disposizionali&lt;br /&gt;3.1 La Dichiarazione di Siviglia sulla violenza&lt;br /&gt;3.2 Errore fondamentale di attribuzione e norma di internalità&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/capitolo-2-le-radici-della-teoria-della.html"&gt;Capitolo 2: Le radici della teoria della deindividuazione&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;1 L’individuo e la massa&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/aspetti-dionisiaci-dello-stato-di.html"&gt;1.1 Aspetti dionisiaci dello stato di deindividuazione&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/07/lentrata-del-singolo-nel-gruppo.html"&gt;1.2 L’entrata del singolo nel gruppo&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;1.3 La comparsa delle folle e delle masse&lt;br /&gt;1.4 La psicologia delle folle: la base della teoria della deindividuazione&lt;br /&gt;1.5 Le Bon e gli altri psicologi delle folle&lt;br /&gt;1.6 La «mente collettiva» e il fenomeno del «contagio mentale»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 Some consequences of de-individuation in a group&lt;br /&gt;2.1 L’individuo «sommerso» nel gruppo&lt;br /&gt;2.2 Scopi dell’esperimento e svolgimento&lt;br /&gt;2.3 Risultati e considerazioni finali. La replica del 1969&lt;br /&gt;2.4 Non identificabilità e comportamento disinibito&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitolo 3: La teoria di Zimbardo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 Aspetti generali&lt;br /&gt;1.1 Sospensione del controllo&lt;br /&gt;1.2 Definizione di deindividuazione di Zimbardo e struttura base della sua teoria&lt;br /&gt;1.3 Le variabili antecedenti&lt;br /&gt;1.4 I cambiamenti a livello psichico&lt;br /&gt;1.5 Comportamento deindividuato&lt;br /&gt;1.6 Deindividuazione voluta e deindividuazione imposta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 Gli esperimenti di Zimbardo&lt;br /&gt;2.1 Anonimato e comportamento aggressivo: l’esperimento su studentesse americane&lt;br /&gt;2.2 L’esperimento con i soldati belgi e un ulteriore analisi dello stato di deindividuazione&lt;br /&gt;2.3 Condizioni sociali che favoriscono l’anonimato: un esperimento sul campo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3 The Stanford Prison Experiment&lt;br /&gt;3.1 Motivi e preparazione dell’esperimento&lt;br /&gt;3.2 I sei giorni trascorsi all’interno di una prigione pirandelliana&lt;br /&gt;3.3 Considerazioni sui risultati dell’esperimento&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitolo 4: Sviluppi della teoria della deindividuazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 La teoria della deindividuazione di Diener&lt;br /&gt;1.1 Considerazioni sulle prime teorie della deindividuazione&lt;br /&gt;1.2 Objective Self-awareness (OSA) e Self-regulation: il punto di partenza di Diener&lt;br /&gt;1.3 Diener e la deindividuazione: linee generali&lt;br /&gt;1.4 Misurazione dello stato di deindividuazione&lt;br /&gt;1.5 Relazione tra variabili antecedenti, deindividuazione e comportamento aggressivo&lt;br /&gt;1.6 La diversa posizione di Diener e di Zimbardo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 Il contributo di Prentice-Dunn e Rogers&lt;br /&gt;2.1 Deindividuazione, comportamento aggressivo e «razzismo regressivo»&lt;br /&gt;2.2 La Differential Self-Awareness theory&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3 «ENT» e «SIDE»: confronto con la teorie della deindividuazione&lt;br /&gt;3.1 Turner e Killian: the Emergent Norm Theory (ENT)&lt;br /&gt;3.2 Comportamento aggressivo, identità sociale e effetti della deindividuazione (SIDE)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitolo 5: Deumanizzazione e «moral disengagement»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 Deumanizzazione, deindividuazione e comportamento aggressivo&lt;br /&gt;1.1 La deumanizzazione: una diversa faccia della deindividuazione&lt;br /&gt;1.2 Facilitazione del comportamento aggressivo attraverso la deumanizzazione della vittima&lt;br /&gt;1.3 L’etichettamento di persone sconosciute: lo studio di Bandura, Underwood e Fromson&lt;br /&gt;1.4 Indurre una persona ad apparire davvero come un essere sub-umano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 Moral disengagement, deumanizzazione, e altri processi che favoriscono il comportamento aggressivo&lt;br /&gt;2.1 «Moral justification», «palliative comparison» e «euphemistic labeling»&lt;br /&gt;2.2 Minimizzazione e distorsione degli effetti del proprio comportamento aggressivo e responsabilità diffusa&lt;br /&gt;2.3 Deumanizzazione e colpevolizzazione della vittima&lt;br /&gt;2.4 Considerazioni finali sui meccanismi di moral disengagement&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitolo 6: L’obbedienza all’autorità&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 Obbedienza all’autorità e comportamento aggressivo&lt;br /&gt;1.1 Obbedienza all’autorità, moral disengagement e deindividuating input&lt;br /&gt;1.2 Introduzione all’esperimento di Milgram&lt;br /&gt;2 L’esperimento di Milgram&lt;br /&gt;2.1 Preparazione e procedure di base&lt;br /&gt;2.2 I risultati dei primi quattro esperimenti e l’interpretazione di Milgram&lt;br /&gt;2.3 Variazioni alla procedura sperimentale: dall’esperimento 5 all’esperimento 11&lt;br /&gt;2.4 Cambiamenti di ruolo, doppia autorità e pressione di gruppo: dall’esperimento 12 all’esperimento 18&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3 Lo stato eteronomico&lt;br /&gt;3.1 Obbedienza, stato eteronomico e condizioni antecedenti&lt;br /&gt;3.2 Lo stato eteronomico: caratteristiche e fattori vincolanti&lt;br /&gt;4 Conseguenze dello studio di Milgram&lt;br /&gt;4.1 Altri esperimenti basati sul paradigma di Milgram&lt;br /&gt;4.2 Osservazioni finali&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitolo 7: Integrazione delle teorie di Zimbardo, Bandura e Milgram con l’analisi delle caratteristiche culturali del contesto: l’apporto di Staub&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 Deindividuazione, deumanizzazione, obbedienza all’autorità: generalizzazioni&lt;br /&gt;1.1 Validità ecologica degli esperimenti di Zimbardo, Bandura e Milgram&lt;br /&gt;1.2 Il male commesso dall’uomo comune: alcuni esempi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 Il più grande orrore della storia&lt;br /&gt;2.1 Spiegare non significa scusare&lt;br /&gt;2.2 La prigione di Stanford e i lager nazisti&lt;br /&gt;2.3 Il Battaglione 101&lt;br /&gt;2.4 Il caso Eichmann&lt;br /&gt;2.5 Perchè il popolo tedesco obbedì agli ordini di un folle? Difficili condizioni di vita&lt;br /&gt;2.6 Caratteristiche socio-culturali del popolo tedesco&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conclusioni&lt;br /&gt;Bibliografia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/12/psychology-of-evil-essential.html"&gt;Guarda la Bibliografia essenziale ragionata&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Evangelisti&lt;br /&gt;&lt;a href="mailto:evangelisti@hotmail.it"&gt;evangelisti@hotmail.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;All rights reserved&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8883536920346277425-3873944532768733473?l=evangelistidavid.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/feeds/3873944532768733473/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=8883536920346277425&amp;postID=3873944532768733473' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3873944532768733473'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8883536920346277425/posts/default/3873944532768733473'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://evangelistidavid.blogspot.com/2008/04/indice-della-mia-tesi-di-laurea.html' title='Indice della mia tesi di laurea'/><author><name>David evangelisti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03555692245419123593</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8883536920346277425.post-8787457330012729094</id><published>2008-04-01T12:53:00.004+02:00</published><updated>2008-07-29T14:33:14.112+02:00</updated><title type='text'>CAPITOLO 1: DUE DIVERSE SPIEGAZIONI DEL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO</title><content