Ai fini dell’analisi del rapporto tra comportamento aggressivo e deindividuazione, possiamo sostenere che l’opera di Le Bon, Psychologie des foules, è stata di importanza fondamentale. Tale opera focalizza l’attenzione soprattutto su tre concetti principali, i quali costituiscono le profonde radici della teoria della deindividuazione: la «mente collettiva», il «contagio mentale» e la «suggestionabilità». Ciò che per Le Bon costituisce un aspetto importante della folla, è il fatto che quest’ultima costituisce un’entità diversa dalla mera somma delle menti degli individui singoli che la compongono; ”the sentiments and ideas of all the persons in the gathering take one and the same direction, and their conscious personality vanishes” (Ross E.A., 1959, pag.431). Secondo Le Bon perciò, esistono delle circostanze che trasformano un gruppo di individui in una «massa psicologica»; la folla cioè, secondo tale studioso, una volta che si è costituita, arriva a possedere una «mente collettiva», cioè diviene un oggetto studiabile ed analizzabile in sé. Robertson afferma: “Le Bon era convinto che coloro che compongono la folla fossero dominati da un solo, singolo impulso e che agissero tutti quasi nello stesso modo. Una volta presi dalla frenesia della folla, gli individui perdono la capacità di ragionare razionalmente, per cui in realtà la «mentalità collettiva» altro non è che il minimo comun denominatore delle emozioni degli individui che fanno parte della folla” (Robertson, 1988, pag.608). Cannavale, Scarr e Pepitone sostengono che “Le Bon attributed the violent excesses of the street throng in the French Revolution to the group mind. It is the emergence of the group mind that accounts for the fact that the different individuals who comprise a collective lose their distinct personalities and become a homogeneous and highly emotional mass” (Cannavale, Scarr & Pepitone, 1970, pag.141). Asch sintetizza bene il pensiero dei teorici della mentalità di gruppo, affermando che “quando gli uomini vivono ed agiscono in gruppi, sorgono forze e fenomeni che seguono loro proprie leggi e che non possono venir descritti in termini di psicologia individuale, col puro riferimento alle proprietà dei singoli che tali gruppi compongono” (Asch, 1973, pag.261). Le Bon quindi, sebbene dedichi spazio alla figura del singolo immerso in una folla, concentra la sua trattazione soprattutto sull’intera «anima collettiva» che si è venuta a formare.
Floyd Allport critica la teoria di Le Bon e di tutti quelli studiosi che ipotizzano l’esistenza di un «group mind», sostenendo invece la necessità di spiegare il comportamento di una folla ricorrendo all’analisi del singolo individuo. Emiliani e Zani affermano che “[q]uesto autore fece diventare la psicologia sociale una scienza del comportamento con la convinzione dunque che il gruppo o ciò che è collettivo non abbia bisogno di un modello suo proprio di analisi, poiché ogni gruppo può essere spiegato in termini individuali” (Emiliani & Zani, 1998, pag.17). Per Floyd Allport infatti, la differenza tra il comportamento dell’uomo immerso in una folla e il comportamento dell’uomo che non vi appartiene, è una differenza non qualitativa, come sostenevano Le Bon e McDougall, bensì solo quantitativa: “The individual in the crowd behaves just as he would behave alone, only more so.” (Allport, 1924, pag.295). La critica di Floyd Allport evidenzia l’altro approccio possibile allo studio del comportamento collettivo: Le Bon si concentra soprattutto sulla folla come entità a sé, mentre Allport, così come faranno Festinger, Zimbardo e Diener, si concentra soprattutto sullo stato del singolo. Una tale discussione evidenzia i due possibili livelli di approccio nell’analisi del comportamento umano: Individual-Level Approach o Group-Level Approach. I sostenitori della teoria della deindividuazione, concordando con un approccio «individualista» come quello di Floyd Allport, non pongono tanto l’attenzione sulla folla intesa come entità a sé, quanto sugli stati interni e sulle condizioni psicologiche degli appartenenti a tale folla; l’attenzione viene cioè riversata più sull’effetto prodotto dalla folla stessa sulla singola persona che vi appartiene, che sulla condizione mentale unitaria dell’«anima collettiva» ipotizzata da Le Bon.