type='html'>CAPITOLO 1&lt;br /&gt;Due diverse spiegazioni del comportamento aggressivo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 COMPORTAMENTO AGGRESSIVO: ASPETTI GENERALI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.1 Aggressività, comportamento aggressivo, distruttività&lt;br /&gt;Il comportamento aggressivo costituisce da sempre uno dei principali oggetti di interesse degli studiosi di psicologia sociale. Malgrado una grande attenzione dedicata a tale oggetto d’analisi, e malgrado una serie vastissima di lavori su tale argomento, il mondo della ricerca scientifica non è ancora riuscito a trovare una definizione del concetto di comportamento aggressivo che sia accettata in maniera unanime. Caprara e Pastorelli sottolineano infatti che “[g]ran parte dei problemi della ricerca sull’aggressività derivano dalla sua definizione”, e sostengono che “[t]uttora, vi è un acceso dibattito su termini come aggressività, aggressione e comportamento aggressivo”: “Con differenze significative non solo tra le varie discipline, ma all’interno delle stesse discipline” (Caprara &amp;amp; Pastorelli, 1988, pag.17). Spesso gli studiosi di psicologia sociale hanno preferito analizzare in maniera specifica solamente determinati aspetti di tale concetto, proprio a causa della sua irriducibilità ad una definizione e ad una trattazione che comprendesse tutti i vari aspetti di cui è costituito o tutte le sue manifestazioni; è infatti evidente come “different forms of human aggression, such as physical assault, child abuse, rape, verbal derogation, political aggression […] and terrorism, are hardly reducible to a common set of features and sources” (Caprara, Barbaranelli, Pastorelli &amp;amp; Perugini, 1994, pag.292). Sono proprio le diverse manifestazioni dell’aggressività umana, cioè le specifiche condotte aggressive messe in atto dall’uomo, e la ricerca dei motivi della messa in atto di simili condotte, a costituire l’interesse principale della presente analisi.&lt;br /&gt;È innanzitutto importante evidenziare la sottile differenza di significato tra la nozione di aggressività e quella di comportamento aggressivo: parlare in maniera specifica di aggressività, distinguendo tale concetto da quello di comportamento aggressivo, evidenzia infatti la specifica volontà di analizzare soprattutto la pulsione, l’istinto, la predisposizione o comunque un particolare stato intra-psichico di un soggetto, il quale perciò dispone della potenzialità, se le circostanze glielo permettono, di tradurre tali «spinte» interne in un comportamento oggettivo e visibile. È facile capire, quindi, come l’aggressività costituisca un concetto né facilmente misurabile, né facilmente analizzabile in maniera valida e chiara. Sull’aggressività di una certa persona, e sulle eventuali conseguenze di tale aggressività, si possono perciò solamente fare delle supposizioni molto generali, mentre sul comportamento aggressivo, cioè su una condotta ben visibile e osservabile, risulta assai più facile effettuare delle osservazioni e delle ricerche più precise. Il modello idraulico di Lorenz e quello di Freud costituiscono un ottimo esempio per chiarire la questione: nelle loro teorie è infatti evidenziata in maniera molto chiara la distinzione tra l’accumulo di aggressività all’interno di un individuo ed il comportamento aggressivo conseguentemente messo in atto da tale individuo per diminuire la tensione generata da un simile accumulo. Risulta perciò chiaro che il termine «aggressività» evidenzia in maniera particolare una possibilità latente, una «carica» insita all’interno dell’uomo e perciò difficilmente osservabile. Parlare in maniera specifica di «comportamento aggressivo», significa invece focalizzarsi soprattutto sull’atto in sé, oggettivo, fattuale, e quindi facilmente osservabile.