Le opere degli psicologi delle folle hanno aperto la strada per un gran numero di osservazioni dalle quali partire per compiere ulteriori analisi del comportamento collettivo. Le Bon conferisce un ruolo fondamentale al fenomeno della suggestione e del contagio mentale. Il fenomeno del contagio mentale risulterebbe dalla costante interazione tra i membri della folla; il fatto di trovarsi nelle condizioni di una «massa psicologica» infatti, fa sì che la suggestione originaria venga notevolmente amplificata, e si arrivi così alle manifestazioni più esasperate del comportamento di massa. Come scrive Nye: “The origins of the term mental contagion stem from a definition of the mid-century clinical psychologist Déspine, who used it as a pathological explanation in accounting for the spread of identical symptoms of mental illness from a diseased individual to a healthy one. The concept became popular with French psychiatrists, and was later know more commonly as «folie à deux»” (Nye, 1975, pag.68). La teoria del contagio mentale offre una suggestiva spiegazione del comportamento omogeneo di una massa psicologica; le persone che appartengono a questa, vengono dunque pensate come «persone che contagiano chi sta loro vicino», e come persone dominate da spinte inconsce e da istinti primitivi. Ciascun stato emotivo all’interno della folla si amplifica e si diffonde velocemente a tutti i presenti, e ciò a causa del grande numero di persone e della loro vicinanza reciproca. L’ipotesi che a regolare il comportamento di una folla stesse il fenomeno del contagio mentale, è anche la posizione di McDougall, il quale evidenzia, così come fa Le Bon, l’esaltazione, in ogni singolo componente della folla, della componente affettiva. Per McDougall, tale stato affettivo è da ricondurre al “principle of direct induction of emotion by way of the primitive sympathetic response” (McDougall, 1920, pag.25). L’ottica di Le Bon, così come quella di McDougall, è dunque ascrivibile alla contagion-theory, un indirizzo teorico che si basa appunto sul fenomeno del contagio mentale per fornire una spiegazione del comportamento collettivo. Parlare di «contagio» riporta l’attenzione al contagio effettuato da una malattia: il sentimento e lo stato d’animo che si sprigionano all’interno di un gruppo di individui infatti, è paragonabile secondo i diversi studiosi, al diffondersi di una malattia, la quale genera all’interno della folla il desiderio di attuare dei comportamenti simili, esasperati, e molto frequentemente anti-sociali.
La nozione di «contagio» è stata al centro di particolare attenzione, e moltissimi studiosi, partendo dalla teoria di Le Bon, hanno cercato di darne una interpretazione propria. Lo storico Keegan scrive che una folla è caratterizzata da “inconstant and potentially infectious emotion which, if it spreads, is fatal” (Keegan,1978, pag.175); ancora più interessante è l’osservazione di Twain, il quale sostiene che “men in a crowd […] don’t think for themselves, but become impregnated by contagious sentiments uppermost in the minds of all who happen to be en masse” (Mills, 1986, pag. 69). La folla sembra dunque possedere una capacità di influenzare in maniera omogenea tutti coloro che ne fanno parte, privandoli della propria capacità autonoma di pensare e di agire; proprio come un morbo contagioso, ogni stato d’animo e sentimento aggressivo si diffonde all’interno della folla con grande facilità, facendo «ammalare» i suoi componenti. Raney analizza il fenomeno della conformità del pensiero nelle folle, mettendo in evidenza lo stato psichico e i sentimenti di coloro che fanno parte di una folla, e ricorrendo alla metafora del contagio di una malattia: “What is at stake here is not so much behavior as identity: madness, fever, and uncontrolled emotions take us out of ourselves, whether violence follows or not. Expressing that identity purge as a contagious phenomenon acknowledges that contagious disease, like the engulfing crowd, dissolves the fragile membranes by which we distinguish ourselves from others” (Raney, 2002).