&lt;br /&gt;È necessario evidenziare che “[w]orld bodies […] have forever struggled with the definition of aggression” (Crabb &amp;amp; Rosnow, 1988, pag.105); Crabb, sulla base di uno studio effettuato insieme a Rosnow, sostiene che “perceived aggressiveness of an action depended on the relative context in which the action is judged, rather than on shared, objective criteria of evaluation”, e che “the relativity of perceived aggressiveness poses serious problems for the maintenance of peaceful relations among nations” (Crabb, 1989, pag.345). Anche all’interno del campo della psicologia sociale le diverse impostazioni teoriche hanno prodotto definizioni del concetto di comportamento aggressivo abbastanza discordanti tra loro. Per definire una condotta come aggressiva, è necessario innanzitutto che essa sia stata messa in atto intenzionalmente, e non in maniera accidentale: “Accidental harm is not aggressive because it is not intended. Harm that is an incidental by-product of helpful actions is also not aggressive, because the harm-doer believes that the target is not motivated to avoid action” (Anderson &amp;amp; Bushman, 2002, pag.29). Martino sostiene che “[l]’intenzionalità appare caratteristica indispensabile per definire un’azione come violenta” (Martino, 1999, pag.183). Tuttavia, malgrado la maggior parte degli studiosi consideri l’«intenzionalità» come un requisito fondamentale per definire una condotta come aggressiva, bisogna notare che qualche studioso considera come aggressivi anche comportamenti messi in atto non intenzionalmente: “Aggression has been defined in two ways in the literature. The definition used by Dollard [...] involved intentional infliction of harm on some target. However, Buss [...] excluded intention from his definition of aggression by suggesting that the term aggression be used to refer to any response delivering noxious stimulation” (Manning &amp;amp; Taylor D.A., 1975, pag.180). Le definizioni del concetto di comportamento aggressivo inoltre, mettono spesso in rilievo le conseguenze subite dalle vittime di un tale comportamento. Ursin e Olff sostengono che “[a]ggression may be defined as behavior which threatens or actually results in injury to the psysical, psychological, or sociological integrity of a person” (Ursin &amp;amp; Olff, 1995, pag.13). Secondo Eibl-Eibensfeldt, si possono “definire aggressivi i moduli comportamentali con i quali gli uomini […] fanno valere i propri interessi nonostante la resistenza di altri individui” (Eibl-Eibensfeldt, 1993, pag.244). Saul Rosenzweig sostiene invece che “[l]’aggressione in termini generici è sostanzialmente autoaffermazione” (Rosenzweig, 1985, pag.377). Il concetto di autoaffermazione senza dubbio delinea bene un aspetto importante del comportamento aggressivo: la volontà di sottomettere l’altro e di far predominare il proprio Sé, ricavando spesso da ciò un aumento della propria autostima. La sottomissione di un altro essere umano può costituire non tanto il fine del comportamento aggressivo, cioè la sottomissione in sé stessa e la «sconfitta» dell’altro, quanto il mezzo per poter ricavare da ciò il miglioramento della valutazione della propria identità. Il comportamento aggressivo genera perciò un tentativo di autoaffermazione a discapito di altri esseri umani, i quali di conseguenza cercheranno di opporre una valida resistenza all’aggressione subita.&lt;br /&gt;La maggior parte degli approcci al tema del comportamento aggressivo si sono concentrati sull’aggressione di un soggetto nei confronti di un altro soggetto; il comportamento aggressivo viene infatti spesso analizzato e interpretato come una relazione ostile tra due o più persone. «Aggredire», una parola derivante dal latino adgredior, implica infatti l’atto di avvicinarsi verso qualcuno. Risulta chiaro perciò come il fenomeno dell’aggressione implichi una relazione tra persone, cioè una relazione tra un soggetto che agisce e che aggredisce, e un soggetto che invece costituisce il bersaglio di un tale comportamento, un soggetto cioè che subisce e che viene aggredito. Nella nozione di comportamento aggressivo perciò, è da considerarsi implicita una struttura relazionale. Alcuni studiosi però, hanno considerato il comportamento aggressivo non solo focalizzandosi sull’aspetto relazionale, bensì concentrando la propria attenzione anche sull’aspetto riflessivo, cioè sull’auto-aggressione; l’aggressione è stata in questi casi studiata cioè non come un atto esercitato da una persona nei confronti di un’altra persona, bensì come un atto diretto ai danni del proprio Sé. Tra questi studiosi bisogna citare soprattutto Freud, il quale ipotizzava nell’ambito della sua seconda teoria delle pulsioni, che l’aggressività di un uomo potesse volgersi non solamente verso il mondo esterno, bensì anche verso la propria persona. Freud perciò, ipotizzando una specifica pulsione di morte, pensava all’aggressività non soltanto come una relazione, bensì anche come un’auto-aggressione, cioè come aggressività che poteva condurre il soggetto all’autodistruzione.&lt;br /&gt;L’aggressività umana può avere diversi sviluppi e soprattutto può raggiungere dei livelli molto alti di intensità, tali da generare comportamenti che vanno ben oltre le relativamente innocue condotte aggressive che notiamo nella vita di tutti i giorni, come ad esempio quelle messe in atto da parte di giovani ragazzi che si azzuffano per motivi banali. L’aggressività può infatti avere anche degli sviluppi tragici, può diventare cioè violenza e volontà estrema di distruzione. È necessario perciò evidenziare che la semplice aggressione, la violenza e la distruttività umana sono dei fenomeni che si trovano tutti lungo uno stesso continuum immaginario. Anderson e Huesmann definiscono infatti la violenza in base alla posizione che essa occupa su questo continuum: “Violence is physical aggression at the extremely high end of the aggression continuum” (Anderson &amp;amp; Huesmann, 2003, pag.298). Secondo Hacker, l’aggressività umana ha in sé la potenzialità di diventare crudeltà, causando di conseguenza dei danni ancor più gravi. Hacker ha infatti definito l’aggressività “quella disposizione e quell’energia proprie dell’uomo che si esprimono originariamente in attività e successivamente nelle più diverse forme individuali e collettive, socialmente acquisite e trasmesse, di autoaffermazione, forme che possono arrivare fino alla crudeltà” (Hacker, 1977, pag.66), e non ha mancato di evidenziare la vasta gamma di fenomeni che il concetto di aggressività può comprendere: “La vasta gamma dell’aggressività va dall’attività fino alla distruzione, dall’aggressività sintomatica come perdita del controllo in tutte le sue sfumature dei processi inconsci e consci, fino all’aggressività come strategia pianificata dalla struttura organizzativa, fino alla violenza: la forma d’espressione aperta, manifesta, non mascherata dell’aggressione” (ivi, pag.100). La definizione di Hacker del concetto di violenza è una di quelle che rende maggiormente comprensibile la relazione esistente tra il concetto di aggressività e il concetto di violenza. Il comportamento aggressivo infatti, in base alle circostanze in cui si trova un individuo, può facilmente aumentare di intensità, fino a raggiungere dei livelli estremi di distruttività. Rispetto a quest’ultimo punto, è importante evidenziare ciò che sostengono Emiliani e Zani: “la violenza è conseguente all’aggressività, la quale a sua volta è un processo che può avere diversi sviluppi a seconda dei differenti contesti in cui si manifesta: sono quindi le condizioni sociali che influenzano più o meno fortemente le manifestazioni aggressive degli uomini” (Emiliani &amp;amp; Zani, 1998, pag.313). Il concetto di comportamento violento e di comportamento distruttivo, devono essere perciò intesi e interpretati nell’ottica di una radicalizzazione estrema delle conseguenze relative al comportamento aggressivo. La violenza allora può essere definita anche come un “[c]omportamento aggressivo rivolto contro persone o cose, inteso a ferire o uccidere, a danneggiare o distruggere, allo scopo di imporre un dominio” (Marchese, Mancini, Greco &amp;amp; Assini, 1993, pag.437). Anderson delinea in maniera molto chiara il particolare rapporto tra le manifestazioni più deboli dell’aggressività umana, come ad esempio un semplice comportamento aggressivo, e le manifestazioni che invece generano delle conseguenze ben più estreme, tanto da venir denominate co