Altri studiosi, recentemente, partendo dalle intuizioni di Le Bon, cercano di dare delle diverse definizioni del fenomeno del contagio: Sutherland definisce il contagio “the spread of ideas, feelings and, some think, neuroses through a community or group by suggestion, gossip, imitation” (Sutherland, 1995). Wheeler è uno degli studiosi che ha dedicato maggiore attenzione al legame tra diffusione del contagio e conseguente comportamento aggressivo. Wheeler scrive: “If the set of test conditions T1 exists, then contagion has occurred if and only if Person X (the observer) performs behaviour N (Bn) where T1 is specified as follows: (a) A set of operations has been performed on Person X which is known to produce instigation toward Bn in members of the class to which X belongs: (b) Bn exists in the response repertoire of X, and there are no physical restraints or barriers to prevent the performance of Bn; (c) X is not performing Bn; (d) X observes the performance of Bn by Person Y” (Wheeler, 1966, pag.180).
David EvangelistiFloyd Allport critica la teoria di Le Bon e di tutti quelli studiosi che ipotizzano l’esistenza di un «group mind», sostenendo invece la necessità di spiegare il comportamento di una folla ricorrendo all’analisi del singolo individuo. Emiliani e Zani affermano che “[q]uesto autore fece diventare la psicologia sociale una scienza del comportamento con la convinzione dunque che il gruppo o ciò che è collettivo non abbia bisogno di un modello suo proprio di analisi, poiché ogni gruppo può essere spiegato in termini individuali” (Emiliani & Zani, 1998, pag.17). Per Floyd Allport infatti, la differenza tra il comportamento dell’uomo immerso in una folla e il comportamento dell’uomo che non vi appartiene, è una differenza non qualitativa, come sostenevano Le Bon e McDougall, bensì solo quantitativa: “The individual in the crowd behaves just as he would behave alone, only more so.” (Allport, 1924, pag.295). La critica di Floyd Allport evidenzia l’altro approccio possibile allo studio del comportamento collettivo: Le Bon si concentra soprattutto sulla folla come entità a sé, mentre Allport, così come faranno Festinger, Zimbardo e Diener, si concentra soprattutto sullo stato del singolo. Una tale discussione evidenzia i due possibili livelli di approccio nell’analisi del comportamento umano: Individual-Level Approach o Group-Level Approach. I sostenitori della teoria della deindividuazione, concordando con un approccio «individualista» come quello di Floyd Allport, non pongono tanto l’attenzione sulla folla intesa come entità a sé, quanto sugli stati interni e sulle condizioni psicologiche degli appartenenti a tale folla; l’attenzione viene cioè riversata più sull’effetto prodotto dalla folla stessa sulla singola persona che vi appartiene, che sulla condizione mentale unitaria dell’«anima collettiva» ipotizzata da Le Bon.
Le opere degli psicologi delle folle hanno aperto la strada per un gran numero di osservazioni dalle quali partire per compiere ulteriori analisi del comportamento collettivo. Le Bon conferisce un ruolo fondamentale al fenomeno della suggestione e del contagio mentale. Il fenomeno del contagio mentale risulterebbe dalla costante interazione tra i membri della folla; il fatto di trovarsi nelle condizioni di una «massa psicologica» infatti, fa sì che la suggestione originaria venga notevolmente amplificata, e si arrivi così alle manifestazioni più esasperate del comportamento di massa. Come scrive Nye: “The origins of the term mental contagion stem from a definition of the mid-century clinical psychologist Déspine, who used it as a pathological explanation in accounting for the spread of identical symptoms of mental illness from a diseased individual to a healthy one. The concept became popular with French psychiatrists, and was later know more commonly as «folie à deux»” (Nye, 1975, pag.68). La teoria del contagio mentale offre una suggestiva spiegazione del comportamento omogeneo di una massa psicologica; le persone che appartengono a questa, vengono dunque pensate come «persone che contagiano chi sta loro vicino», e come persone dominate da spinte inconsce e da istinti primitivi. Ciascun stato emotivo all’interno della folla si amplifica e si diffonde velocemente a tutti i presenti, e ciò a causa del grande numero di persone e della loro vicinanza reciproca. L’ipotesi che a regolare il comportamento di una folla stesse il fenomeno del contagio mentale, è anche la posizione di McDougall, il quale evidenzia, così come fa Le Bon, l’esaltazione, in ogni singolo componente della folla, della componente affettiva. Per McDougall, tale stato affettivo è da ricondurre al “principle of direct induction of emotion by way of the primitive sympathetic response” (McDougall, 1920, pag.25). L’ottica di Le Bon, così come quella di McDougall, è dunque ascrivibile alla contagion-theory, un indirizzo teorico che si basa appunto sul fenomeno del contagio mentale per fornire una spiegazione del comportamento collettivo. Parlare di «contagio» riporta l’attenzione al contagio effettuato da una malattia: il sentimento e lo stato d’animo che si sprigionano all’interno di un gruppo di individui infatti, è paragonabile secondo i diversi studiosi, al diffondersi di una malattia, la quale genera all’interno della folla il desiderio di attuare dei comportamenti simili, esasperati, e molto frequentemente anti-sociali.
La nozione di «contagio» è stata al centro di particolare attenzione, e moltissimi studiosi, partendo dalla teoria di Le Bon, hanno cercato di darne una interpretazione propria. Lo storico Keegan scrive che una folla è caratterizzata da “inconstant and potentially infectious emotion which, if it spreads, is fatal” (Keegan,1978, pag.175); ancora più interessante è l’osservazione di Twain, il quale sostiene che “men in a crowd […] don’t think for themselves, but become impregnated by contagious sentiments uppermost in the minds of all who happen to be en masse” (Mills, 1986, pag. 69). La folla sembra dunque possedere una capacità di influenzare in maniera omogenea tutti coloro che ne fanno parte, privandoli della propria capacità autonoma di pensare e di agire; proprio come un morbo contagioso, ogni stato d’animo e sentimento aggressivo si diffonde all’interno della folla con grande facilità, facendo «ammalare» i suoi componenti. Raney analizza il fenomeno della conformità del pensiero nelle folle, mettendo in evidenza lo stato psichico e i sentimenti di coloro che fanno parte di una folla, e ricorrendo alla metafora del contagio di una malattia: “What is at stake here is not so much behavior as identity: madness, fever, and uncontrolled emotions take us out of ourselves, whether violence follows or not. Expressing that identity purge as a contagious phenomenon acknowledges that contagious disease, like the engulfing crowd, dissolves the fragile membranes by which we distinguish ourselves from others” (Raney, 2002).
Altri studiosi, recentemente, partendo dalle intuizioni di Le Bon, cercano di dare delle diverse definizioni del fenomeno del contagio: Sutherland definisce il contagio “the spread of ideas, feelings and, some think, neuroses through a community or group by suggestion, gossip, imitation” (Sutherland, 1995). Wheeler è uno degli studiosi che ha dedicato maggiore attenzione al legame tra diffusione del contagio e conseguente comportamento aggressivo. Wheeler scrive: “If the set of test conditions T1 exists, then contagion has occurred if and only if Person X (the observer) performs behaviour N (Bn) where T1 is specified as follows: (a) A set of operations has been performed on Person X which is known to produce instigation toward Bn in members of the class to which X belongs: (b) Bn exists in the response repertoire of X, and there are no physical restraints or barriers to prevent the performance of Bn; (c) X is not performing Bn; (d) X observes the performance of Bn by Person Y” (Wheeler, 1966, pag.180).
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